TIMONE – Giugno 2008

Apologia di Lourdes/3

Continuiamo la riflessione, sorretta dalla ricerca sia religiosa che storica, sulla data che il Cielo stesso ha scelto per una discesa dal Cielo di Maria, onde creare un pellegrinaggio che diventerà il maggiore della cristianità. Non dimentichiamo che questo era lo scopo della Madre: invitarci alla preghiera e alla penitenza, offrirci una speranza di salvezza e di salute sorreggendoci con quei segni, quei gesti, quegli atti concreti che sono le “processioni” da Lei chieste il 2 di marzo, alla tredicesima apparizione, La data dunque: quel giovedì 11 febbraio. Era un “giovedì grasso”, l’inizio del tradizionale periodo di festa, con il desiderio di spensieratezza, magari di qualche eccesso nel cibo e nel vino (per quanto possibile, nella miseria dei tempi), prima di immergersi, il mercoledì delle ceneri, nell’austerità della Quaresima.

Maestra in umanità, come amava ripetere Paolo VI, la Chiesa ha sempre saputo che nella vita dell’uomo deve esserci g:;: posto per la penitenza e per la festa, per il riso e per il pianto, per il silenzio e per la conversazione. Dunque, ha sempre concesso, seppure con prudenza, quella sorta di “zona franca” che è il Carnevale. Basti dire che uno dei più famosi era proprio quello della Roma pontificia. Anche se qualche austerissimo borbottava, il Papa stesso non si negava un passaggio in carrozza sul Corso (chiamato così proprio dalle corse dei cavalli in quei giorni), benedicendo, sorridente e indulgente, la folla festante. Pio IX, il papa di Bernadette, faceva anch’egli così, favorito tra l’altro dal carattere bonario e comprensivo, al contrario di quanto vogliono i suoi detrattori. Ricordo con quale ammirata nostalgia l’allora cardinal Ratzinger mi parlava del cattolicesimo bavarese della sua infanzia, un cattolicesimo mi diceva – “colorato”, dove la pastorale sapeva far posto a tutto, comprese le feste per la vendemmia o per la prima birra spillata o per il pranzo festoso che concludeva processioni e pellegrinaggi, dopo le fatiche della marcia e l’impegno per la lunga preghiera.

Il triplice “penitenza!” che Bernadette udrà nella Grotta il 24 febbraio, all’ottava apparizione, fa pensare che Maria non abbia iniziato casualmente (nulla, ma proprio nulla, può essere qui casuale) il suo ciclo di apparizioni in quel giovedì detto “grasso”. Quella prima volta, però, si limitò a sorridere e tacque. Ma ciò che ora attira di più la nostra attenzione, è il giorno della settimana. Il giovedì, per la Chiesa, è il giorno dell’eucaristia e il giorno del sacerdozio. Il giovedì Santo, in ogni cattedrale del mondo, si consacrano gli oli per i sacramenti: battesimo, unzione degli infermi, ordini sacri. AI mattino, si riammettono nella Chiesa i pubblici penitenti che hanno scontato la pena canonica. Il giovedì è il giorno ecclesiale per eccellenza: e, come osservavamo le volte precedenti, Lourdes è strettamente ecclesiale, diremmo – in qualche modo – “papalina”. C’è una insistenza su questo giorno, tanto che l’abbé René Laurentin, il grande esperto, ha potuto osservare che le tre apparizioni più significative avvengono proprio di giovedì: l’inizio di tutto, poi la scoperta della fonte il 25 febbraio (quella fonte che si rivelerà tanto salutifera e che è inseparabile dal santuario) e infine il culmine, la rivelazione del nome, «lo sono l’Immacolata Concezione», il 25 marzo. Che non era solo giovedì ma anche giorno dell’Annunciazione.

 

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Al proposito, en passant: non mi risulta che sia stato mai notato che la scelta di quella festività di marzo per la conferma, misteriosa e solenne, del dogma del 1854, conferma anche la data del Natale.

Il quale è celebrato, naturalmente, a nove mesi esatti dal concepimento verginale.

