TIMONE – Giugno 2009

Internet (e dintorni) 

Da tempo, devo ai lettori un chiarimento. Molti me l’hanno chiesto – e me lo chiedono – ma sinora non avevo provveduto: non solo per pigrizia, ma anche per il fastidio di dovere confrontarmi con delle assurdità, esposte per giunta con toni da esperto di mondo, al quale non la si fa. Dovevo affrontare, insomma, uno che si crede il giustiziere che smaschera i furbetti, i disonesti come me che non solo si spacciano per cattolici, non solo ignorano la dinamica della fede, ma presentano anche per propria quella che non è farina del loro sacco. Arrivando, persino, a «derubare un povero e indifeso parroco di provincia».

Ho sempre avuto per regola di non replicare alle aggressioni polemiche, se non in rari casi; e solo per precisare inesattezze ed errori di fatto troppo grossi per essere lasciati passare. Invece di reagire, ho spesso approfittato di chi polemizza con quanto scrivo per riflettere e magari per imparare.

Correggendomi, se necessario. Come ho fatto, ad esempio, nella postfazione che appare nelle edizioni di Ipotesi su Gesù a partire dal 2001, dove riconosco che la celebre espressione pascaliana nel Mémorial («Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, non dei filosofi e degli scienziati») ha tratto in inganno l’ancor giovane convertito che ero, introducendo un abusivo aut-aut nella dinamica cattolica dell’etet che, allora, non mi era ancora ben chiara. Nano sulle spalle di giganti, sono sempre stato alla larga da atteggiamenti oracolari e profetici, riconoscendomi un solo “carisma”: quello della fallibilità del povero cronista che sono. Ciò che cerco di divulgare il più fedelmente che posso è l’insegnamento del Magistero cattolico, ritraendomi spaventato al sospetto che qualcuno possa considerare anche me un “maestro”. Ci mancherebbe anche questa, per una Chiesa immersa nelle difficoltà che sappiamo proprio per la moltiplicazione postconciliare di coloro che annunciano di avere scoperto, proprio loro, che cosa voglia dire davvero il Vangelo!

 

 

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Se stavolta (e con molto ritardo) mi decido a intervenire è, lo dicevo, per venire incontro ai lettori che, cliccando il mio cognome su Google, cioè sul maggiore motore di ricerca della Rete, trovano subito – al terzo posto su quasi trecentomila riferimenti un collegamento intitolato Dicono che è cattolico. Gli errori di Messori sulla Resurrezione di Gesù. Se si clicca su Altavista, appaiono addirittura oltre un milione di link, con al decimo posto quello di cui parliamo. Aprendolo, si trova tal Miguel Martinez che dice di avere deciso di ospitare sul suo sito il lungo articolo di tal Andrea Carancini a proposito del mio Dicono che è risorto. Non conosco né l’uno né l’altro e, forse, anche questa è una ulteriore conferma della mia ignoranza. Forse si tratta di eminenti specialisti che, nel mio provincialismo, non conosco? Chissà… Il Carancini (perché suo, dicevo, è l’intervento ospitato dal Martinez) mette in stampatello, per maggiore evidenza, all’inizio delle sue molte pagine, quanto un autore ottocentesco attribuisce a Voltai re: «Soleva dire: “Coi libri si fan libri”. E veramente i concetti altrui con brioso stile faceva suoi e divulgava».

In effetti, la tesi di questo signore è che il Messori è assimilabile a Voltaire almeno in questo: nel farsi bello con piume altrui, scippando le idee e nascondendo la fonte.

Esempio scandaloso della mia disonestà sarebbero i capitoli XII e XIII di Dicono che è risorto, dove esamino il celebre ed enigmatico «vide e credette» del ventesimo capitolo del vangelo di Giovanni, allorché l’apostolo che Gesù amava entra con Pietro nel sepolcro spalancato e vuoto, il mattino di Pasqua. Ebbene, per spiegare subito le ragioni della allusione ai plagi di Voltai re, il Carancini svela al lettore una verità scandalosa e amara: «Vittorio Messori ha dedicato il suo ultimo successo editoriale alla Risurrezione di Gesù (…) e tuttavia pochi hanno notato che i due capitoli più importanti del libro, quelli che più direttamente entrano in argomento, non fanno che ricalcare le soluzioni storiche e filologiche di un libro uscito 13 anni prima, Sulle tracce di Cristo risorto, stampato in proprio nel 1987 da un parroco di Tivoli, don Antonio Persi li». Con grande ingiustizia, mentre il subdolo Messori raccoglieva allori alle spalle del sacerdote, evitando di citarlo, l’opera di questo «non ha ancora trovato una casa editrice – cattolica o non cattolica – disposta a pubblicarlo», visto che l’uno è scrittore famoso, mentre l’altro è solo un povero, «semisconosciuto parroco di campagna».

