TIMONE – Luglio/Agosto 2009

Malati? Non sono tutti uguali

Già, su questo tema, ho messo in allarme. E, mi pare, più volte. Ma, quando occorre, repetita juvant. Dunque, non mi stanco di ripeterlo: state in guardia – ad ogni costo – dalle pericolose blandizie dello “Stato etico”, dalle leggi “pedagogiche”, dal ministro “paterno” che pensa a noi e alla nostra salute, dal partito o dall’ente p’ubblico che vogliono educarci alla virtù. La mela offerta sembra attraente, ma dentro c’è un baco micidiale. È un’avvertenza che va rivolta anche a tanti cattolici buonisti che, nella loro ingenuità, credono che simili cose e simili personaggi siano positivi, che vadano magari incoraggiati. E invece qui, più che mai, occorre non dimenticare il comando di Gesù di dare a Cesare ciò che è di Cesare: ebbene, tra i compiti di quest’ultimo non c’è di certo quello della direzione spirituale, con tanto di penitenze e sanzioni. Insomma, ciò che occorre è la vigilanza dei credenti contro ogni Big Brother, contro ogni Grande Fratello: e non nel senso dei buffoneschi reality ma in quello, inquietante, alla Orwell.

Pensiamo al caso esemplare del fumo di tabacco dove, tra l’altro, proprio o Stato “etico” raggiunge il massimo della ipocrisia e del cinismo: di sigari e sigarette ha fatto da sempre un monopolio, gelosamente difeso da corpi armati come la Guardia di Finanza, per imporre sul cosiddetto “vizio” tasse e balzelli esosi e continuamente aumentati. Va in galera come contrabbandiere chi tenti di sottrarre questo lucro alla istituzione monopolista. Si calcola che sul prezzo d’acquisto imposto su un pacchetto di sigarette, più dell’ottanta per cento vada allo Stato. Una delle entrate più cospicue e sicure, una parte delle quali va alla propaganda terroristica perché non si consumi ciò su cui i Governi abbondantemente lucrano. Insomma è una entità che ti consegna un prodotto, lieta del guadagno sproporzionato al valore che ne ritrae (e che difende con gendarmi e giudici), prendendosi al contempo il gusto di dire che sei un masochista ostinato, un danneggiatore di te stesso e del prossimo, una sorta di delinquente. Insomma: governi spacciatori e al contempo virtuosi predicatori. Una ipocrisia sfacciata, che ha un ulteriore conferma dal fatto che, ogni anno, l’Unione Europea – dove pure predominano i crociati aggressivi e ossessivi del “sanitariamente corretto”, i talebani del no smoking – stanzia decine e decine di milioni di euro ogni nno per sostenere i produttori di tabacco del Continente. La difesa della salute a parole, ma non quando si tratta di soldi e di voti.

Il solito groviglio di contraddizioni, insomma, della cultura “laica”. Qui, però, si aggiunge un elemento inquietante – se non agghiacciante – che mostra sino a che punto possano giungere quegli Stati “pedagoghi”, dai quali occorre mettere in guardia almeno i credenti. Succede, cioè, che da vari politici, di vari partiti, venga avanzata periodicamente – e con l’aria edificante di chi vuole inculcare nei cittadini la pratica delle belle virtù – una proposta legislativa. Rifiutare, cioè, le Cure gratuite dei Servizi Sanitari nazionali, presenti in quasi tutto l’Occidente, ai fumatori colpiti da cancro al polmone. «e l’è voluta! Così impara a comportarsi male, a non seguire i buoni consigli di chi lo ammoniva per il suo bene!». Così si dovrebbe dire – per legge all’ingresso degli ospedali, dove quel tipo di malati potrebbe anche essere accolto, seppure per l’ingresso di servizio (il Grande Fratello sa essere buono!) ma soltanto se paga tutto di tasca sua, per non gravare sulle spese sostenute anche dai non fumatori.

