TIMONE – Dicembre 2008

Lourdes e il Carmelo

Si conclude il 2008 ma non l’intero centocinquantesimo anno dalle apparizioni di Lourdes, che terminerà nel febbraio prossimo. Solo allora chiuderemo la serie di questi articoli che tentano di mettere in luce soprattutto l’aspetto apologetico di quegli eventi. In effetti, come ho spesso ricordato, «se Lourdes è vero, tutto è vero»: non soltanto Dio, Gesù come Cristo, ma anche la Chiesa e il suo Magistero. Tutto, qui, non è solo cristiano, non è solo cattolico: tutto è profondamente “papale”, a partire dal luogo, terreno appartenente alla parrocchia di San Pietro.

Da qui l’importanza di andare il più a fondo possibile in questa vicenda, scoprendo (questa, almeno, è la mia esperienza, dopo tanto indagare), che più si avanza nell’enigma e più si scoprono indizi, tracce, segni di credibilità. A Lourdes, per dirla con i francesi stessi, tout se tient, tutto è pieno di significato, tutto testimonia la verità dell’avventura di cui Bernadette è stata l’inattesa protagonista. Ma tutto, però, nello stile del Dio cristiano, che si rivela nel chiaroscuro, che vuole essere cercato, che parla chiaramente e – al contempo – «per ombre ed enigmi», per dirla con Paolo.

Sta di fatto che anche quando, a Dio piacendo, a febbraio chiuderemo la serie con l’ottava “puntata”, avrò soltanto scalfito il materiale accumulato in molti anni di ricerca, sorpreso ogni volta dalla inesauribilità del tema. Il mistero della Grotta sta anche qui, in questa ricchezza straordinaria celata dietro apparenze di semplicità. Come avviene, del resto, per tutto il mondo mariano. Per tornare al nostro racconto: riflettemmo, la volta scorsa, sulla ricorrenza liturgica dell’inizio di tutto, su quell’undici di febbraio in cui si celebrava, nella diocesi di Tarbes, la memoria di santa Genoveffa. E abbiamo visto che – almeno in una prospettiva di fede – non può trattarsi di una coincidenza, tante sono le risonanze che risveglia il nome di quella santa e le vicende storiche cui fu legata non solo la sua vita ma anche la sua posterità. Un enigma simile, anzi ancora più evidente, ci si presenta per la data dell’ultima apparizione, la diciottesima, il 16 di luglio.

La precedente apparizione era stata il 7 aprile, con il famoso “miracolo del cero”, con la fiamma della grossa candela che lambì a lungo la mano della veggente senza che se ne accorgesse e che ne riportasse alcuna bruciatura, come constatò subito dopo il dottor Dozous, che era presente e che passò di colpo dallo scetticismo alla convinzione della verità di quanto avveniva. Da allora, la devozione popolare andò crescendo di giorno in giorno, le autorità, sempre più preoccupate, interdissero l’accesso alla grotta, che fu addirittura chiusa con delle assi, una guardia campestre comminava multe a chi osasse sfidare l’interdetto. Passò quindi aprile, poi maggio, poi giugno. Sentiamo Laurentin: «Bernadette a metà luglio? Si è volontariamente cancellata, non è più nulla per ciò che, a Lourdes, agita e preoccupa gli spiriti. Non va più alla grotta e prega nella discrezione più ordinaria. Nessuna visione dal 7 aprile, nemmeno il giorno della sua prima comunione, il 3 giugno, quando tutti la spiavano aspettando un’estasi o qualche fenomeno eccezionale, restando delusi dal suo comportamento raccolto, devoto, ma ordinario». Aggiunge lo storico francese: «Il movimento di resistenza alle misure restrittive imposte dalle autorità per l’accesso alla grotta non trova in lei l’incoraggiamento che ci si aspetterebbe. Tace, prega, sembra indifferente, non predica la guerra santa contro l’amministrazione. Ha solo commentato, con la solita mitezza: “Se Dio lo permette…”. Nel momento in cui ci si gloria di una multa alla grotta come di un diploma di martire e mentre alcune devote sono addirittura processate per avere superato le barriere, ha persino sussurrato: “Non andateci…”. Deludente Bernadette!».

Ma è proprio in queste delusioni per il popolo degli entusiasti e dei fervorosi (come non manca di far notare Laurentin) che stanno le stigmate più evidenti della sincerità e della trasparenza di questo strumento umano scelto da Maria stessa. Ben altro sarebbe stato il comportamento di una simulatrice o di una isterica che avrebbe, tra l’altro, reagito in modo infiammato alla cosiddetta “epidemia delle visionarie”, esplosa proprio in quei mesi: ragazze e ragazzette di molte valli lì attorno, o di Lourdes stessa, che dicevano di vedere anch’esse la Madonna, eccitate da quanto avveniva a Bernadette.

