TIMONE – Aprile 2009

Vaticano III

Ciò che resta della contestazione cattolica del postconcilio è ormai ridotto quasi soltanto a gruppi di anziani clericali, nostalgici dei lontani anni ruggenti. In effetti, non hanno avuto eredi coloro che, negli anni Sessanta e Settanta, proclamavano aggressivamente di avere per sé il futuro della Chiesa e ne rifiutavano il passato. Le nuove generazioni, che avrebbero dovuto seguire in massa quei “profeti”, non sono state attratte da un cristianesimo ridotto a impegno orizzontale, a lotta politica o a volontariato, a umanesimo, a buonismo politicamente corretto, a sincretismo senza identità. In effetti, non era chiaro che bisogno ci fosse di “religione” per impegnarsi in ciò che anche agnostici ed atei potevano fare. La fine ingloriosa, poi, di un marxismo scoperto in ritardo e con entusiasmo naif in seminari, conventi, sacrestie, ha contribuito alla dispersione di coloro che, unendosi ai comunisti, avrebbero dovuto rifondare la Catholica e, con questa, il mondo.

Ma, se le schiere delle cosiddette “avanguardie” si sono dissolte, senza ricevere rincalzi, larghi vuoti si sono aperti anche nella Chiesa in quanto tale, a tal punto che ci si chiede come potranno reggere molte sue istituzioni, diocesi comprese, senza più ricambio, mentre a Roma sono ormai in svendita molte case generalizie di congregazioni e ordini la cui prospettiva è l’estinzione. Per fare due esempi significativi: quella Olanda o quel Québec che, annunciavano i “nuovi teologi”, grazie a riforme radicali avrebbero dovuto fiorire, da zone di cattolicesimo saldo, diffuso, fervoroso, si sono presto ridotti a cimiteri tra le rovine. In ogni caso, la maggioranza tra i pochi giovani attratti in questi anni da una vocazione religiosa sembrano fare scelte tradizionali. Il contrario, cioè, di quanto annunciato dalle “teo-star” acclamate una trentina di anni fa, con i loro schemi di un evangelo reinterpretato, che avrebbe dovuto suscitare nuovi entusiasmi nel “popolo di Dio”.

Malgrado questo, anche oggi continua a giungere qualche voce dal passato, voci che invocano un nuovo Concilio, un Vaticano III che prosegua e radicalizzi quanto iniziato col Vaticano Il. In queste settimane, paginate intere di grandi giornali “laici” hanno ospitato alcuni di questi appelli. Colpisce, in essi, una miopia che è difficile comprendere, come se, davvero, nulla insegnassero l’esperienza e la storia. In effetti, per un rilancio cristiano si auspicano, come già nel Sessantotto e dintorni, interventi drastici sulla struttura istituzionale della Chiesa e cambi radicali di prospettiva nelle questioni etiche. Insomma, diritto canonico e morale come luoghi di una riforma tanto più salutare quanto più profonda. Una Chiesa, dunque, “democratica”, dove entrino le categorie politiche di elezioni, di maggioranze e di minoranze per la scelta di presbiteri, vescovi, magari papa stesso. Dove il “dispotismo romano” sia superato a favore di un decentramento che renda autonome, al limite della indipendenza, le Conferenze episcopali locali. Dove si diluiscano le distinzioni tra laici e clero: e, quest’ultimo, maschile e femminile, con matrimonio per tutti. Dove si faccia posto a tutte le richieste della prospettiva liberaI: sacramenti per chiunque, nonché cittadinanza nella Chiesa per divorzio, aborto, eutanasia, contraccezione, omosessualità sino alle nozze tra maschi e tra femmine.

 

*****

 

Insomma, il solito rosario sgranato da oltre un quarantennio e che è davvero sorprendente scoprire recitato ancor oggi non soltanto dall’ormai ottantunenne Hans Kung, ma persino da qualche teologo di mezza età, convinto che sia questa la strada per un futuro radioso. A nulla è servito, in questi anni, ricordare che quanto si pretende dalla Chiesa cattolica esiste, e da molto, nelle comunità protestanti, soprattutto quelle più antiche e illustri. Un “Vaticano III” è dunque già giunto, da tempo, per luterani, calvinisti, anglicani. Il risultato è stato l’estinzione della pratica anche solo domenicale; e sono ancora più deserti dei seminari cattolici i collegi per la formazione per pastori, pur sposati, magari in modo omosessuale. Chi, in quelle culture, ha conservato una prospettiva religiosa, ha detto addio a un simile cristianesimo ed è spesso trasmigrato nei gruppi, sette, chiesuole di un protestantesimo “carismatico” che eccede in senso contrario, con prescrizioni morali ossessive.

In realtà, i superstiti invocatori di un “nuovo Concilio” sembrano non rendersi conto che sia una nuova riforma della istituzione ecclesiale che la risposta cattolica alle questioni etiche attuali non sono che problemi “secondari”. In effetti, le strutture istituzionali della Chiesa, come il suo insegnamento morale, sono soltanto conseguenze della fede, dell’adesione al Credo.

Ma proprio qui sta la grande, drammatica, questione che, troppo spesso, viene rimossa o nascosta. La Scrittura è sbriciolata da una critica biblica aggressiva, gestita spesso anche da clericali; la prospettiva morale cattolica è aggredita e derisa dalle nuove scienze umane; la storia della Chiesa è presentata come una serie interminabile di errori ed orrori; la presenza crescente, in terre già cristiane, dei seguaci di nuove religioni ingigantisce le domande sulla possibilità che una Verità esista e sia una sola. Isolato, dubbioso, respinto in una minoranza sempre più assottigliata e confusa, il cattolico superstite si interroga non sulla ammissibilità delle donne prete, dei vescovi omosessuali o delle elezioni per scegliere il parroco.