 

 

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Verrebbe subito da osservare che il cancro al polmone è, semmai – parola degli oncologi – non il prodotto di qualche mese bensì il frutto di decine e decine di anni di fumo, durante i quali il consumatore di tabacco ha versato allo Stato le spese non solo per sé ma per molti altri pazienti. Non è affatto vero, dunque, che le sue cure danneggerebbero altri cittadini: al contrario, è un finanziatore cospicuo dei governi che, non a caso, difendono con i mitra il monopolio sulle sigarette. Tra l’altro, per dirla cinicamente, se davvero muore prima, la folla dei fumatori (ancora quasi un terzo della popolazione europea, due miliardi nel mondo, dunque non un gruppo irrilevante) permette un bel risparmio agli enti pensionistici. Ma simili osservazioni, pur vere, sono in fondo secondarie, rispetto alle conseguenze che avrebbe l’accettazione di una tale mentalità che, purtroppo, non sembra suscitare neppure nei cattolici – vittime spesso della ideologia egemone -la reazione decisa (e indignata) che merita.

Ragioniamo, dunque. Ricordando innanzitutto che – seppure incoerente per natura, come già dicevamo lo Stato cosiddetto democratico almeno qui non potrebbe sottrarsi a un minimo di coerenza. Dunque: perché solo i fumatori? Ogni Corte Costituzionale, davanti a una legge del genere, ammonirebbe che non si possono stabilire diversità di trattamento tra i cittadini. O tutti o nessuno, quanto alle potenziali vittime di comportamenti a rischio. Il «se l’è voluta, paghi lui le spese!» deve valere erga omnes, non solo verso una sola categoria di peccatori. Dunque, negli atri . degli ospedali dovrebbero sedere in permanenza commissioni di severi moralisti – chi in camice bianco, chi in completo scuro, come novelli sacerdoti – chiamati a giudicare la vita privata delle persone e ad emettere verdetti di ammissione alle cure o di respingimento nella Geenna dei dannati, a seconda dei comportamenti tenuti. In ospedale – come da apposite leggi – deve esserci posto gratuito solo per i virtuosi e gli asceti.

Respinto, dunque, senza appello e senza esitazioni, lo schifoso tabagista canceroso ai polmoni, ecco che chiede di entrare un affetto da cirrosi epatica. Si indaga, si ha conferma che la patologia è stata determinata dall’abuso di alcol, dunque rauss: «Così impara a bere vino e, Dio lo perdoni, persino qualche liquore!». Stessa sentenza per chi si è massacrato in un incidente stradale: risulta, dai verbali di polizia, che l’incidente è dovuto ad eccesso di velocità o a ubriachezza. Dunque, resti in barella sul marciapiede, il suo comportamento riprovevole non permette interventi pubblici. Un caso di malattia venerea? Che sfacciato, vuole farsi curare gratis quando abbiamo appurato che si è beccato il male frequentando prostitute! Un ferito in una rissa? Ma dove siamo: attacca briga, frequenta cattive compagnie e poi non vuole mettere mano al borsellino? Un infartuato? Piano nell’accoglierlo: risulta dai documenti acclusi che aveva il colesterolo alto perché si alimentava con cibi notoriamente ricchi di quella sostanza, dunque anche lui se l’è voluta. Malattie da obesità? Adesso anche i golosi, gli incontinenti, i bulimici vorrebbero gravare sulle spalle dei cittadini temperanti e farsi curare a spese loro? Ecco qui, ora, un caso di diabete. Ma tutti sanno che una delle cause è, pure qui, un’alimentazione sbagliata, l’eccesso di ingestione di zuccheri. Non si è sorvegliato e adesso vorrebbe farla anche franca, salvaguardando il suo portafoglio? Una intossicazione alimentare da cibo avariato? Dalle indagini risulta che aveva l’abitudine di non controllare le date di scadenza sulle confezioni alimentari: se non le ha guardate, perché dovrebbe pagare lo Stato, che paternamente lo ha avvertito? Una otite? L’imprudente si bagnava nel mare senza proteggere le orecchie dall’entrata dell’acqua: non ha diritto. Una micosi ai piedi? Testimoni dicono che era solito frequentare piscine non indossando le prescritte ciabatte. Insolazione? Ma che vuole questo, se ne va in giro d’estate senza coprirsi il capo e pretende anche delle cure a spese dei buoni che pagano le tasse e che, d’estate, portano diligentemente i loro cappellini? Una caduta per strada? I conoscenti attestano che era solito girare da distratto, senza guardare dove metteva i piedi, mica lo vorremo curare gratis? Un congelamento? Ma di chi è la colpa se se ne è andato in gita in alta montagna senza un’attrezzatura adeguata e senza prima consultare le previsioni del tempo? Infortunio sul lavoro?

