TIMONE – Dicembre 2009

Salvare l’uomo da se stesso

Giungendo alla Chiesa “da fuori”, da una formazione razionalista, mi sono sempre interrogato sulla fede, sulla possibilità di credere, sulla verità del Vangelo; e ho lasciato ad altri l’interrogarsi sulle conseguenze etiche della fede. Ho considerato preziosi, ovviamente,

gli specialisti di teologia morale, riconoscendo però che ciascuno deve seguire al meglio che può la sua vocazione e, nel podere del Signore, coltivare il suo piccolo pezzo di terra.

Ora, però, stiamo andando ben al di là di ogni morale, ora è a rischio la nostra umanità stessa e, quindi, ogni credente è richiamato alle sue responsabilità. Succede con quella che chiamano l’ingegneria genetica, con le cosiddette biotecnologie, con quelle manipolazioni sempre più infernali che mirano a stravolgere la stessa natura umana, a creare “esseri” inediti e mostruosi, a generare à la carte, a seconda del capriccio, maschi e femmine (o sedicenti tali) addirittura senza genitori reali. È con disagio, che talvolta si fa raccapriccio, che leggo qualcosa in proposito e mi convinco che questo, nel Terzo Millennio, sarà il ruolo storico della Chiesa cattolica (non di quelle protestanti, sempre pronte ad adeguarsi al “mondo” e, dunque, sempre più irrilevanti; non di quelle ortodosse, chiuse nel loro guscio fossile): il ruolo, cioè, di sentinella e di estrema difesa dell’umano stesso.

Forse, apparirà sempre più chiaro alla gente di buona volontà (o anche solo di semplice buonsenso) “perché” la Chiesa esiste: salvare non solo l’uomo, ma anche gli uomini da se stessi, riannunciando, magari incompresa e solitaria, l’insegnamento del Figlio dell’Uomo. La scienza non va, ovviamente, intralciata, ma ci si deve opporre, quando necessario, a quella sua ricaduta che è la tecnologia: quella attuale, per quanto riguarda il nostro corpo stesso e il nostro destino di creature, ha imboccato una strada tragica sulla quale troverà solo l’ostacolo della prospettiva cattolica e di coloro, forse pochi, che vorranno unirsi ad essa. Un grande pericolo ma anche una grande sfida che esige, come condizione previa, decisione, informazione, unità tra i credenti. Si tratta, ancora una volta, di mostrare che i discepoli di Cristo sanno essere “il sale della Terra”, stavolta salvaguardando questa stessa Terra dalla creazione, in diabolici laboratori, di “prodotti” che sfidano il progetto divino.

 

 

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Autopsia

Giusto a proposito: tra le accuse di “oscurantismo” a una Chiesa che ha sempre incoraggiato la scienza ben intesa (anche, e ne parlammo anni fa, in quell’imbroglio che chiamano “caso Galileo”), tra quelle accuse, dunque, ricorre spesso quella di avere intralciato lo sviluppo della medicina, vietando la dissezione dei cadaveri a scopo di studio. Anche su questo bisognerebbe avere quelle informazioni corrette che chi sentenzia di solito non ha e che, spesso, neanche cerca.

Mi si lasci, dunque, riprodurre qui il brano di un’opera dei tempi di Pio XII, scritta dal professor Francesco Volante, stimato docente universitario laico di Storia della Medicina: «Si crede da molti che la pratica dell’autopsia sia contraria alle leggi della Chiesa. Non è affatto così e così non è mai stato. È vero che la Chiesa impone il rispetto per la salma, ma questo non viene affatto violato dalle pratiche anatomiche che hanno finalità di ricerca. San Francesco di Sales, ad esempio, prima di morire espresse il desiderio che il suo corpo fosse affidato ai medici a scopo di studio “per giovare, almeno in questo, agli uomini che non ho saputo amare abbastanza”. La dissezione dei cadaveri per la ricerca non fu mai impedita ma, anzi, prudentemente favorita dalla Chiesa».

Perché allora le accuse sempre rinnovate, anche ai giorni nostri in cui – se stiamo ai libri e ai film che si susseguono – lo sport più favorito sembra essere la caccia al cattolico e alle sue idee “reazionarie”? Chiarisce il professore che stiamo citando: «Oggetto di erronea interpretazione fu soltanto la famosa Costituzione di Bonifacio VIII, De sepolturis (1299). Ma in essa il Papa non accenna affatto ad autopsie a fini di studio, la cui pratica pubblica, tra l’altro, si eseguiva già all’università di Bologna. Bonifacio VIII condanna l’abitudine invalsa di scarnificare il cadavere di personaggi insigni e di esporne le ossa a cottura, al fine di differirne l’inumazione e di permetterne il trasporto».