E, invece, non dice neppure qui una parola, non rivendica la “sua” esperienza come l’unica autentica e credibile. Se ne sta modesta e appartata, ha fatto e riferito solo quello che le è stato detto dalla Signora o che le viene dettato per una sorta di “locuzione interiore”, dove non c’è traccia alcuna di fanatismo ma il suo consueto, solido, realista temperamento da contadina al contempo ignorante e saggia.

Ma ecco che quell’appello per andare al Gave, che non aveva più sentito dal principio di aprile, la raggiunse di nuovo, all’improvviso, un giorno di luglio. Si interrogò se era davvero quel richiamo che aveva ben conosciuto le volte precedenti e lo sentì crescere ora per ora. Quando ne fu davvero convinta, non mise nessuno in allarme, nemmeno i genitori e cercò una compagna discreta, trovandola in Lucile, 20 anni, la più giovane delle zie. Attese il tramonto della calda giornata estiva e con la parente, con il volto seminascosto da un cappuccio, raggiunse le rive del fiume dalla parte opposta alla grotta, rispettando il divieto di avvicinarsi. Si noti che era la sera del venerdì: dunque, secondo il calendario ebraico, ripreso anche dalla liturgia cattolica delle ore (i vespri), con le prime ombre iniziava il sabato. Il ciclo era dunque cominciato nel segno del Cristo, nel giovedì eucaristico, e terminava nel segno di Maria, essendo quel giorno dedicato particolarmente a Lei. Ma era anche, forse, un richiamo a quell’Israele che sarà presente anche in altro, come vedremo sotto.

Su quel prato, mentre i grilli cominciavano a cantare e spuntavano le prime stelle, poco dopo l’inizio del rosario, ebbe l’ultima visione della Signora, che le appariva vicina nonostante la distanza e gli sbarramenti frapposti dagli uomini. Soltanto Lucile e due ragazzine che si erano unite a loro ne furono testimoni, nelle tenebre del crepuscolo che avanzava; nessuno lo seppe, neanche il sospettoso e apparentemente onnisciente commissario di polizia. Come nota Laurentin, la diciottesima e ultima apparizione ha rischiato di sfuggire alla storia, la si apprese soltanto dagli interrogatori posteriori della veggente. La totale discrezione, il rifuggire dal protagonismo, l’amore per il nascondimento: in lei, come abbiamo appena osservato, sono segni ulteriori di verità.

Così come ha un sapore forte di verità quel brusco «Nada», niente, nel dialetto occitano, con cui rispose alle sue compagne che le chiedevano che cosa le avesse detto l’Immacolata (ormai aveva dichiarato il suo nome). Per chi cerchi le ragioni per dare fiducia a Lourdes, le molte apparizioni silenziose sono, paradossalmente, più convincenti ancora di quelle in cui la Vergine disse le sue poche parole. Più convincenti, perché non è pensabile che un’isterica o una simulatrice rinunciasse al desiderio di avvolgersi dietro il velo fascinoso di chissà quali colloqui e rivelazioni dalla Signora del Cielo. Soltanto negli interrogatori successivi, ma non nello scambio con le tre testimoni dell’estasi, Bernadette farà il commento famoso sull’ultima apparizione: «Non mi era apparsa mai così bella».

Il ciclo di Lourdes, insomma, finisce così come era cominciato: silenzio, solitudine; e anche gioia e bellezza.

Ma, cominciato sotto il segno di santa Genoveffa, quel ciclo finisce sotto il segno della Signora stessa. In effetti, quel giorno la Chiesa era in festa per celebrare la ricorrenza di uno degli appellativi mariani più popolari e più cari, la Madonna del Carmelo. Lo dicevamo la volta scorsa: soltanto pochi autori hanno riflettuto sul possibile significato della coincidenza dell’undici febbraio con la ricorrenza liturgica, nella diocesi di Tarbes, della patrona di Parigi. La città, dunque, non solo capitale di Francia ma anche quella dove, 28 anni prima, la Madonna stessa aveva “commissionato” a un’altra ultima tra gli ultimi la Medaglia detta poi “Miracolosa” ma il cui nome vero è “dell’Immacolata”, anticipando il dogma. Prima di questo, dunque, santa Catherine, nella città di santa Genoveffa; dopo di questo, santa Bernadette, nella ricorrenza di santa Genoveffa. Insomma, ancora una volta tout se tient, soprattutto se riflettiamo – come abbiamo fatto nella puntata precedente – anche su ciò che, per la santa patrona e il suo tempo, significò l’odio anticristiano dei giacobini.

