TIMONE – Febbraio 2009

Lourdes VIII 

Un po’ me ne dispiace. Parlo della necessità di interrompere, con questa ottava puntata, l’indagine su Lourdes, alla ricerca dei segni di credibilità e delle ragioni per confermarci nella verità di quell’evento. Necessità di interrompere, dico, perchè, dopo un anno in cui sono stati condotti sotto i Pirenei, i lettori (che pure hanno gradito queste pagine, come in molti mi hanno testimoniato) hanno diritto che il “vivaio” ritorni al suo carattere composito, al suo scorazzare imprevedibile nella storia e nella attualità.

Comunque, ciò che interrompo qui è solo la pubblicazione sul giornale dei risultati della mia ricerca, iniziata molti anni fa e mai interrotta. Mail molto, moltissimo materiale raccolto è stato soltanto scalfito. Dunque, l’intenzione è quella di proseguire in vista di un libro che mostri sino a che punto Lourdes è anche una straordinaria, forse unica opportunità apologetica. Anche in questo senso è un dono che ci è stato offerto e che dobbiamo utilizzare.

Di questa ottava puntata approfitterò, dunque, per indicare alcune delle piste che sono da esplorare e che, a Dio piacendo, mi riprometto di approfondire. Innanzitutto: mai bisogna dimenticare che tutto il peso del maggiore, forse, dei santuari cattolici grava sulle umanamente debolissime spallucce di Bernadette. “Credere” in Lourdes significa dare fiducia alla sola testimone, quella che è stata scelta perché fosse il tramite tra Cielo e Terra. A lei, esplicitamente, ho già dedicato un buon numero di pagine nel saggio introduttivo per la traduzione in italiano del riassunto delle apparizioni scritto dal maggiore storico di questi eventi, don René Laurentin. Con questo studioso, cui mi lega una lunga amicizia e una grande stima, avevo concordato di fare uscire una versione nella nostra lingua di quella sua sintesi, che permettesse ai pellegrini italiani (la maggioranza, con i francesi) di basarsi su una ricostruzione storicamente rigorosa. Ho così proposto il libro non a un editore confessionale, ma al maggiore Mondadori – tra quelli laici, ho indicato un titolo che dicesse i contenuti e, insieme, attirasse il lettore (Lourdes, cronaca di un mistero) e ho aggiunto, come prefazione, quel saggio che dicevo. In esso, ho cercato di mostrare i motivi che inducono a una fiducia completa in ciò che ci è stato riferito da quella miserabile secondo il mondo e ricca di grazia e sapienza secondo il vangelo.

Non ripeterò qui, dunque, quanto già scritto (e che confluirà nel libro che progetto) ma vorrei aggiungere qualche altro spezzone di credibilità, scelto tra ciò che conto di mettere nel futuro volume.

 

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Penso, ad esempio, a quanto avvenne nell’apparizione del 2 marzo. Aquerò (non aveva ancora rivelato la sua identità) disse alla piccola messaggera di «andare dai preti» a comunicare loro che desiderava che lì «si venisse in processione» e che «si costruisse una cappella». Terminata l’apparizione, Bernadette si trovò in grave imbarazzo: «andare dai preti» significava, a Lourdes, una cosa sola, rivolgersi al parroco, mons. Peyramale. Ma questi, come si sa, era uno spauracchio per molti.

Figurarsi per una poverina come lei che, tra l’altro, gli era sconosciuta, non avendo neppure fatto il catechismo. Quel sacerdote, in effetti, mascherava il buon cuore, la generosità, la fede salda dietro a una maschera di “burbero benefico”, sempre pronto a tuonare con un suo vocione di cui faceva sfoggio soprattutto alla domenica, sul pulpito. Ed è proprio lì che Bernadette doveva averlo sentito, spaventandosene. Come andare in quella tana del lupo a portare l’ambasciata della Figura in forma di “petito damizelo”, di piccola signorina, come l’aveva definita in bigourdan, il dialetto del luogo, in mancanza di termini più precisi? Eppure, bisognava farlo, aveva promesso di fare da messaggera di quanto le era chiesto sotto la grotta. Tornata a casa, con molta fatica riuscì a convincere due giovani zie ad accompagnarla. Nella casa parrocchiale, le tre furono accolte, come previsto, in modo tempestoso e la richiesta di andare «in processione» a quella grotta nota per essere il rifugio del branco comunale dei maiali suscitò nel parroco sbalordimento incredulo, sarcasmo, rimproveri alla piccola che, disse alle zie, era una disgrazia per la famiglia.

