TIMONE – Febbraio 2008

“Santi” laici

C’ è ancora qualcuno, magari anche tra cattolici, che prende sul serio quel carrozzone – nutrito della peggiore ideologia politicamente corretta e gestito da vecchi accademici alla rincorsa delle mode ideologiche – che è il Premio Nobel. Un Premio che, tanto per dirne una, è andato per la letteratura nientemeno che a Dario Fo del quale ben pochi, anche in Italia, ricordavano qualcosa di scritto. Insignito, insomma, di quello che gli ingenui credono il massimo riconoscimento mondiale un vecchio guitto demagogo che ha campato per decenni di proclami “antifascisti”, di esaltazioni della Resistenza ma che, finché ha potuto, ha cercato di nascondere (in questo sull’esempio del suo collega nel Premio, Gunther Grass, volontario nelle SS) di essersi presentato come volontario nei paracadutisti della Repubblica Sociale e di avere dunque combattuto i partigiani.

Ma l’ipocrisia dei giudici scandinavi, preoccupati solo di rispettare il conformismo del momento, ha il suo massimo trionfo nel Nobel per la Pace: a leggere i nomi, chi sa come stiano davvero le cose si mette spesso le mani nei capelli. Di recente ricordavamo qui quella Rigoberta Menchù, premiata in base a un’autobiografia commovente ed eroica ma che si è rivelata poi in gran parte falsa.

Quest’anno, il Premio (che ha una “borsa” miliardaria) è andato, «per l’instancabile impegno a favore della salvezza dell’ambiente», a un politico, a quell’AI Gore che è stato vicepresidente americano con Bill Clinton e, presentatosi alle elezioni presidenziali, è stato battuto per un pugno di voti da George Walker Bush. Ancora una volta, una scelta che dimostra quali siano gli “eroi”, gli “esempi”, i “santi laici” dell’attuale cultura egemone. Come ha sintetizzato la Svipop, una seria agenzia specializzata, di ispirazione cattolica, che si occupa di problemi climatici e demografici, «il Nobel per la pace a un simile personaggio è una vergogna e una follia».

Una vergogna, si spiega, perché «ancora una volta si premiano figure che fanno della menzogna e dell’ipocrisia il proprio stile di vita». Come tutti i moralisti “laici”, in effetti, AI Gore predica assai bene ma razzola malissimo. Così, questo guru ritorna ossessivamente sulla necessità e sul dovere del risparmio energetico ma, com’è ovvio, solo per gli altri. Un’inchiesta – che i suoi avvocati non hanno potuto smentire – ha rivelato che la sua grande, lussuosa villa nel Tennesee brucia in un mese venti volte l’energia consumata in un anno da una famiglia media americana. Nel suo grande garage, poi, sono allineati alcuni dei modelli di automobile più avidi di benzina, a cominciare dagli enormi SUV, il modello più detestato e demonizzato dagli ambientalisti come lui.

Insomma, la solita storia: l’ecologo è un signore che cerca di vietare agli altri quello che lui ha già e già fa.

Ma, consuete contraddizioni a parte (già Gesù ci avvertiva: «Fate quel che dicono, non fate quel che fanno») c’è qualcosa di ben più grave. Gore, infatti, ha raggiunto fama mondiale – con incassi adeguati a questa fama – con un film documentario, An Inconvenient Truth, cioè una «scomoda verità», su un mondo che starebbe andando alla distruzione a causa dell’attività umana, la quale provocherebbe quel “riscaldamento globale” che, più che una verità, sembra essere la maggiore sòla (per dirla alla romanesca) del nostro tempo. Ebbene, per citare la Svipop, «questo documentario è pieno di menzogne ideologiche e di affermazioni senza alcuna base scientifica presentate come oggettive e irrefutabili, come ha riconosciuto il tribunale britannico che, per non ingannare i giovani, ne ha vietato la proiezione nelle scuole, a meno che non si precisi chiaramente che non si tratta di scienza ma di fiction».