L’espressione commovente, «parroco di campagna», ritorna sotto la penna, seppure elettronica, del detto Carancini quando si denuncia un’altra mia malefatta: sceglierei, cioè, «bersagli deboli» come questo, che definirei con sprezzo «dilettanti», mirando a un colpo grosso. Nientemeno che «cercare di liquidare il fondamento di duemila anni di apologetica cristiana»! Un cinico volpone, questo Messori: si impadronisce delle buone idee di un piccolo prete e le manipola ad arte, creando «un sensazionali. smo giornalistico mirato al favore del grosso pubblico». Aspirando, così, a fare soldi vendendo molte copie, ma «salvaguardando nel contempo la suscettibilità dell’establishement curiale, di cui Messori è parte integrante». Insomma, mi vedo sospeso tra Voltai re e quella Curia romana che, come ben sa chi mi conosce, costituisce davvero l’ideale di uno come me, da una vita in fuga da direttori di giornali che avrebbero voluto spedirlo a Roma a fare il “vaticanista”…

 

 

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Credo che mi si capisca se ho recalcitrato a lungo a rispondere alle domande perplesse dei lettori, che volevano da me una replica. Cascano davvero le braccia, non riuscendo a capire come qualcuno come questo signore, che pure riempie di note il suo lungo j’accuse, possa iniziare mettendo sull’avviso i suoi lettori: «…pochi hanno notato che i due capitoli più importanti del libro non fanno che ricalcare le soluzioni storiche e filologiche di un libro uscito 13 anni prima.. .». Una rivelazione, forse, per i suoi ignari lettori, non certo per quelli di Dicono che è risorto, che ben sanno come don Antonio Persili sia citato più di trenta volte e sin dalle primissime delle mie 18 pagine. Le quali, tutte, si sviluppano in dialogo esplicito con lui: spesso per concordare, in alcuni punti per aggiungere e precisare. Il tutto, peraltro, in un clima di amichevole rispetto, e anche con gratitudine e qualche punta di ammirazione, dopo avere raccontato come equalmente fossi penetrato in quelle pagine di cui, all’inizio, diffidavo, scambiando le per quelle dei tanti dilettanti di esegesi che ogni giorno mi inviano i loro manoscritti, quasi sempre inservibili. Nel libro, confesso subito a chiare lettere che non era il caso di don Antonio. Se ciò è scippo o plagio occulto, giudichi chi vede, o rivede, quei miei due capitoli!

Comunque, a proposito di sfruttamento di un povero autore di provincia, spremuto da me come un limone e rigettato poi nel suo anonimato: non appena Dicono che è risorto ebbe esaurito le prime delle sue molte edizioni, un editore importante stampò il libro che don Persili, in tanti anni di tentativi, non era riuscito a far pubblicare se non a sue spese. E ricordo la telefonata che quel sacerdote, divenuto un amico, mi fece – tanto emozionato da avere la voce incrinata – quando, sceso a Roma, vide quelle sue pagine nelle vetrine delle grandi librerie religiose di via della Conciliazione. Quel libro, non solo lo feci stampare ma aiutai a lanciarlo, portando tra l’altro don Persili con me in una trasmissione televisiva molto vista, vincendo la sua timidezza, e dandomi da fare per propiziare recensioni sui giornali. Quando, tempo fa, i suoi parrocchiani (che gli sono, giustamente, assai affezionati) decisero di celebrare i 50 anni della sua ordinazione, mi telefonarono per comunicarmi un desiderio del festeggiato: che anch’io, cioè, facessi parte del comitato e, se possibile, andassi a Tivoli perché voleva riabbracciarmi. E questo, precisò don Antonio, in segno di gratitudine per avergli dato una delle maggiori gioie della sua vita di studioso appartato e per troppo tempo ignorato. Solo Dicono che è risorto, mi ribadì, aveva interrotto quell’isolamento. Se non potei accettare, e con rammarico, l’invito è solo a causa di altri impegni che non mi fu possibile cancellare o spostare.