All’uscita dal presbiterio, le parenti se la presero con quella incomprensibile nipote, che le aveva costrette a fare una simile partaccia. Bernadette, avvolta nel suo sciali etto e nel suo cappuccio, camminava e taceva. A un certo punto si fermò, smarrita: «Mi era stato chiesto di riferire non solo della processione ma anche della cappella! Dobbiamo tornare indietro, devo adempiere alla mia promessa di riferire tutto!». Le zie la guardarono incredule: aggiungere un’altra richiesta, dopo la tempesta che aveva procurato la prima? Niente da fare, loro da monsignor Peyramale non ci tornavano di certo, la cara nipotina se la vedesse lei, trovasse qualcun altro che volesse vivere una simile esperienza. Così, Bernadette dovette rimettersi in fretta in cerca di una accompagnatrice, essendo impensabile che si presentasse da sola: insignificante com’era (e reduce poi dall’incontro che sappiamo) la perpetua non le avrebbe neanche aperto la porta, in ogni caso non avrebbe permesso che disturbasse ancora il suo reverendo principale.

Solo dopo una ricerca affannosa, trovò una coraggiosa disposta a venire con lei: accettò anche perché, essendo donna di chiesa, aveva una certa familiarità con il monsignore. Ma pensò di prepararlo prima, andando da lui e chiedendogli quando poteva ricevere di nuovo la figlia dei Soubirous. «Ancora?

Ma quella monella è un tormento! Vabbé ,facciamo per questa sera, prima di cena, alle sette», bofonchiò Peyramale.

All’ora stabilita, Bernadette si trovò di fronte all’imponente uomo dalla tonaca nera e dal sopracciglio aggrottato.

Disse, ovviamente in dialetto, tutto di un colpo, senza prendere fiato, con la sua voce sorprendentemente forte per un fisico così minuto: «Signor parroco, la damigella mi ha detto anche: “Andate a dire ai preti di far costruire qui una cappella”».

Sentiamo il seguito, nella ricostruzione di Laurentin: «La bambina sentì ritornare il temporale e, nel suo smarrimento, improvvisò, aggiungendo qualcosa – per la prima e unica volta nella sua vita! – ai termini precisi del messaggio: “Una cappella… anche se fosse piccola, molto piccola”». Il congedo, questa volta, fu sorprendente: non tempestoso ma quasi silenzioso, come se Peyramale non volesse in alcun modo darlo a intendere ma cominciasse a sospettare che c’era qui qualcosa di vero.

Quali i motivi del ripensamento del sacerdote, uomo non solo di grande fede, ma anche di notevole intelligenza?

Sono gli stessi motivi che convincono noi: se i messaggi di Bernadette fossero stati quelli di una isterica visionaria o di una simulatrice (le due sole possibilità alternative) mai e poi mai si sarebbe comportata in questo modo. Fare di tutto per ritornare davanti all’uomo che la spaventava per aggiungere qualcosa che aveva dimenticato, affannarsi per trovare qualcuno che l’affiancasse e, infine, dire quanto aveva da dire, cercando diminutivi per far passare più facilmente una nuova richiesta… ebbene, tutto questo conferma che non da lei veniva il messaggio, che sentiva di non avere diritto di non dirlo nella sua interezza, che sapeva di non essere altro che una ambasciatrice misera ma che aveva promesso di eseguire l’incarico che le era venuto da Altrove.

Sembra del tutto evidente che proprio in questo tipo di comportamento (che qui è particolarmente visibile, ma che è presente anche le altre volte) si manifesta la verità di visioni e di parole che sono esterne a colei che ne riferisce. Se il “messaggio” fosse in realtà una invenzione, e dunque fosse modificabile o riducibile a piacimento, da dove verrebbe questo scrupolo di dire tutto? Perché – andando ancora più a monte immaginarsi o inventarsi di dover riferire proprio al parroco, affrontando così la persona più temuta, l’osso più duro da convincere?

 

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Ma proprio questo – convincere – sembrava non interessarle. Uscendo dopo il primo incontro, con le zie sconvolte (una piange, l’altra è tentata di scappare), la sola tranquilla, addirittura impassibile, è proprio colei che è stata la maggiore sgridata. Alla parente che le chiede, tra i singulti: «Lo vedi come ti sei fatta sgridare?», risponde calma, anzi sollevata: «Oh, se il signor parroco non vuole crederci, sono fatti suoi. lo ho fatto la mia commissione!». Anche qui, il contrario esatto di una invasata o di una simulatrice, personaggi che vogliono essere presi sul serio, creduti, seguiti. Gente che vuole, appunto, convincere. In lei, invece, ecco il comportamento di una cui è stato semplicemente chiesto di consegnare un biglietto orale, non sapendo scrivere o leggere – lasciando ai destinatari la briga di vedere cosa dice, traendone le conseguenze. Le quali, in ogni caso, non dipendono da lei.