È noto, in effetti, che questa pratica – ripugnante per la nostra cultura, ma non per gli antichi – fu impiegata per le salme di Federico Barbarossa (morto mentre si avvicinava a Gerusalemme, guidando la Crociata), di Luigi IX re di Francia, di Isabella di Pastiglia e di altri illustri. Continua il professor Volante: «Molti Pontefici successivi emanarono norme per favorire gli studi anatomici. Eppure, le disposizioni di Bonifacio VIII venivano, e vengono, richiamate e falsate, tanto che il dottissimo cardinal Lambertini (poi Benedetto XIV), con una notifica del 1747, recante numerose citazioni di teologi famosi, dovette ancora una volta precisare: «Non osta in modo veruno alla notomia de’ corpi umani la Costituzione di Bonifacio VIII imperroché, leggendo il contesto, appare chiaro essere stata lanciata la scomunica contro coloro che disseppellivano i cadaveri già sepolti o li laceravano per portarli altrove e seppellirli in altro luogo. Il che nulla ha a che fare colla sezione anatomica,

tanto necessaria a’ medici e studenti per imparare». Conclude il nostro professor Volante: «Assunto poi alla cattedra di Pietro, il cardinal Lambertini volle confermare il suo favore per gli studi anatomici, dotando la scuola della sua Bologna di un ricco armamentario e dettando norme per la concessione di cadaveri a scopo di studio. E alle lezioni di anatomia assistevano anche vescovi e prelati, come testimoniano pure stampe dell’epoca».

Solo aneddoti curiosi? Niente affatto: è anche facendo verità su simili cose che ci si può opporre al coro, sempre crescente, di coloro che vorrebbero caricare sulle spalle del cattolicesimo ogni possibile colpa e sospetto.

 

 

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Crociate/1

Trovo un mazzetto di vecchi appunti, presi pensando di scrivere qualcosa di organico sulle Crociate. Intenzione che, poi, non ho realizzato. C’è in queste note, tra l’altro, un tentativo di riflettere su un fatto evidente per chiunque studi quegli eventi: proprio nelle Crociate si manifestò in modo esemplare e continuo quello spirito di divisione che aleggia ovunque ci siano uomini. Latini contro bizantini, antiche Chiese non romane e non costantinopolitane contro tutte le altre, tedeschi contro francesi, genovesi contro veneziani, pisani contro amalfitani, templari contro ospedalieri, baroni contro baroni, nobili contro plebei, preti contro frati. Persino uomini contro donne: queste ultime, in Europa, si opponevano alla partenza, da volontari, dei mariti; se in Palestina con la famiglia, insistevano per tornare a casa, lasciando quei luoghi esotici e spesso incomprensibili.

Di rado si videro contrapposizioni così generali, costanti, dure. Leggere gli storici, qui, è per un cattolico spesso disperante: sempre e comunque qualcuno si diede da fare per rompere

l’unità e preparare, dunque, il disastro. In effetti, dopo il successo iniziale, seguirono due secoli di disfatte e di ritirate successive, sino allo scacco definitivo. Eppure, la stessa fede in Cristo univa quegli uomini, il desiderio di vittoria contro i “saraceni” era comune a tutti, tutti spasimavano per conservare quella Terra Santa.

Malgrado questo, una continua lotta interna, a tutti i livelli, pur nella consapevolezza che ciò indeboliva le forze in modo tale che il disastro diventava inevitabile. Perché? Non ho risposte.

So solo che è questa, forse, una delle dure lezioni della storia su cui, da credenti, dobbiamo meditare.