Maria approva dunque anche questo: la data del25 marzo fissata dalla Chiesa per celebrare la visita dell’arcangelo Gabriele è quella “giusta”. Del resto, di recente ne abbiamo avuto una conferma grazie ai manoscritti di Qumran, studiando i quali un insospettabile professore ebraico è riuscito a ricostruire i turni al tempio di Gerusalemme delle varie classi sacerdotali. Tra questi turni, anche quello di Zaccaria che, proprio mentre era di servizio in quel luogo più sacro fra tutti per i pii ebrei, ebbe da un angelo la rivelazione di un figlio da chiamare Giovanni dalla moglie Elisabetta già anziana. Poiché sappiamo il distacco di sei mesi tra la nascita di Giovanni e quella di Gesù, è stato possibile confermare quella data del 25 dicembre che quasi tutti, anche tra gli studiosi cattolici, consideravano scelta non per rispettare la verità storica bensì per sostituire le feste pagane per il solstizio invernale. Una conferma erudita, dunque, mentre quella di Lourdes ci è giunta per via che potremmo definire “mistica”, anche se nessuno, o quasi, sembrava essersene accorto.

Ma, come diceva ancora Laurentin, scavare sul calendario di Lourdes significa accorgersi che tutto il ciclo delle venute di Aquerò nella grotta sul Gave si inserisce sia nel “santorale” che nel “temporale” della liturgia cattolica. Il “santorale” come memoria dei santi: e lo vedremo nella prossima puntata per il giorno iniziale, dedicato a una santa davvero “speciale”. Quanto al “temporale”, cioè le stagioni liturgiche dell’anno, ci si accorge che tra le diciotto apparizioni il gruppo di quelle “penitenziali” si svolge nel tempo quaresimale, tempo nel quale, tra l’altro, tocca a Bernadette, per due volte, la “penitenza dell’assenza” della meravigliosa Visitatrice. AI contrario, nel tempo pasquale le visite della Signora sono caratterizzate dalla gioia. Si veda quella del 7 aprile, la penultima apparizione, quella del famoso “miracolo del cero”, con la veggente la cui mano sarebbe stata avvolta a lungo dalle fiamme senza accorgersene (cosa che può avvenire in certe situazioni psicologiche) ma, soprattutto, senza alcuna conseguenza sulla pelle. E questo, non c’è alterazione mistica o isterica che possa permetterlo, come dichiarò il medico di Lourdes che era presente e subito esaminò lo stato d§~e cose, non trovando alcun segno di bruciatura. Costui che compì la visita immediata e, accanto alla veggente, aveva osservato per tutto il tempo la fiamma che avvolgeva la mano era il dottor Dozous, colui che al Café Français, raduno degli “spiriti forti”, fino ad allora si era fatto beffe della “farsa di Massabielle” e trattava la ragazzina da “povera sciocca”.

 

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Quel giorno, comunque, Bernadette cadde in estasi quasi subito, il suo volto restò raggiante sia durante che dopo la recita del rosario, quando si spostò verso il fondo della grotta e apparve impegnata in una conversazione, della quale peraltro nessuno udiva le parole, non facendo altro che sorridere felice tra un movimento e l’altro delle labbra, senza suoni percepibili da orecchie umane. Alla fine, non volle dire nulla, assicurando che si trattava di cose private che la Signora voleva tenesse solo per lei, senza parlarne con alcuno. Rivelò soltanto che l’Immacolata era scesa dall’alto ovale nella roccia dove solitamente appariva e aveva conversato con lei, una di fronte all’altra. Due giovani donne, insomma, che si sono incontrare e discorrono tra loro. È, questo, un fatto che mi è sempre sembrato tra i più impressionanti, mostrando quale confidenza avesse instaurato la Signora con la sua piccola ambasciatrice. Tra l’altro, vi scorgo una ulteriore garanzia di veridicità della testimonianza: in caso di mistificazione o di esaltazione, Bernadette avrebbe fatto di tutto per preservare l’aura di sacralità, di distanza, di regalità dell’Apparsa. Non l’avrebbe fatta scendere da quel suo trono di roccia contornato dal roseto, descrivendola per giunta (quando le fu chiesto negli interrogatori) alta, o meglio piccola, quanto lei. AI proposito, mi viene in mente che le donne eleganti della piccola quanto pettegola borghesia di Lourdes rifiutarono a lungo di credere che fosse davvero la Madonna: come poteva, la Signora per eccellenza, apparire per ben diciotto volte con lo stesso vestito? Non è una battuta, è testimoniato da varie lettere, conservateci negli archivi, delle interessate. Ed è un motivo in più per fidarci di Bernadette che non descrisse mai la Regina del Cielo come quelle delle favole, sfoggianti sempre nuove, mirabolanti toilette.