Quando Bernadette, chinandosi per levarsi le calze rattoppate per attraversare il canale davanti alla grotta, sentì il “gran colpo di vento” (un richiamo evidente a quello che precedette la Pentecoste) e la nicchia in alto si illuminò pian piano di una luce misteriosa, oltre ai suoi poveri stracci aveva indosso solo due oggetti. Nella tasca del grembiule il rosario, coi grani di legno – il più economico – comprato per due soldi al santuario di Bétharram e, al collo, annodata con uno spago, una Medaglia dell’Immacolata. In stagno, dunque, anche qui il modello meno costoso. Il 16 luglio, aveva su di sé un terzo oggetto: lo scapolare del Carmelo, donatole e impostole, con la preghiera di rito, quando aveva fatto la prima comunione, in giugno. Quello scapolare aveva avuto nei secoli ed aveva anche allora una diffusione enorme: dai re ai miserabili (come Bernadette appunto) lo portavano sotto gli abiti, fidando in una promessa della Madonna che, apparendo nel Medio Evo a san Simone Stock, il Superiore Generale dei Carmelitani, aveva assicurato che chi lo avesse su di sé poteva confidare nella salvezza eterna. Bernadette, in realtà, era la sola persona al mondo che su questo punto decisivo avesse una assicurazione celeste («Non vi prometto di essere felice in questa vita ma nell’altra») ma quando, nel convento di Nevers, una consorella osò ricordarglielo dicendole «tanto tu sai che andrai in paradiso!» si fece subito molto seria e replicò: «Ma solo se saprò meritarlo!».

Sta di fatto che su di sé portava quel segno della Madonna del Carmelo che a Lourdes era particolarmente venerata, tanto che la gente, nel Seicento, si era levata letteralmente il pane di bocca per costruire accanto alla chiesa parrocchiale una grande e bella cappella dedicata al culto di quella invocazione mariana. E questo, dicono i documenti, per evitare che i tanti devoti fossero costretti ad andare sino a Tarbes per le loro devozioni: tale era il fervore, da quelle parti, per lo scapolare e per la sua Grande Promessa. La maggiore industria del paese, poi, era costituita dalla estrazione e dalla lavorazione della pietra da costruzione e gli operai avevano eletto proprio la Madonna del Carmine come loro patrona, radunandosi anche in una confraternita che sfilava per le strade con il suo stendardo proprio il16 luglio.

A Lourdes, dunque, la Vergine con quel nome era particolarmente onorata, ma la scelta di quella data per la conclusione delle apparizioni ha probabilmente un significato ben più ampio. Tra l’altro, come osservavamo, fu una conclusione sommessa, in sordina: non soltanto per il modo furtivo con cui Bernadette la visse, sola con la giovane zia, nelle tenebre incipienti, lontana dalla amata grotta. Ma anche perché la Signora si limitò a mostrarsi, riempiendo di gioia la veggente solo con la sua bellezza, senza proferire parola. Neanche, come a noi sarebbe forse piaciuto, un sorridente «Arrivederci in paradiso!». Tanto che quando qualcuno chiese alla ragazza se l’avrebbe vista ancora, disse: «Non lo so, non me l’ha detto». Sta di fatto che non sentì mai più quell’attrazione interiore che, in modo irresistibile, la chiamava a quella Grotta che chiamerà sempre «il mio paradiso». Giunta al convento di Nevers, capì che non le sarebbe più apparsa e disse di sé, con un sorriso: «Sono come una scopa che, dopo l’uso, si mette dietro la porta perché non serve più». E tratteneva a stento un moto di fastidio quando qualche consorella, o magari una Superiora, le chiedeva una profezia sull’avvenire, ad esempio all’approssimarsi dei Prussiani, dopo il disastro di Sedan: «Quello che la Signora voleva che dicessi, l’ho detto. Ora sono come tutte le altre. Non ho più visto né sentito niente». Ennesimo sigillo di verità, rimarchiamolo ancora: visionarie o simulatrici preservano a ogni costo il loro ruolo di veggenti, mentre qui la protagonista era rammaricata di non avere ulteriori visioni della straordinaria Creatura celeste ma, al contempo, sembrava sollevata di non dovere più portare sulle sue spallette gracili il peso di un incarico tanto gravoso Quel 16 luglio, dunque, non ci fu alcun congedo esplicito; ma si trattò comunque della conclusione. C’è da rimanere ancor più pensosi se si pensa che a Fatima l’ultima visione che ebbero i veggenti (anzi, in questo caso soltanto Lucia, gli altri due non videro questo particolare), l’ultima visione, dunque, fu quella di Maria nelle vesti del Carmelo e con in mano uno scapolare. In quel 13 luglio 1917 del clamoroso miracolo cosmico, con il sole che roteava e che sembrava volere precipitare sulla terra, la Madonna si presentò come quella del Rosario ma poi cambiò aspetto più volte sino ad assumere le sembianze di quella carmelitana. Sappiamo poi che Lucia, entrata tra le suore Dorotee perché consigliata da altri, maturò sempre più una vocazione carmelitana e giunse a scrivere al Papa, Pio XII, per potere entrare, non uscendone più, nel monastero di Coimbra e poter mettersi così sotto la regola di Teresa d’Avi la, di San Giovanni della Croce, di Teresa di Lisieux.