 

 

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Crociate/2

Ma c’è da meditare anche sul fatto che le crociate sembrano una sorta di reagente chimico che rende visibili gli estremi: l’eroismo e la crudeltà, la fedeltà estrema e il tradimento ignobile, la magnanimità e la meschineria. Penso, soprattutto, alla strage spaventosa nelle prime ore dopo la conquista di Gerusalemme, il sangue in cui si sguazzava nel Santo Sepolcro, gli ebrei chiusi nella sinagoga cui fu dato fuoco. D’accordo: il nostro scandalo di moderni deve fare i conti con una mentalità che era, in qualche modo, l’opposto della nostra. Anche tra cristiani. Noi ci indigniamo per la mancanza di carità, mentre non possiamo mettere in dubbio la fede di quegli antichi fratelli. Se quei crociati potessero giudicarci, riconoscerebbero il nostro desiderio di praticare la carità, ma sarebbero scandalizzati dalla nostra fede, che giudicherebbero insufficiente e vacillante.

L’esplosione di violenza parossistica, il giorno dell’Assunta del 1099, non può, forse, essere giustificata a viste umane, ma può essere compresa da chi cerchi di porsi nella prospettiva metastorica, transumana di quei crociati, a quei pochi superstiti a quasi due anni di marce e di battaglie.

Non era, quella, una guerra, ma una psicomachia, una lotta contro il male e il peccato. La Gerusalemme terrena non era che specchio di quella celeste; dunque, far “pulizia” di chi l’occupava era opera meritoria di liberazione dal peccato. Qualcuno ha notato che non fu senza influenza il fatto che Gerusalemme, tenuta dagli egiziani, era difesa da una guarnigione di sudanesi: dei neri, dunque, come nero è il peccato. Per giungere sino a lì era morta la maggioranza di coloro che erano partiti: sulle cifre non ci sarà mai certezza ma pare che le colonne che si erano messe in marcia da Costantinopoli contassero più di sessantamila persone e che soltanto un diecimila siano giunte sotto le mura della Città Santa. Il sacrificio cruento degli “infedeli” era per i superstiti anche un modo sacrosanto di rendere giustizia a quella turba di martiri.

Sempre si dimentica, tra l’altro, che tra i protagonisti della crociata vi erano popoli, come quello normanno, che soltanto da poco avevano conosciuto il Vangelo e che lo avevano accettato, più che per una convinzione personale, per il diritto barbarico: vassalli e sudditi seguivano il re, se questi decideva di mutare religione.

Una cristianizzazione, dunque, non solo recente, ma anche assai superficiale.

Né molto migliore era la formazione religiosa dei franchi, nerbo della impresa, nelle cui campagne – e le loro fanterie erano composte interamente da contadini – il paganesimo continuava sotto un’apparenza evangelica. La fede, dunque, era cristiana ma il vangelo non aveva ancora avuto il tempo di lavorare interamente i cuori. Un attenuante? Dio solo lo sa.

 

 

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Crociate/3

Gerusalemme fu cristiana per tre secoli, da Costantino al califfo Omar che la prese e la fece islamica nel 638. Passarono da allora altri tre secoli o poco più e i crociati la rifecero cristiana. Perché dunque parlare, anche in Occidente, di “invasione”, di “conquista violenta”, di “occupazione storicamente abusiva”? Trecento anni di Vangelo e trecento di Corano. Forse che i “diritti” non si equivalevano? Anzi, non pendevano dalla parte dei cristiani che riprendevano ciò che era stato loro ed era stato tolto con la violenza?

 

 

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Crociate/4

Tanti lamentano che il ruolo dei laici sia stato sempre subordinato, nella Chiesa, a quello dei chierici. Nessuno, però, nota che la Crociata fu indetta dai Papi ma fu gestita interamente dai laici: potenti nobili a cavallo, poveri contadini a piedi, mercanti che assicuravano i rifornimenti, marinai che traghettavano, donne che seguivano gli eserciti come mogli, come vivandiere, infermiere e talvolta – perché no? – prostitute. Il Papa e l’intero “popolo di Dio”: il clero non ebbe altro ruolo che la cappellania, che l’assistenza spirituale, ma non partecipò alle strategie, alle grandi scelte, alle battaglie. Insomma, nel bene e nel male, fu la grande epopea del laicato cattolico. Ma ricordarlo, per tanti storici clericali “adulti”, sarebbe politicamente scorretto…

 

 

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Crisi della fede

Cambiando tema ma continuando, comunque, a riflettere sulla fede. La Fraternità Sacerdotale San Pio X – quella, per intenderci, dei “lefebvriani” – mi invia da sempre, di sua iniziativa, la rivista che edita in italiano. Nell’editoriale dell’ultimo numero giuntomi, trovo questa conclusione: «Non avremo pace finché ci sarà sulla faccia della terra un solo uomo di Chiesa – soprattutto se Vescovo – che dubita della storicità dei Vangeli, che mette in discussione la storicità dei miracoli di Nostro Signore, la natura propiziatoria del sacrificio della Croce e della Santa Messa, la necessità di appartenere alla Chiesa Cattolica

per salvarsi l’anima, la necessità di riconoscere i diritti di Cristo Re sui singoli e sulla società».