Un vergogna, dunque, l’assegnazione del Nobel a un simile “profeta”. Ma perché anche una follia? La durezza degli esperti di Svipop non demorde: «Una follia perché si dà un premio per la pace a chi diffonde terrorismo ideologico e psicologico spacciandolo per scienza, con un AI Gore che si spinge a dire che i fantomatici “cambiamenti climatici” sarebbero “una minaccia ben più grave del terrorismo islamico”». Ebbene, continua l’agenzia, non si dimentichi che «una delle minacce più gravi alla pace viene proprio da chi cerca di convincere la gente che una bella giornata di sole a gennaio è più pericolosa di una bomba in metropolitana». Ma è una follia «anche perché sostiene e premia un ecologismo fanatico che cerca in tutti i modi di bloccare lo sviluppo dei Paesi poveri, impedendo l’accesso a fonti di energia sufficienti ed economiche. Non a caso, un’associazione ambientalista in piena sintonia con AI Gore ha proposto la Cuba affamata e carente di tutto come vero esempio di sviluppo sostenibile».

 

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Questi, insomma, i “santi laici”, i “profeti del nostro tempo” proposti a modello. Ogni cultura ha gli esempi che si merita. Ma, per scendere dalla dimensione internazionale a una ben più casereccia, questo mi fa ricordare un episodio recente, in due tempi.

Il primo tempo è costituito da una puntata di “Porta a Porta”, il salotto televisivo di Bruno Vespa, dedicato a Padre Pio e al libro di uno studioso ebreo che cerca di demolirne quello che per lui è un inaccettabile “mito”. Quella sera, partecipavo anch’io alla trasmissione, in una compagnia assortita, dove accanto al monsignore c’era l’attrice, lo sportivo, la casalinga. C’era anche Piergiorgio Odifreddi, autore del ben noto best seller, Perché non possiamo dirci cristiani (e meno che mai cattolici). Per capire l’ossessione non solo anticattolica ma antireligiosa tout court di un Odifreddi – che conosco da tempo e che ha a lungo insistito, inutilmente come ovvio, per fare un libro insieme – non bisogna mai dimenticare che egli pure, come tanti diffamatori dei credenti (il cristiano è per lui un cretino) viene dal seminario. Una fami” molto religiosa – è stato battezzato come Piergiorgio in onore di Frassati, veneratissimo in Azione Cattolica – la decisione precoce di farsi sacerdote e poi l’uscita e (come càpita a molti, troppi “ex”) il bisogno di vendicarsi del proprio passato, di rimuovere il senso di colpa convincendosi che la vocazione che aveva abbandonato non era che una dannosa illusione. Che i credenti non lo dimentichino: certi confronti non vanno condotti sul piano della teologia ma della psicologia. Dietro le “ragioni” presentate come oggettive e portate in campo dagli avversari della fede, ci sono grovigli personali per sciogliere i quali serve sì l’esperto; ma non di religioni, bensì di abissi psicologici. Ma torniamo a quella puntata di “Porta a Porta”. Il giorno dopo, il critico televisivo di Repubblica inveiva contro Vespa perchè come «difensore della laicità e della ragione» di fronte a quella superstizione che sarebbe «il culto di padre Pio» aveva invitato solo Odifreddi, lasciandolo isolato in una banda di fanatici e di idolatri. Non era andata affatto così.

Comunque il giornale romano parlava, testualmente, di un «eroico matematico» che, malgrado la solitudine in cui era stato relegato «da quel vecchio democristiano di Vespa», si era battuto con coraggio ed efficacia.

Questo il primo atto del piccolo aneddoto. Il secondo atto è costituito da un’altra “comparsata” televisiva chiestami pochi giorni dopo dalla concorrenza, da Mediaset cioè, per il contenitore domenicale della sua rete maggiore, quell’interminabile pot-pourri che inonda il pomeriggio sullo schermo. Mi si chiedevano due minuti – non pochi in tv – di dichiarazioni a proposito del solito libro su padre Pio già al centro del dibattito a “Porta a Porta”.

D’istinto rifiutavo, come faccio quasi sempre, ma alle mie considerazioni, per farmi perdonare la renitenza, sull’impossibilità di prendere in tempo un volo per Roma, mi si replicava che non c’era problema. Una troupe mi avrebbe raggiunto a casa. Cercavo allora altre scuse, alle quali però rinunciavo, quando mi si diceva che, se non fossi intervenuto, sarebbero rimasti solo i due minuti sullo stesso tema già concordati con il professor Odifreddi.