Anche i colleghi ammettono che non rispettava le norme di sicurezza chiaramente e severamente prescritte da ministri e parlamenti, sempre pensosi della incolumità pubblica.

 

 

 

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È un elenco che potrebbe continuare a lungo, comprendendo alla fine la maggior parte delle patologie, in ciascuna delle quali è possibile individuare una qualche responsabilità dell’infermo. Non dimenticando, tra l’altro, che i primi a dovere essere esclusi dai soccorsi gratuiti dovrebbero essere gli scampati a un tentato suicidio. Anzi, questi più di tutti: gli altri, in effetti, si sono procurati guai con comportamenti a rischio, sperando di cavarsela, mentre i suicidi non rischiavano, cercavano davvero il proprio male, addirittura la morte. Insomma, la metà, se non di più, delle spese sanitarie potrebbero essere così risparmiate. Ma basta riflettere un momento per capire a quale prezzo: facendo, cioè, lo Stato giudice dei comportamenti privati, permettendogli una devastante intrusione nelle nostre vite, concedendogli di stabilire colpe e peccati e di assegnare le “penitenze”. Davvero un dare a Cesare ciò che è solo di Dio, un altro passo verso l’idolatria del Politico. Com’è possibile che anche alcuni parlamentari che si dicono “cattolici” appoggino simili mostruosità orwelliane, unendosi alla proposta di legge contro i fumatori, che trascinerebbe necessariamente alle conseguenze di cui diciamo?

Teniamo presente, poi, che ancora una volta scatterebbe di certo l’altra ipocrisia consustanziale all’ideologia dominante, quella della political correctness. C’è da giurare, cioè, che le porte della sanità pubblica continuerebbero a spalancarsi, reverenti e gratuite, per almeno due categorie di bisognosi di assistenza, sebbene per “colpa loro”. Innanzitutto le donne incinte che reclamano l’aborto. Esse pure (alla pari, se non più, delle categorie che abbiamo enumerato sopra), a meno che non siano state vittima di violenza, «se la sono cercata».

Non c’è, oggi, che il problema della scelta tra anticoncezionali, preservativi, spirali, pillole del giorno prima e del giorno dopo. Strumenti e farmaci, spesso concessi gratis, che le interessate non hanno voluto usare: dunque, dovrebbero rientrare tra i respinti dagli ospedali, non dovrebbero essere gli altri a pagare per loro. Questo a rigor di logica: ma esiste forse logica nel “politicamente corretto”, che insorgerebbe come un sol uomo, strillando ad altissima voce e riempiendo le strade di cortei, se lo Stato revocasse la gratuità dell’aborto, a tutte, al più presto, sempre e comunque?

Seconda categoria “protetta” dalla cultura egemone: gli infetti da Aids.

A differenza delle vecchie, disprezzate malattie veneree, questo è un morbo “nobile” in quanto (almeno per alcuni anni) è stato limitato quasi solo agli omosessuali. E costoro, si sa, sono ormai intoccabili: basta una battuta su di loro e scatta la denuncia per un reato inventato da poco e perseguito con spietata durezza, la cosiddetta “omofobia”. Potete sbattere sulla strada un fumatore ammalato e ne avrete gli applausi dei conformisti, magari praticanti della messa domenicale. Ma provate a negare le cure a un gay che, seguendo il piacere suo senza alcuna protezione, è divenuto sieropositivo. Provate, provate: e vedrete le reazioni! Come i morti, pure gli ammalati non sono mica eguali. Ci sono quelli da avvolgere di cure premurose e senza spese e quelli da disprezzare e da far pagare.

 

 

 

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Cambiamo del tutto discorso e torniamo alle nostre incursioni abituali, nelle più diverse direzioni. Questa, ad esempio, non la sapevo proprio.