Gioia, dunque: soltanto gioia in questa apparizione del tempo pasquale, mentre nel tempo quaresimale erano risuonate le esortazioni alla penitenza, alla preghiera per i peccatori, fino all’invito a baciare per essi la terra. Ma c’è, qui, un altro di quei segni che si rivelano solo ad un esame attento: quel 7 aprile 1858 era un mercoledì dopo Pasqua. E sarà un mercoledì dopo Pasqua il16 aprile 1879 in cui alle tre del pomeriggio, dopo avere detto “Ho sete” e avere sorbito un poco d’acqua da un cucchiaino, Bernadette reclinò il capo. Si era mostrata degna della promessa di «essere felice nell’altra vita»: proprio di questa promessa parlarono le due, così sorridenti, sotto la volta della grotta? Conversarono forse, gioiose, dell’incontro che avrebbero riavuto, questa volta per l’eternità, nell’anniversario di quel giorno?

E il fuoco del grosso cero che non era riuscito a intaccare la sua carne, in quel mercoledì di Pasqua, non sarà stato un segno della incorruttibilità del suo corpo, restato infatti intatto dopo la morte? Todo es posible, dicevano i mistici spagnoli, tutto è possibile in questa Lourdes dove, lo dicevo, più si ha conferma che, qui, davvero numquam satis.

 

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Ma torniamo a quei giovedì che si susseguono, marcando le tappe fondamentali del ciclo. Il richiamo all’eucaristia sembra trasparente e indubitabile. E questo richiamo (a ben vedere) è presente anche nella richiesta di costruire «una cappella» dove «venire in processione». Come ha notato un domenicano, il padre Henri Petitot: «Non si può, per un cattolico, costruire una chiesa senza che vi si celebri il Santo Sacrificio della Messa, senza che vi si adori il Santo Sacramento. E la processione che la Signora ha chiesto non comporta anche l’adorazione da parte delle folle di quel Sacramento? Dunque, il culto eucaristico è implicito in questa richiesta. Non è certo per lei ma per il Figlio, presente sotto le Sante Specie, che la Signora ha fatto quella duplice richiesta». E questo valga, tra l’altro, come risposta alla perplessità di alcuni. La Madonna che chiede una chiesa per sé? Niente affatto, ancora e sempre tutto e solo per il Figlio. Ciò che desidera è un luogo dove il pane e il vino si facciano carne e sangue e dove questo Mistero venga adorato.

È anche quanto, per sensus fidei, intuì Bernadette stessa. La prima comunione la fece il 3 giugno di quello stesso 1858: era la festa del Santo Sacramento. Qualcuno, un po’ fatuamente, le chiese se fosse «più contenta di avere visto la Signora dei Cielo o di avere ricevuto Gesù nell’eucaristia». Pronta e netta la risposta di quella ignorante secondo la cultura mondana e ricca della sapienza che davvero conta: «È una domanda alla quale non si può rispondere perché le due cose vanno insieme». Maria, apparendo, indica Gesù e, con Lui, l’eucaristia, il Suo modo per essere con noi sempre. Dunque, la Madre nella Grotta e il Figlio nel pane e nel vino formano, per così dire, una unità per dirla con la piccola Soubirous, «le due cose vanno insieme».

 

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Ma, per uscire un momento dal ritmo della liturgia e per fare una incursione nella storia generale: uno sguardo alla cronologia del mondo insinua un dubbio. La scelta di un 11 di febbraio non vorrà ricordarci il Magnificat con quelle sue severe parole sui grandi e potenti della Terra? «Ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore, ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili», intona Colei che, per sua portavoce, elesse quella quattordicenne asmatica, miserabile, ignorante che sappiamo, agli antipodi esatti della scelta che avrebbe fatto una regina del mondo.

