TIMONE – Luglio/Agosto 2008

Apologia di Lourdes/4

Lo abbiamo notato la volta scorsa: c’è un 11 febbraio per l’Imperatore del Giappone, divinizzato da duemila anni e al centro della religione shinto; ce ne è uno per Enrico VIII che, proclamatosi capo supremo sia dello Stato che della Chiesa d’Inghilterra, calpestò la liberante distinzione evangelica tra Dio e Cesare; ce ne è uno per Hitler che in quel giorno celebrava il suo onomastico, ricorrendo in Germania la commemorazione di sant’Adolfo.

Ma c’è un 11 febbraio anche per Napoleone, come anticipavamo al termine della “puntata” precedente. La vicenda è appassionante e va inquadrata partendo dagli inizi.

Con l’amico e collega Rino Cammilleri ho pubblicato qualche anno fa un libro (Gli occhi di Maria, ora nelle edizioni BUR-Rizzoli) che ricostruisce eventi rimossi al pari di tanti altri da parte della cultura egemone. Mentre le truppe del giovanissimo generale Bonaparte, dopo avere imperversato nell’Italia settentrionale, nel luglio del 1796 attaccavano lo Stato Pontificio, saccheggiandolo e ricattandolo, si manifestò un fenomeno clamoroso: più di cento immagini sacre, 122 stando al computo ufficiale (in stragrande maggioranza mariane) si “animarono”. Muovevano, cioè, gli occhi, mutavano colore, cambiavano espressione. Il fenomeno ebbe anche a Roma, per mesi, larghissima diffusione e tutti, compresi i molti non cattolici presenti in città, poterono constatarlo, tanto che né allora né dopo si levò alcuna voce di negazione e neanche di dubbio, tanto i fatti erano visibili da tutti, nelle pubbliche chiese o nelle “madonnelle” agli angoli delle strade. Le autorità religiose, pur desiderose di non irritare i violenti e miscredenti invasori, furono come costrette ad aprire un rigoroso processo, dove sfilarono centinaia di testimoni, tra i quali noti uomini di scienza, compreso il trentaquattrenne Giuseppe Valadier, il grande architetto, allora di tendenze giacobine e che, con la sua propensione al neoclassico “imperiale”, diventerà tra i preferiti del futuro Napoleone I. La sua testimonianza, giurata alla pari delle altre, si riferisce a ben sei immagini in altrettante chiese romane dove egli si era recato per osservarne i misteriosi movimenti «con gli occhi di chi è del mestiere», come ricordò ai giudici. La sentenza finale del tribunale ecclesiastico non poté che confermare quanto il sensus fidei del popolo aveva subito compreso: gli eventi erano autentici, al di là di ogni dubbio e, attraverso di essi, la Madre aveva voluto testimoniare la sua attenzione solidale per la sede di Pietro e per i suoi territori invasi, profanati, spogliati di tesori d’arte commissionati per onorare Dio e ora svenduti a mercanti o inviati ai miscredenti di Parigi.

Nello stesso libro in cui Cammilleri ricostruisce i fatti, tento una lettura della “strategia mariana” in soccorso dei credenti minacciati dall’apparire di una modernità persecutrice: in questo percorso con molte tappe (tra le quali Lourdes e Fatima sono solo le più note) sembra proprio che i fatti del 1796 siano l’inizio.