Dal 1704 gli inglesi sono a Gibilterra, lo scoglio più prezioso perché permetteva loro di controllare l’ingresso e l’uscita dal Mediterraneo. In base al Trattato di Utrecht si erano impegnati a rispettare il cattolicesimo degli spagnoli che vivevano in quei luoghi; ma molto spesso si guardarono dal farlo. Per cercare di convertire all’anglicanesimo i “superstiziosi papisti” ricorsero a due mezzi: innanzitutto, chiamarono dall’Inghilterra, come missionari, i loro migliori pastori. AI contempo, favorirono l’immigrazione nella colonia di preti cattolici. Ma li selezionarono “al contrario”: li scelsero, cioè, tra i peggiori, tra i più ignoranti e protervi, magari tra i più scandalosi che riuscirono a trovare, assicurando loro vantaggi economici e sociali purché venissero a Gibilterra a disgustare gli ostinati cattolici. La feccia, insomma, del clero ispanico concentrata in quell’esiguo territorio. Un capolavoro, va riconosciuto, della celebre ipocrisia anglosassone: niente persecuzioni violente che, di solito, rafforzano e non distruggono la fede. Ma l’attacco devastante a questa, mostrando, con esempi concreti ed estremi, quanto sia vergognoso dirsi cattolici e a quali tipi umani disgustosi conduca il “papismo”. Una storia ignorata dai più ma che – lancio una proposta varrebbe come ottimo spunto per la sceneggiatura di un film.

 

 

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Si accusa spesso la Chiesa medievale di avere ostacolato la rivoluzione economica che inizia tra Duecento e Trecento con la nascita del commercio internazionale e della sino allora sconosciuta categoria dei mercanti. Dunque, ancora una volta l’oscurantismo clericale avrebbe frenato lo sviluppo del mondo moderno. Leggo però in Henri Pirenne, il grande medievista belga – insospettabile in quanto spesso ben poco tenero verso il cattolicesimo – una pagina che vale la pena di copiare: «È certamente con diffidenza e preoccupazione che la Chiesa accolse la rivoluzione commerciale del Medio Evo. Ma bisogna riconoscere che questo atteggiamento di grande prudenza fu anche benefico. In effetti, produsse certamente il risultato di impedire che la passione del guadagno dilagasse senza limiti. Protesse, poi, i poveri dai ricchi e i debitori dai loro creditori. Il flagello dei debiti che, nell’antichità greca e romana, si abbatté così pesantemente sul popolo (portando, tra l’altro, enormi masse alla schiavitù, pena per i debiti non pagati) fu risparmiato alla società del Medio Evo. Allo storico, è permesso ammettere che la Chiesa contribuì molto a questo felice risultato. Il prestigio universale di cui godeva agì come un freno morale. Se la Chiesa non fu abbastanza potente da sottomettere i mercanti alla teoria del “giusto prezzo” che predicava, lo fu abbastanza da impedire loro di abbandonarsi senza rimorsi all’istinto del lucro. Molti di essi erano preoccupati del pericolo cui quel genere di vita esponeva la loro salvezza eterna. Il timore della vita futura tormentava la loro coscienza. Sul letto di morte istituivano per testamento opere di carità o destinavano parte dei loro beni al rimborso di somme ingiustamente acquisite». È anche così, non dimentichiamolo, è anche con quei denari giunti dal rimorso dei mercanti, che l’Europa «si coprì di un bianco mantello di cattedrali».

 

 

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Sempre nel grande Pirenne, una osservazione da storico che conosce bene la sua materia e che dedichiamo a certo pacifismo utopico praticato anche da quei cattolici che si illudono che basterebbe un pizzico di buona volontà per portare il mondo alla pace generale ed eterna: «Due furono gli edifici costruiti per primi dagli uomini di ogni civiltà: le tombe per i loro morti e i muri, le palafitte, i valli per difendersi dai loro nemici. La guerra è antica quanto l’umanità e la costruzione di luoghi fortificati è antica quanto la guerra. Per quanto, ovunque, si torni indietro nel passato, sempre si constaterà che il primo manufatto edificato fu una cinta di protezione. Le acropoli dei Greci, gli oppida degli Etruschi, dei Latini, dei Galli, i burgen dei Germani, i gorods degli Slavi furono in principio, come i krals dei neri africani, luoghi di rifugio e di resistenza».

Non dimentichiamo mai che anche, anzi soprattutto, qui, vale quella “legge dell’et-et” che contrassegna il mondo e la sua storia: dunque, homo homini frater. Ma al contempo, homo homini lupus. Per dirla con Pascal, il realismo cristiano sa che ogni uomo può essere insieme «angelo e bestia».