Questo è quanto dovevo precisare a coloro che, curiosi di sapere qualcosa del mio lavoro, digitano un motore di ricerca e subito si trovano davanti questo modello di precisione informativa.

Quanto al resto delle 18 pagine, non vi entro. Il tono è dato sin dal titolo, con quel «dicono che è cattolico» che vuole essere beffardo. Per il Carancini sono un presunto “cattolico”, da mettere sempre e solo tra virgolette. Tra l’altro è divertente perché proprio io! – sono gratificato di termini come neo-modernista, illuminista, razionalista: un articolo prezioso, dunque, da mandare ai molti che mi accusano giusto del contrario.

Ma non entro nei contenuti perché l’ho ricordato – si tratta di schermaglie ideologiche dalle quali cerco di imparare quanto può servirmi, senza perdere tempo in “confronti” inutili, poiché questo tipo di interlocutori aggressivi fa sempre un dogma intoccabile delle sue personali opinioni dalle quali non si muove quali che siano le evidenze contrarie.

 

 

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Visto che siamo in argomento. Come tutte le cose umane – e per la solita legge della “compresenza degli opposti” – Internet è una grande opportunità e, allo stesso tempo, un pericolo, se non una sventura. Inutile ricordare il positivo, che tutti constatiamo ogni giorno. Quanto al negativo, essendoci l’imbarazzo della scelta, mi viene in mente la messa in pratica, a livello planetario, della amara battuta di qualcuno: «Il guaio di ieri era che molti non sapevano parlare. l guaio di oggi è che troppi non sanno tacere». C’è certamente una democrazia positiva del web, ma c’è anche quella per la quale ogni ignorante, disinformato, malevolo, sfaccendato, maniaco, matto, può mettere sotto gli occhi del mondo intero il suo “secondo me”, il suo delirio, la sua calunnia, con visibilità pari a quella, che so?, di una enciclica papale. Diventando, tra l’altro, incancellabile per un tempo indefinito e senza possibilità di difesa da parte di chi sia aggredito o diffamato. L’anonimato, l’evanescenza, l’impossibilità di intervento sono le leggi di questo mare crescente di parole e di chiacchiere, di ragionamenti e di deliri, di informazioni corrette e di menzogne.

Anche, soprattutto per questo, io pure navigo nel mare spesso limaccioso di Internet ma non clicco mai – se non costretto come nel caso di cui ci siamo appena occupati – sul mio nome.

Non so, davvero!, che ci sia dietro a quelle centinaia di migliaia di link che appaiono battendo sulla tastiera Messori. Anche perché, in fondo, che me ne importa? Non è anche in questi casi che si scopre quale fortuna sia l’essere cristiani? Pure davanti allo schermo ho la conferma del privilegio che è la fede, che ti dà l’appagante certezza che c’è un solo Giudizio, quello di una sola Persona, che davvero conti. E, dunque, i conti vanno fatti con la propria coscienza e non con l’angoscioso “che dicono di me gli uomini?” di coloro che, per dirla con Paolo, «non hanno speranza». Dicano quel che gli pare, nel bene e nel male. Non è dei loro elogi o delle loro polemiche che devo rallegrarmi o indignarmi.

Saranno del tutto irrilevanti quando anche per me, come per tutti, giungerà il Gran Giorno.

 

 

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Prospettiva di fede a parte, qualcuno ha previsto che, aumentando le pagine elettroniche e diminuendo quelle di carta – quelle, cioè, di libri e giornali tradizionali – diverrà impossibile fare storia: chi vorrà ricostruire gli eventi, anche recenti, avrà un eccesso mostruoso di materiale, senza alcuna possibilità di controllo. Tutto finirà in una enorme melma virtuale, dove i granelli di verità non saranno distinguibili da pettegolezzi, deformazioni, equivoci, deliri, bugie.