A questo punto, era doveroso accettare, non potevo – per pigrizia e fastidio – lasciare che su quel santo di cui sono io pure devoto, come innumerevoli altri, parlasse solo un ex-seminarista invelenito. Detto fatto: poche ore dopo, davanti alla troupe piombata non so da dove nel mio giardinetto, registravo i due minuti. I quali erano riversati alla regia di Roma, dalla quale mi giungeva subito una telefonata entusiastica: ottimo intervento, tempi rispettati, già registrato anche Odifreddi, saremmo andati sullo schermo uno dopo l’altro: un “pro” e un “contro” perfetto, due opinioni speculari, un servizio imparziale. Altre telefonate mi giungevano per indicarmi l’ora esatta dei nostri interventi, chiamava anche un funzionario per rallegrarsi con me e per farsi fare i complimenti per l’equanimità, per lo spazio dato sia alla fede che alla incredulità.

All’ora stabilita, accendo il televisore, con puntualità che mi stupisce il conduttore, nel grande studio multicolore, attacca il discorso su padre Pio, sul libro appena uscito, sulle polemiche che ne sono seguite. E, annuncia, «per permettere ai nostri spettatori di farsi un’idea su questa vicenda, sentiamo l’opinione del professor Piergiorgio Odifreddi». Un po’ mi stupisco, mi era stato detto che, per rispettare l’ordine alfabetico, sarei andato in onda per primo. Mi stupisco ma non me ne rammarico, penso che è meglio così, in fondo la difesa parla sempre dopo l’accusa. Ascoltato il matematico travestito da teologo, mi accingo a verificare come sia andata la mia registrazione che, ovviamente, non avevo ancora vista. E, invece, ecco il conduttore: «Abbiamo sentito l’autorevole parere dello specialista su padre Pio. E ora, colleghiamoci con la redazione sportiva per i risultati dell’odierna giornata calcistica».

Tutto qui. Il giorno dopo, su Repubblica, nessun critico si è lamentato che, su un tema così popolare e importante per i credenti, si sia sentita una sola campana. Nessuno ha esaltato «l’eroico Messori»: anche perchè di lui e della sua opinione non è apparsa neppure una traccia.

 

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Visto che si parla di televisione; e, per giunta, di un collegamento con la redazione sportiva. In uno dei rapidi zapping da una rete all’altra che costituiscono la mia dose (omeopatica) giornaliera, capito – con grosso fastidio, lo confesso – su un classico, mille e mille volte ripetuto, nel mondo intero. Il classico, cioè, di un Adolf Hitler che se ne va furioso dall’Olympiastadion di Berlino dopo la quarta vittoria di Jesse Owens. Costui, come tutti sanno, era il “povero negro” americano che, nei Giochi estivi del 1936 organizzati dalla Germania, vinse addirittura quattro medaglie d’oro per l’atletica leggera. Il 4 agosto, nella tribuna d’onore era presente il Fuehrer stesso per assistere alla sfida di Owens contro il tedesco Luz Long, campione del mondo in carica per il salto in lungo. Ancora una volta, vinse il nero. E qui comincia la lagna – detta in radio o in tv o scritta su giornali e libri da infiniti giornalisti, generazione dopo generazione, con tono di sdegno edificante -la lagna di chi ha bisogno sempre e comunque del cattivo contro il buono, delle tenebre contro la luce. Indispettito dalla vittoria di quel “razzialmente inferiore” di Owens, Hitler si sarebbe alzato e se ne sarebbe andato subito dallo stadio, scuro in volto, per non assistere alla premiazione di un nero, vincitore per giunta per quattro volte nelle “sue” olimpiadi. Lo stesso atleta narrò, nella sua autobiografia, come andarono realmente le cose e lo ha ripetuto molte volte in interviste, giungendo sino a protestare – vibratamente e onestamente – per amore di verità. Hitler – parola di Owens – non solo non se ne andò ma assistette, in piedi, alla consegna della medaglia d’oro all’afroamericano. L’accusa di non avergli stretto la mano è strampalata, visto che il cerimoniale non lo prevedeva per alcun atleta. Ha scritto testualmente Owens in quella sua biografia che dicevamo: «Dopo essere sceso dal podio del vincitore, passai davanti alla tribuna d’onore per rientrare negli spogliatoi. Il Cancelliere tedesco mi fissò, si alzò in piedi e mi salutò agitando la mano. lo feci altrettanto, rispondendo al saluto. Penso che giornalisti e scrittori mostrarono cattivo gusto inventando poi un’ostilità che non ci fu affatto».

Come si sa, Hitler commissionò alla più celebre regista del mondo, la sua prediletta Leni Riefenstahl, il film sui Giochi. Ne nacque quell’Olympia che è considerato da tutti i critici, quale che sia il loro orientamento politico, un capolavoro non solo di propaganda ma anche di cinematografia. Il Fuehrer teneva a tal punto a quella pellicola da dare consigli alla regista durante la lavorazione e da assistere addirittura al montaggio. Ebbene, non ebbe nulla da dire sul fatto che la Riefenstahl fece del negro Jesse Owens uno degli eroi centrali di Olympia, magnificando le sue quattro, splendide vittorie.