In questa prospettiva misterica, quanto avvenne sembra particolarmente significativo, avendo per protagonista addirittura Napoleone Bonaparte che, al prezzo di qualche milione di morti, «portò i princìpi della Rivoluzione in tutta Europa sulla punta delle baionette delle sue armate», come dicono i libri di storia. È lui, dunque, all’origine di quei tempi moderni che dovevano purificare la Chiesa, ma attraverso tante tribolazioni, tanti lutti, tante perdite della fede da parte delle masse da meritare davvero il conforto periodico della Madonna, resasi visibile quando la situazione esigeva la riconferma della verità del Vangelo e, dunque, dell’esistenza di un Padre provvidente. Veniamo, dunque, ai fatti che, per quanto qui ci interessa, cominciano e si svolgono nelle Marche, tra Loreto ed Ancona. Il 1796 fu per l’Italia un anno di paura: alle popolazioni arrivavano notizie terribili sull’avanzata di quel generale di ventisei anni, di quel còrso chiamato allora ancora, all’italiana, Napolione Buonaparte. La ferocia dei suoi soldati-straccioni, avidi solo di bottino, gli incendi, gli stupri, le requisizioni di oggetti d’arte, a cominciare da quelli sacri, le soppressioni e le vendite all’asta di tutti i conventi e i monasteri, gli atti blasfemi, le taglie disumane: per un Paese come il nostro abituato a una lunga pace e ancora sinceramente religioso, tutto questo non poteva non essere terrorizzante. Il 25 giugno, Ancona seppe dell’umiliante armistizio imposto dai francesi ai pontifici e firmato tre giorni prima a Bologna. Tra le clausole del trattato, era prevista l’occupazione del porto adriatico, anzi quel giorno stesso si sparse la notizia che i francesi stessero già arrivando. Alla notizia, una grande folla si raccolse nel bel duomo di san Ciriaco dove, alla presenza del cardinale arcivescovo, cominciò a pregare davanti all’immagine più venerata della città, quella della Madonna invocata come “Regina di tutti i Santi”, rappresentata solo nel busto, con il capo inclinato, una espressione mesta, gli occhi socchiusi. La preghiera corale era iniziata da un poco, quando si levò un grido di donna: la Vergine aveva aperto gli occhi e sorrideva. A quell’urlo anche gli altri si accorsero del fenomeno, osservando al contempo che il colorito del volto si era fatto acceso, come se fosse quello di una persona viva. Mentre la folla gridava e si agitava, i canonici cercarono di riportare la calma, ma dovettero arrendersi quando essi stessi constatarono che i movimenti del quadro erano reali e continuavano.

Seguitarono anche nei giorni seguenti, anche quando fu aperto un processo lungo e accurato, durante il quale sfilò una folla di testimoni e il quadro fu esaminato in tutti i modi pure da pittori esperti e da professori di fisica che fecero studi sulle possibili rifrazioni dell’immagine. Poiché, seppure a tratti ma praticamente ogni giorno, per più mesi, i “movimenti” continuavano, è singolare che talvolta i giudici ecclesiastici, dopo avere messo a verbale le dichiarazioni dei testimoni, andavano in Duomo a constatare con i propri occhi il fenomeno.

Il 21 luglio, tra l’altro, gli occhi della Vergine si aprirono del tutto e dal dipinto cominciò ad irradiarsi una luce intensa quanto misteriosa che persistette tutta la notte. Proprio in quel giorno, i commissari francesi erano giunti a Roma, cominciando le requisizioni di quadri e statue famosi e di oggetti liturgici in oro e in argento: cominciava il sacco e la profanazione della città di cui il papa era il vescovo. Forse, la luminosità di quelle ore era un conforto in più, un pegno di speciale protezione, un invito a sperare. Così lo intese anche la gente che ad ogni ora assediava in ginocchio il quadro e di quando in quando esigeva dai canonici che lo portassero in processione. Alla fine la Madonna «Regina di tutti i Santi» sarà dichiarata protettrice ufficiale della città e la verità degli eventi sarà riconosciuta anche da Roma che concederà – evento raro – un ufficio liturgico e una Messa propri.

Il 10 febbraio del 1797, essendo precipitati ancor più gli eventi bellici e politici, ad Ancona giunse Napoleone stesso. Arrivava direttamente da Loreto, dove aveva voluto assistere di persona al saccheggio del più illustre santuario mariano italiano, uno dei luoghi più venerati della Cristianità, dove si conservava un ricchissimo tesoro liturgico che gli faceva particolarmente gola. Ma non c’era, stavolta, solo il movente economico, c’era anche quello ideologico: ecco la fine che facevano le ricchezze estorte al popolo dalla superstizione dei preti. Di solito non voleva sporcarsi direttamente le mani, mandava i suoi saccheggiatori professionisti sui quali fingeva poi di riversare la responsabilità delle prepotenze più sfacciate. Quella volta volle esserci egli stesso e procedette con una tale brutalità che, scrisse un testimone, «i loretani restarono atterriti per lo scandalo così irreligioso, stupendo che non fulminasse il Cielo e che non si sprofondassero gli abissi ad ardere e ingoiare tali profanatori». Poiché l’antica e veneratissima statua della Madonna non aveva valore venale, di legno tarlato quale era, il Generale la fece spedire a Parigi dove, per spregio, fu messa nei depositi del Louvre dove si custodivano le mummie egizie, a significare che si trattava di un idolo di una religione ormai defunta.