Per tutta la vita, del resto, non si affannerà mai a presentare “ragioni per crederle”, troncherà subito sul nascere ogni discussione con una sua frase divenuta, giustamente, assai nota: «Non mi è stato chiesto di convincervi ma di riferirvi». Una simile, come dire?, “neutralità” rispetto al messaggio è una ulteriore conferma di ciò che cercavamo di dire: quel che vedeva e sentiva non solo non veniva da lei, ma le era del tutto esterno e non era stato in alcun modo atteso o sollecitato. Nessuna ansia, dunque, di persuadere i suoi interlocutori; semmai, l’ansia, lo scrupolo di riferire subito e con precisione, lasciando le conclusioni a chi di dovere.

L’assenza di ogni “interesse personale” si constata pure nella numerosa serie di apparizioni silenziose. Perchè tacere, deludendo ogni volta la folla di convenuti fervorosi ed entusiasti, se non perchè davvero l’Apparizione aveva taciuto? E perchè, soprattutto, tacere tanto a lungo sulla identità della Signora, mentre tutti erano convinti da subito che proprio della Madonna si trattava? «Aquerò non mi ha detto chi è», replicherà per quasi due mesi e mezzo a coloro che davano per scontato che si trattava della Regina del Cielo. Alla fine, e solo alla terz’ultima apparizione, non parlerà della Vergine ma, ancora una volta, riferirà quanto ha sentito, anche se per lei incomprensibile: «lo sono l’Immacolata Concezione». E confermerà sempre, sino alla morte, che queste sono state le ultime parole che ha udito, che altre non gliene sono state consegnate.

Come nota sempre l’ottimo Laurentin, c’è qui un altro segno forte di verità: col passare del tempo, tutti i veggenti presunti e i falsi profeti aggiungono, ampliano, magari drammatizzano, mentre è il contrario in Bernadette in cui sembra verificarsi una sorta di “spogliamento”. Tanto che nel 1878, un anno prima del passaggio alla vita eterna, dove la Signora la attendeva per riabbracciarla, uno storico, col consenso dell’autorità religiosa, le sottopose un lungo questionario, per lasciare una testimonianza definitiva sulla apparizioni, “a futura memoria”. A molte delle domande, la religiosa replicò con un “non ricordo”. All’opposto, dunque, della sicurezza ostentata del simulatore o del visionario mistico. Questi personaggi, tra l’altro, sono in genere assai verbosi, nascondono dietro la siepe delle parole il loro imbroglio o la loro illusione. Quanto a Bernadette, non a caso un testo per la liturgia della sua festa la chiama «custos silentii», custode del silenzio: in effetti, Laurentin ha raccolto, con un lungo lavoro di scavo, le parole di cui sia rimasta traccia da lei pronunciate nei dodici anni passati nel convento di Nevers. Ebbene, malgrado la piccola religiosa fosse di continuo sotto osservazione (o perchè la si venerava o perché, come nel caso delle Superiore, si temeva che si insuperbisse), malgrado, dunque, tutto ciò che diceva fosse ascoltato e annotato, Laurentin non ha potuto raccogliere che 857 frasi in tutto che le siano attribuite. Cioè forse meno di quanto non pronunci in una giornata consueta una persona “normale”.

Uno “spogliamento” anomalo, il suo, anche nell’imminenza della morte, quando chiese alle consorelle di togliere dal suo letto e dalle pareti attorno ogni immagine religiosa, conservando unicamente il crocefisso: «Questo solo mi basta», sussurrò.

 