Con tutto il rispetto, c’è da sospirare scuotendo il capo per un simile programma. Qui non si fa che elencare i contenuti di una fede granitica, come quella “crociata”, per rifarci a quanto dicevamo sopra. Ma non è proprio la crisi della fede il problema fondamentale della cristianità di oggi, preti compresi? Forse che una simile credenza che non esita la si ripristina con decreto del Vaticano, pronto ad indagare se ci sia «sulla faccia della terra un solo uomo di Chiesa» che non creda in questo modo? Mi pare, ahinoi, che il problema venga scambiato per la soluzione.

 

 

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Vecchio prete

Torno da Madrid dove ai molti, fedeli lettori spagnoli ho presentato la traduzione di Perché credo. Non sono mancati incontri “importanti”, come si dice. Ma ce ne è uno, in apparenza molto minore, che mi ha emozionato. Un vecchio prete, dal clergy-man frusto e spiegazzato, mi ha avvicinato, con evidente soggezione, per dirmi che i miei scritti lo avevano aiutato per la sua vita di fede e per il suo apostolato. Dalla tasca ha estratto una penna biro, con due pulsantini, premendo i quali si ha un piccolo raggio rosso o uno blu. Mi ha pregato timidamente di accettarla, come segno di gratitudine. Ho capito che non aveva altro da offrirmi, che quella penna era per lui preziosa. Ed era lieto di regalarmela. Che altro fare se non prenderla con gratitudine, provare a giocare con i pulsantini e abbracciare il donatore, non senza commozione?

 

 

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Santini

Per finire, una nota “pubblicitaria”.

Per la quale non sono certo sospettabile di interesse privato, non conoscendo di persona né gli editori né gli autori che mi hanno inviato un pacchetto, non grande ma insolitamente pesante. Dentro, una sorpresa davvero inattesa. Due libri “fratelli”. Il primo dal titolo Primo catalogo internazionale dei santini di tutto il mondo dal XVI al XX secolo. Il secondo: Catalogo internazionale dei santini del Novecento.

Sapevo dell’esistenza di questi volumi, ma non li avevo mai sfogliati. Ora ho potuto farlo, restandone ammirato. Straordinaria l’impresa realizzata: migliaia di schede di queste immaginette, ciascuna con la riproduzione corrispondente a colori, con dati storici, tecnici, geografici e persino quotazioni di mercato. Un lavoro ammirevole, condotto da Graziano Toni, grande collezionista (l’ho appreso qui, non conoscendolo) con la collaborazione di un altro esperto, Biagio Gamba. Ho scoperto, tra l’altro, che il collezionismo di santini è in tale espansione da avere coniato un apposito neologismo per indicarlo, quello di filiconia, dai termini greci che indicano “amico” e “immagine”. Molte altre cose ho scoperto sfogliando queste pagine, ma ho avuto anche una conferma: questi cartoncini sono spesso opere d’arte, in ogni caso permettono di scoprire le variabili e le costanze della devozione, non soltanto popolare. Si tratta di un mondo apparentemente piccolo, in realtà importante, che un credente, un cattolico deve conoscere. Magari appassionandosi a sua volta e iniziando egli pure, perché no?, una collezione…

Insomma, essendo ormai in dicembre, raccomando i due libri non solo per consultazione personale ma anche come regalo “apologetico” di Natale a parenti ed amici. Tra l’altro il prezzo (34 euro l’uno, 36 l’altro) è contenuto, se rapportato allo straordinario numero di immagini a colori. Non essendo facile trovarli in libreria, vedo che si possono ordinare all’editore agli indirizzi seguenti: CIF, Via Santa Maria Valle 5, 20123 Milano; oppure info@unificato.it  Chi voglia tutte le informazioni sull’opera e pratichi internet vada sul sito www.unificato.it Ne vale la pena, credo proprio, anche per sostenere il coraggio di un editore che, di questi tempi, si è arrischiato in una simile impresa e per premiare la passione degli autori che, da quel che scrivono, sono cattolici non soltanto di nome.