Il giorno dopo, sistemata Loreto con il suo santuario, giungeva ad Ancona. Preso alloggio nel palazzo del marchese Trionfi, e fatto arrestare subito, per dare un esempio, il Vicario Generale della diocesi, immediatamente convocò i canonici della cattedrale e intimò loro di con segnargli il quadro “miracoloso” del quale era stato informato dai collaborazionisti locali, i pochissimi filo-giacobini marchigiani. Notiamo subito che è assai singolare che, arrivando ancora caldo di un saccheggio sacrilego inaudito, assediato da mille impegni e preoccupazioni, tra le prime cose il Buonaparte si preoccupi di un quadro religioso, per giunta senza alcun valore economico. Ancor più singolare che non solo convochi i canonici ma si metta a discutere lungamente con loro sulla impossibilità di simili miracoli e che, addirittura, accetti la loro proposta di esaminare di persona il quadro.

Atteggiamento inedito e sbalorditivo, da parte di un violento arrogante che – sia durante quella campagna che nelle infinite altre che sarebbero seguite – sbrigava simili faccende dando ordine di imprigionare e di fucilare qualcuno e facendo provvedere da un caporale qualunque alla distruzione immediata dell”‘idolo superstizioso”. E, invece, ecco che fissa un nuovo appuntamento a quei sacerdoti per l’indomani, ecco i religiosi arrivare in tre, la sera, portando in una cesta la Madonna, ben coperta per evitare tumulti se il popolo se ne fosse accorto. Aveva forse intuito, discutendo con quei religiosi, che la faccenda era assai più credibile, in ogni caso ben più seria, di quanto non gli avessero riferito i leccapiedi locali? L’immagine fu posta sul tavolo del salone del palazzo Trionfi e Napoleone ordinò che le fosse tolta la cornice, prendendola poi tra le mani ed esaminandola con attenzione. Cominciò subito a discettare di scienza: rifrazione della luce, riflessi, trompe-I’oeils e così via. Condannò poi la credulità popolare, favorita dal clero: insomma, imbastì la solita lezioncina da discepolo dei Lumi e ammiratore di Voltaire. Uno dei canonici, professore di scienze naturali, replicò (prudentemente, s’intende, come necessario con un personaggio tanto pericoloso) che egli pure conosceva le leggi della fisica e dell’ottica e che, malgrado avesse fatto tutte le ipotesi e tutti gli esperimenti, non aveva trovato una spiegazione naturale ai movimenti.

Alcuni testimoni oculari lì presenti, compresi alcuni notabili indigeni filofrancesi, confermarono.

Ma il Cittadino Generale in Capo non si dette per inteso, continuando a fissare il quadro e a scuotere la testa. Ed ecco che la sua rapace attenzione fu attratta dal nastrino di perle e pietre preziose, dono del popolo anconetano, che adornava il collo dell’immagine. Lo staccò e proclamò che molto più utilmente sarebbe stato impiegato per la beneficenza, dando ordine a un ufficiale lì accanto di venderlo e di fare distribuire il denaro a dei bisognosi.

Strana lezione di generosità di chi era a tutti noto per la ferocia dei saccheggi anche delle case dei poveri ai quali, tra l’altro, avrebbe poi tolto persino i figli per mandarli al macello per la sua gloria!

In quello stesso momento, però, capitò “qualcosa”. Qualcosa di cui abbiamo precisa relazione da parte di un dotto canonico presente. Leggendo quello scritto ed altri appunti di chi fu testimone quella sera, sembra davvero difficile dubitare che gli occhi di Maria si siano alzati anche verso quel despota e lo abbiano fissato, sconvolgendolo.