Perché proprio il Carmelo? Secondo alcuni autori spirituali dell’Ordine perché sarebbe come un regalo che Gesù avrebbe fatto alla Madre, visto che Carmelus totus marianus est. In effetti, a differenza delle altre Famiglie religiose, non ha un fondatore e ha finito per identificarsi sempre più con la Madonna che non a caso lo avrebbe favorito con la devozione dello scapolare: il16 luglio è divenuto festa dell’Ordine proprio perché giorno tradizionale della visione che annunciava quel dono. I carmelitani furono tra i primi a impegnarsi appassionatamente per il riconoscimento della Immacolata Concezione, tanto che, già dal tardo Medio Evo, ogni 8 dicembre il Papa si recava a visitarli nella loro chiesa generalizia di Roma. A Pio IX, che volle tenacemente il dogma, sfuggì una battuta significativa: disse infatti, sorridendo, che semmai la Chiesa lo avesse proclamato santo, voleva essere incluso tra quelli carmelitani, visto ciò che avevano fatto nei secoli per l’Immacolata.

René Laurentin fa un’osservazione acuta e profonda: l’ultima apparizione, cioè, sarebbe avvenuta il giorno del Carmelo perché «prima di lasciare la sua bambina, la Madre le fa comprendere che la sua presenza e la sua protezione, simbolizzate dallo scapolare, restano, anche se ormai solo nella fede quotidiana, talvolta oscura».

C’è anche questo, evidentemente, ma crediamo che il segnale primario in questa coincidenza (che, ovviamente, non è affatto casuale) stia nel fatto che il Carmelo vede nell’ebrea Maria la sua regina, ma riconosce in un altro ebreo, nel profeta Elia, il suo “padre spirituale”, il suo “protettore”. In effetti, questa è la sola famiglia religiosa che unisca in sé, direttamente, Antico e Nuovo Testamento: afferma infatti di trovare le sue prime origini negli eremiti che già prima di Cristo popolavano le grotte della montagna che domina il mare di Haifa e la Galilea. Elia, il più grande tra quegli eremiti, è un legame misterioso e al contempo preciso tra il prima e il dopo: Giovanni Battista ma poi anche Gesù stesso sono scambiati per lui, nella Trasfigurazione sul Tabor appare con Mosé accanto al Signore conversando con lui.

La figura di questo profeta si proietta come quella di nessun altro nell’era messianica a venire e al contempo è radicato profondamente nel monoteismo di Israele, per il quale si batte con coraggio, sfidando l’idolatria. Così come, forse, il nome islamico di Fatima non è casuale, altrettanto non è un caso questo richiamo alla radice ebraica attraverso un personaggio-ponte come Elia.

Ma allora, forse non è casuale anche il fatto che il primo ebreo guarito alla Grotta sia stato proprio un frate carmelitano: Hermann Cohen, agnostico libertino di famiglia israelita, convertito ed entrato in religione come padre Agostino Maria e per il quale fu iniziato il processo di beatificazione.

Giusto vicino a Lourdes, prima delle apparizioni, aveva fondato un Carmelo dove riunì alcuni confratelli per una ardente propaganda mariana. Colpito da cecità, riacquistò la vista con l’acqua della Grotta, poco dopo il riconoscimento ufficiale delle apparizioni. Questo figlio di Elia e di Maria, questo israelita cui era caduta dagli occhi la benda della Sinagoga, riacquistò la vista anche fisica nel luogo dove l’Immacolata si era congedata nella festa del Carmelo. Non è un po’ troppo per essere solo una serie di fortuite coincidenze?