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La sua testimonianza andò sempre contro le attese, non solo non le compiacque ma le contrastò, a riconferma che non inventava ma, semplicemente, descriveva quanto aveva visto e sentito. Ruth Harris, una storica ebrea docente all’università di Oxford, ha scritto un libro rigoroso e importante su Lourdes, confermando – pur da non credente – che si tratta di “un caso serio”, di fronte al quale lo studioso anche laico non può permettersi una scrollata di spalle. La professoressa Harris ha notato, tra l’altro: «Sino alla fine, Bernadette ha ripetuto che la Madonna non era né più alta né più anziana di lei», malgrado la delusione e l’irritazione di coloro che la interrogavano». In effetti, «l’apparizione presentava ben poche somiglianze con l’idea che, nel cattolicesimo di allora, ci si faceva della Madre di Dio. La veggente non scorgeva una mamma con in braccio il bambin Gesù, ma una rappresentazione seducente della bellezza: piccola come Bernadette e altrettanto giovane, una damigella minuta e sorridente. La Madonna della Salette, comparsa 12 anni prima, era grande e materna, quella di Lourdes sembrava “troppo” piccola e infantile. La bella creatura della Grotta era dolce e gioiosa, si spinse sino a ridere, quando le fu chiesto di scrivere il suo nome, anche se talvolta passava a una espressione triste. L’apparsa sulle montagne di Grenoble, invece, piangeva amaramente sulle colpe degli uomini e parlava con toni apocalittici. Basterebbe questo per escludere ogni influenza de La Salette, di cui anche a Lourdes era giunto il culto, su quanto avvenuto a Massabielle».

Il fatto è, nota ancora questa docente ebrea della prestigiosa Oxford, che coloro che interrogavano Bernadette erano entusiasti se confermava le loro opinioni ma, se le contraddiceva, era solo perchè era «troppo stanca e affaticata». Lodavano la sua semplicità ma, al contempo, affermavano che questa caratteristica la rendeva inadatta al lavoro della ricostruzione storica. Sta di fatto che finì col fare prevalere i suoi pregiudizi anche Fabisch, il celebre scultore – ed esplicito cattolico, da buon figlio di polacchi – chiamato a interrogare Bernadette prima di eseguire la statua da porre nella grotta. L’immagine che nacque non rese abbastanza la realtà, protestò la veggente, innanzitutto perchè era troppo alt?: 1 metro e 78 contro il metro e 42 di Bernadette che sosteneva tenace che la demoiselle aveva la sua stessa altezza. Anche l’età, insisteva, sembrava la medesima, a differenza di quella raffigurata dallo scultore: 14 anni che, peraltro, parevano 12 se non 11. Inoltre, diceva sempre la figlia dei Soubirous, nella statua del buon Fabisch – che era rimasto molto deluso – l’apparsa «non era abbastanza sorridente». Il fatto è che lo scultore aveva cercato di adeguarsi, più che alle descrizioni sconcertanti della piccola, a ciò che era «plus convenable pour la Sainte Vierge»: conveniva, dunque, che fosse alta, non troppo giovane, dall’aspetto posato, se non grave. Non ci si rassegnava al fatto che, invece della maestosa Regina del Cielo, apparisse una sorta di compagna di giochi, una sorella più che una madre.

Altre delusioni ci furono per la posizione delle mani: Bernadette, lo sappiamo, sin dalla prima apparizione aveva al collo l’esemplare meno costoso della Medaglia Miracolosa, dove le mani della Vergine sono abbassate e aperte, in un gesto di accoglienza. La raffiguravano nello stesso modo quasi tutte le statue dove non era rappresentata con il Bambino. Era così, tra l’altro, l’immagine che Bernadette avrebbe avuto per anni sotto gli occhi, quella che stava nell’atrio della scuola delle suore dove avrebbe imparato a leggere e a scrivere. Si sarebbe voluto da parte di molti, soprattutto sacerdoti, che questa postura valesse anche per Lourdes, scontrandosi qui pure con la resistenza della veggente che insisteva nel dire che la Figura aveva sempre le mani giunte, all’altezza del petto, e solo quando rivelò di essere l’Immacolata Concezione «distese le mani verso terra e le riunì immediatamente sul petto, in modo da formare un solo atto di questi due movimenti». Ancora e sempre, la verità della testimonianza, quali che fossero le attese da soddisfare: e, spesso, erano giusto il contrario di quanto la testimone riferiva.

Ecco: nel programma di lavoro per il libro di cui parlavo, c’è anche questo scavo nella testimonianza su cui tutto si fonda e che mostra, per chi sappia vederlo, il marchio della veridicità.

Se dico anche, è perché ci sono molte, moltissime altre cose da scoprire, ci sono sorprese praticamente dietro ogni episodio e ogni parola. Insomma, Lourdes si congeda da queste pagine, ma non dal desiderio di scavare ancora di chi queste pagine ha scritte.

 

 

 

MESSORI DAL PAPA

AI termine dell’udienza generale del 19 novembre scorso, papa Benedetto XVI si è intrattenuto con Vittorio Messori e Andrea Tornielli, autori del libro intervista Perchè credo, di cui gli stessi hanno portato in dono una copia al Pontefice.