C’è del vero, anche se pure Gutemberg non assicura nulla, quanto ad attendibilità. Ne ho avuto l’ennesima conferma in questi mesi, scorrendo il libro, di carta!, delle memorie di un giornalista che ha varcato ormai la settantina e si è occupato per tutta la vita di informazione religiosa. Informazione, in realtà, in questo caso è una parola grossa, probabilmente abusiva. Provenendo direttamente dal seminario, lasciato nei furori del Sessantotto, questo collega era divenuto una delle icone del cattocomunismo puro e duro. Ben pagato e sindacalmente ben tutelato da ricchi giornali borghesi, per decenni ha fiammeggiato (ovviamente con toni “profetici”….), con apologie della Chiesa dei poveri, con teologie della liberazione, monomanie sugli “ultimi”, con disprezzi e accuse contro l’invisa Gerarchia, con previsioni apocalittiche, tutte puntualmente smentite dai fatti. Alla fine, l’amaro imprevisto: anche su di lui sono piombate, pesantissime, le macerie del Muro comunista. Come è avvenuto per tutti gli altri della “parrocchia rossa” dei cosiddetti intellettuali, invece di cambiar mestiere – previa doverosa richiesta di scuse a chi lo avesse preso sul serio – ha continuato come se nulla fosse ad esibirsi in pubblico con analisi, bilanci, prospettive, giudizi. E adesso, questo sconfitto della storia (uno dei tanti, s’intende, e non certo dei maggiori) ci propina anche il libro di memorie, dove sentenzia come se fosse stato lui ad avere visto giusto nel futuro.

 

 

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Per curiosità, guardo anche qui, nell’indice dei nomi. Il mio c’è, ovviamente; e, altrettanto ovviamente, vi è citato come quello dell’antagonista, del reazionario, del passatista, del leccapiedi (per soldi e per brama di potere, ça va san dire) di cardinali e papi. Carte rovesciate, insomma: come se avessero avuto torto coloro che, a differenza di lui, non si sono lasciati ubriacare dallo spirito dei tempi, coloro che hanno atteso impazienti che svanisse l’ubriacatura clericale, che finisse il tragicomico carnevale dei seminaristi e dei preti convertiti al Verbo sedicente “progressista” e che si è rivelato in realtà come un improponibile passato.

Peggio per lui, ci sarebbe da dire, se è a tal punto incapace di autocritica. Ma peggio anche per quelli che verranno dopo di noi, se tenteranno di ricostruire le vicende della Chiesa del postconcilio basandosi su queste “fonti” che, pur se in solida carta, non sono diverse da quelle che tremolano sugli schermi del computer. Vi vedo ad esempio – non so se divertito o incredulo – le molte pagine dedicate alla pubblicazione, a metà degli anni Ottanta, dell’esecrato Rapporto sulla fede, quello dove il cardinal Ratzinger suscitava ondate di indignazioni pretesche per questo presunto «Manifesto della Restaurazione» che io avevo avuto la colpa di raccogliere e diffondere. Devo sorridere o indignarmi, leggendo di retroscena fantasiosi, di complotti ipotizzati, di “veline” provenienti dalle Alte Sfere, di disegni politici, di alleanze tra Poteri Forti? Leggo e, alla fine, decido di rallegrarmi con me stesso: in effetti tutto mi era sembrato così semplice, lineare, chiaro, alla luce del sole nella progettazione, nella stesura, nella pubblicazione di quel libro. E scopro, invece – nella ricostruzione al limite del delirio di questo cosiddetto “informatore” che continua ancora a imperversare sui giornali – di essere stato un protagonista non secondario di una storia alla Dan Brown: una trama complessa, tenebrosa, allargata al mondo intero, dove la teologia si sarebbe intrecciata al potere, non soltanto ecclesiastico ma anche politico e finanziario. Accidenti! Non mi prendevo tanto sul serio! Non sapevo di avere una mente tanto machiavellica da poter far parte di una macchinazione planetaria, in combutta con cardinali, capi di stato, il papa stesso. Circondandomi di tanti, complicati sospetti presentati come verità occulte ma assodate, questo dietrologo gauchiste ha nutrito la mia vanità.

Insomma: a me, alla fin fine, è andata bene. Ma andrà bene altrettanto agli sventurati che, in futuro, vorranno sapere come sono andate davvero le cose e leggeranno storie basate su simili “fonti”? .