Mi limito ad allineare qui qualche nome e data, consapevole, ovviamente, che – almeno qui – potrebbe trattarsi di semplici coincidenze, sulle quali è comunque lecito riflettere, proprio alla luce di quel Magnificat che citavo, così ammonitorio verso chi sta in alto, ma solo secondo le categorie del mondo.

Per esempio: sembra singolare che l’11 febbraio sia, da oltre due millenni, la data più importante per il Giappone. È grande festa sia religiosa che civile, poiché in quel giorno, addirittura nel 660 avanti Cristo, Jimmu Tenno divenne primo imperatore del Giappone, fondando la dinastia che dura tuttora, la più antica del mondo. Dopo la disfatta del 1945, gli americani insistettero perché fosse istruito un processo di Norimberga nipponico che mandò sulla forca i responsabili della guerra, ma non osarono non dico condannare ma neanche destituire l’imperatore, Hiro Hito, che pure era stato grande fautore dell’espansione imperialista.

Non si giudica colui che discende, attraverso una successione di oltre due millenni e mezzo, addirittura da Amaterasu, la dea del Sole. Lo shinto, religione ufficiale del grande Paese, è basata proprio sull’adorazione del supremo Capo dello Stato: esempio estremo di ciò che il Dio cristiano ha vietato, con il suo «date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio». Proprio per rifiutare all’Imperatore romano onori divini per tre secoli i cristiani andarono al martirio. Eppure, una simile deformazione, una tale blasfema mescolanza è ancora viva (malgrado qualche aggiustamento formale) e non in un luogo ininfluente e remoto bensì in una delle maggiori potenze mondiali. Insomma: che l’11 febbraio di Lourdes abbia un qualche legame anche con tutto questo, per ricordare che il messaggio biblico centrale è proprio l’adorazione di Dio e di Dio soltanto?

 

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Per venire ben più vicino a noi, nello spazio e nel tempo: chissà che non ci sia un altro “segnale” nel fatto che l’11 febbraio del 1531 Enrico VIII si proclamò – e fu proclamato da vescovi che aveva convinto con le blandizie o con le minacce – “Capo Supremo” della Chiesa d’Inghilterra? Quel carattere “cattolico” di Lourdes che più volte abbiamo notato sarà davvero estraneo a una simile data che segna la prevaricazione di un re che usurpa – per giunta per bassi motivi personali – il posto che spetta al Pontefice? Neanche Lutero era giunto a tanto, conferendo ai prìncipi ruoli di controllo e di moderazione, non supremazie complete sulla comunità ecclesiale. Qui pure, dunque, un «date a Cesare quel che è di Cesare», con ciò che segue?

Ma, consultando la cronologia, si scoprono altre singolarità di un possibile rapporto tra la data di inizio del ciclo mariano e i potenti: o, meglio, i prepotenti.

Come mi è capitato di accennare su un libro, mi sorprende che nessuno storico, neanche delle apparizioni, abbia mai notato come per 12 anni la Germania sia stata in festa ogni 11 febbraio. In effetti in quel giorno, secondo il calendario tedesco, si commemora l’antico vescovo di Osnabrueck, il cui nome era Adolfo. Onomastico, dunque, del Fuehrer, con valanghe di auguri e ricevimento di Stato alla Cancelleria di Berlino! Un “segno” pure questo, per chi sappia riflettere?

Prima di Hitler, il maggior portatore di morte della storia era stato Napoleone Bonaparte, colui che, davanti alle cataste di caduti e di agonizzanti dopo le sue battaglie (oltre mezzo milione di morti, in pochi mesi, nella sola campagna di Russia) scuoteva il capo tranquillo, imponendo il silenzio a chi esprimeva rammarico: «Tranquillo! Alcune ore di amore dei superstiti basteranno a colmare i vuoti». Ebbene, c’è un 11 febbraio altamente significativo anche per questo macellaio.

È ciò che, a Dio piacendo, vedremo al prossimo appuntamento.