Le relazioni parlano di una sua improvvisa espressione turbata, di un cambio di colore del viso, diventato pallidissimo. Come spiegare i gesti che seguirono quei segni di una forte emozione, se non ammettendo che il prodigio si sia ripetuto davanti a lui? Uno storico laico dei nostri giorni che ha ricostruito gli eventi astraendo da ogni ipotesi soprannaturale si chiede: «Dove andò a finire, in quei momenti, la famosa risolutezza del Bonaparte?». In effetti, il sino ad allora verboso e tracotante condotti ero, posata sul tavolo la collana che stava passando al suo ufficiale, si chiuse nel silenzio e cominciò a camminare agitato nella stanza, tra la meraviglia dei suoi collaboratori, abituati alle decisioni fulminee che facevano parte del suo studiatissimo look da apprendista imperatore. La meraviglia dei suoi diventò sconcerto quando lo videro fare ciò che mai aveva fatto prima e che mai farà dopo. In effetti, si rimangiò la decisione già presa, proprio lui che basava la sua autorità sulla irrevocabilità dei propositi: dato un ordine, qualunque cosa succedesse, mai lo modificava. Mai, dico: a meno che non intervenisse “qualcosa” come sembra proprio essere avvenuto quella sera. In effetti, non consegnò il nastro prezioso al militare ma a uno dei canonici, chiedendogli di rimetterlo al collo della Madonna, di rimontare la cornice e di riporre il quadro nella custodia. Infine, un’altra sorpresa: invece di congedare quei preti, cui per le sue abitudini aveva concesso sin troppo tempo, li invitò addirittura a cenare con lui. Si chiede lo storico laico che dicevamo: «Come spiegare un tale atteggiamento?». Già, come interpretare un ripensamento assolutamente inedito in tutta la sua carriera? Come spiegare l’improvvisa cordialità verso dei religiosi nei quali quest’uomo, ammiratore di Robespierre e per questo a rischio dopo il Termidoro, non vedeva che degli “agenti della superstizione” che era doveroso combattere?

Non basta: dopo la cena, discusse a lungo con i preti sul come uscire da quella storia, salvando i principi laicisti del nuovo regime ma anche senza offendere il popolo devoto. Alla fine, accettò un compromesso, del tutto inedito per il suo atteggiamento costante in simili faccende: ritiro della decisione di distruggere il quadro; conferma della restituzione della collana preziosa; nessun occultamento in un magazzino ma riposizione al suo posto in cattedrale, coprendolo con un velo da togliere in occasioni particolari e almeno una volta alla settimana per la recita di un rosario. Come nota il cronista che fu testimone oculare, sul viso degli ufficiali di Stato Maggiore presenti era visibile la sorpresa, anzi l’incredulità. Decisioni prese per ragioni politiche e cautela diplomatica proprio in uno che il giorno prima aveva depredato e devastato uno dei più venerati santuari mariani del mondo, la Casa stessa dell’Annunciazione? Sembra, insomma, ben più ragionevole supporre che all’origine ci sia uno sconvolgente “movimento” di quella immagine: gli occhi del despota e quelli di Colei che preannunciò il «deposuit potentes de sede» debbono essersi incrociati.

A ulteriore conferma si potrebbe riflettere su un fatto anch’esso unico nelle cronache napoleoniche: quattro anni dopo, diede ordine che la statua della Vergine di Loreto fosse tolta dal deposito parigino delle mummie e restituita al santuario. Ancora più inaudito! Quando mai, in altre occasioni, si preoccupò di restituire “idoli cattolici”? Agiva forse il ricordo di quanto avvenuto, in quelle remote Marche, nel salone dei marchesi Trionfi? A una immagine della Madonna ridati i gioielli e condonata la distruzione già decisa, un’altra restituita al suo santuario: qui, e qui soltanto, due simili eventi.

Ebbene, ecco la sorpresa che rimarcavo nelle pagine scritte con Cammilleri e che non sembra, stranamente, essere stata osservata da alcuno. Quell’incontro, così altamente simbolico, così nascostamente drammatico, tra il futuro padrone d’Europa e la “Regina di tutti i Santi”, quello scambio d’occhiate ad Ancona avvenne un sabato, giorno da sempre mariano. Ma era un sabato che per noi è del tutto particolare, cadendo un 11 di febbraio: esattamente nell’anniversario di quel giorno, sessantuno anni dopo, cominciava a Massabielle quel che sappiamo, proprio in quella Francia su cui il Bonaparte aveva regnato.