Non perderò tempo, ovviamente, per cautelarmi dal sospetto di volere difendere Hitler. Non mi sfiora una simile assurdità. Sono, semplicemente, seccato dai luoghi comuni ripetuti dall’uno all’altro senza verifica; sono convinto che la verità vada detta, sempre e comunque e che la giustizia debba essere praticata, sempre e nei confronti di chiunque. Persino, quando è necessario, verso i terribili signori della Berlino del 1936.

Ma allora, in una simile prospettiva, la storia va raccontata tutta, stando pronti alle sorprese. Successe, infatti, che la parte del razzista non la fece il Fuehrer ma, semmai, il presidente americano dell’epoca, quel Franklin Delano Roosvelt che è una delle icone del progressismo democratico, il vincitore del nazionalsocialismo esaltato da ogni “illuminato”. AI ritorno negli Stati Uniti, infatti, il quadruplo trionfatore delle Olimpiadi fu accolto in trionfo, sfilò sotto la pioggia di strisce di carte, in piedi su un auto scoperta, sulla Quinta Strada di New York. Tutti si attendevano che, com’era sempre successo anche per vittorie sportive meno clamorose, l’atleta sarebbe stato convocato alla Casa Bianca e decorato, o almeno complimentato, dal Presidente. Roosevelt, in realtà, era in campagna elettorale per la rielezione e, poiché i democratici come lui erano da sempre minoritari al Sud, ci teneva a non irritare quella parte dell’elettorato, ben poco entusiasta del fatto che un negro avesse stravinto a Berlino. Così, dalla White House non venne alcun invito. Come non mancò di sottolineare Owens, in realtà – almeno in quella occasione – i veri razzisti non furono i tedeschi ma gli americani: il loro capo, non quello dei nazisti, rifiutò di stringergli la mano. Rovesciando il luogo comune, in quel 1936, la parte del “cattivo” fu interpretata dal Presidente (democratico) degli Stati Uniti non dal Cancelliere (nazionalsocialista) del Terzo e – si spera – ultimo Reich.

 

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Dicevo, mi pare la volta scorsa, della mia incertezza davanti a don Lorenzo Milani: profeta o demagogo?

Realista concreto o pericoloso sognatore? Tra tanti dubbi non ne ho alcuno, almeno, sul suo radicale anticomunismo. È importante ricordarlo perchè il vecchio Pci riuscì a far passare la bufala del prete catto-comunista, del compagno di strada e tutti abbiamo visto il suo ritratto accanto a quello di Gramsci, magari di Lenin e di Togliatti, alle Feste dell’Unità. Anche adesso, i vedovi e gli orfani che vogliono salvare qualcosa dell’avventura iniziata nel 1917 e finita disastrosamente nel 1989 citano volentieri e con affetto, quasi si trattasse di un compagno, il priore di Barbiana. Il quale, in realtà, diede questa definizione, testuale, dell’ideologia marxista: «Il comunismo è la mediazione e l’organizzazione politica di ogni male al fine di consentire, ad una classe dirigente parassitaria e brutale, la gestione di ogni forma di potere sulle spalle degli ultimi».

Non male, per un presunto “prete rosso”. Ma a quel giudizio durissimo se ne potrebbero affiancare molti altri. Non c’è che l’imbarazzo della scelta. Ecco qui, ad esempio: «I capi del comunismo affermano che la loro ideologia viene da lontano e va lontano. Non è vero. Il comunismo viene da pochi decenni di storia e va avanti strisciando e speculando tra le innumerevoli miserie della terra. Dove è al potere ne lenisce qualcuna e ne fa nascere molte altre, ma di questo fallimento riesce ad imporre che solo pochi ne parlino». Per un uomo così, la vittoria cattolica del 18 aprile del 1948 fu una festa e una liberazione, tanto da scrivere nei suoi ultimi anni, ripensando a quella data: «Il grande male fu scongiurato e ognuno poté riprendere a sognare cose belle, vittorie su altri mali». Non so se le “Feste dell’Unità” esistano ancora. Se sì, si sappia che tra quegli stand e quei barbecue per arrostire braciole e salsiccia, il ritratto di don Milani non c’entra proprio nulla.