Si chiede invece, spesso con ansia e nascosti sensi di colpa, se non sia vittima di una illusione, scommettendo la sua vita e la sua morte su un Vangelo che gli è presentato dalla cultura egemone come una raccolta di vecchi miti e leggende orientali. Si chiede, ancor più radicalmente, se davvero un Dio esista e quale sia tra i tanti proposti.

Una ripresa cattolica non sta, come ha mostrato il disastro protestante, nelle riforme di struttura o nella aperture nel campo morale. La ripresa sta radicalmente “a monte”, in una fede di cui ritrovare la verità e la capacità di reggere alle aggressioni ideologiche, di replicare alle obiezioni che giungono da ogni parte.

Un Concilio Vaticano III? Ben venga, purché non sia quello di chi – dando la fede per scontata – voglia ancora interrogarsi sulle migliori conseguenze etico-sociali-istituzionali da trarne. Come ben sappiamo noi che scriviamo su questo giornale e come ben sanno coloro che queste pagine leggono, è ormai la fede stessa che va posta al centro del dibattito. Il problema è, oggi, quello della possibilità di recitare il Credo senza chiedersi ogni volta se un uomo postmoderno possa ancora prenderlo sul serio.

Un nuovo Concilio? Ottima cosa, purché sia quello non delle questioni clericali, ma quello della riscoperta della apologetica. Cioè della possibilità di accordare fede e ragione, di mostrare – non con auspici o invettive, ma con oggettività fondata – che quel legame tra cristiano e cretino di cui molti oggi parlano beffardamente non è che uno sciocco gioco di parole e nulla ha a che fare con la realtà. È tempo di riscoprire la perla, che è la fede, non di limitarsi a perfezionare la conchiglia, cioè il pur necessario “guscio” istituzionale; è tempo di ritrovare la Causa, cioè il Vangelo nella sua verità, prima di dedicare tutta l’attenzione alle conseguenze, cioè ai comportamenti morali che non avrebbero senso se non discendessero da una fede ritrovata e rinsaldata.

 

 

*****

 

 

Rifondaroli

A proposito di annunciatori di un “mondo nuovo”. Tra coloro la cui cocciutaggine non è stata vinta neppure dal muro di Berlino che gli è cascato sulla testa, ci sono quelli di un partito che, non a caso, si chiama “della rifondazione comunista”. Ma sì, riproviamoci ancora una volta! Anche se ormai sappiamo con certezza che sempre ed ovunque lo schema, pur così nobile ed efficiente in teoria, nella realtà non funziona, con le conseguenze terribili che vengono fatte pagare a quel “popolo” che non vuole capire il suo bene.

Comunque, è questa l’ultima dei “rifondaroli”, come li chiamano i saggi romani scuotendo il capo: una grande operazione per venire incontro alla “miseria del proletariato” (parlano ancora così…) , distribuendo a chi langue per la fame pane a un euro al chilogrammo. Grande attività propagandistica, compagni mobilitati, emozione e lacrime di solidarietà tra gli “sfruttati”. Peccato solo che, ad operazione-solidarietà già avviata, il presidente dei panificatori abbia fatto presente che tanto eroico volontariato sembrava fuori posto, visto che da tempo molte catene nazionali di supermercati vendono il pane allo stesso prezzo. Ma, come si diceva, i “profeti” non conoscono l’imbarazzo: dunque, incassato il colpaccio, hanno replicato che loro, per un euro, alle famiglie smunte per denutrizione danno pane artigianale, mentre i biechi capitalisti spacciano pane industriale, dannoso per la salute, lucrando vergognosamente sui prezzi. Controreplica dei panificatori rompiscatole che non solo hanno dimostrato che – gusti raffinati a parte – il pane detto “industriale” è sano alla pari di ogni altro, ma hanno anche documentato che un prodotto fatto a mano non può costare un euro al chilo. Dunque, non è vero che il prezzo praticato dai “rifondaroli” è praticabile “se si tagliano le unghie alla speculazione della classe mercantile”. Anche il pane dei compagni è industriale, dunque il suo non è un prezzo politico ma di mercato. Sta di fatto che, a quanto mi dicono, ora i “proletari” da sfamare non vanno al banchetto dei demagoghi in camicia rossa ma, ben più comodamente, si accomodano agli scaffali del supermercato. Dove trovano lo stesso prodotto allo stesso prezzo.

Non dimentichiamo che la demagogia non è altro che una forma di menzogna: e tutte le bugie, anche quelle politiche, hanno le gambe corte.

 

 

*****

 

 

“Pensioncina” al terrorista

Per chiudere col tema, sarà bene ricordare, a futura memoria, che anche i rivoluzionari di professione, che i terroristi stessi tengono famiglia e si fanno un dovere di rivendicare i loro diritti sindacali nei confronti di quello Stato che è per loro la maggiore aberrazione e di cui, all’occorrenza, assassinano i “servi”. È successo infatti che il simbolo stesso degli anni di piombo, Renato Curcio, padre delle Brigate Rosse, che fu protagonista di azioni sanguinose mai rinnegate ma, anzi, sempre orgogliosamente rivendicate, che quel mitico Curcio, dunque, abbia preso carta e penna per compilare moduli e chiedere all’lnps la pensione che spetta a ogni lavoratore.

Non essendo previsto il versamento di contributi previdenziali per il lavoro di terrorista o di carcerato, l’Istituto ha respinto la richiesta del già guerrigliero. Il quale se ne è lagnato altamente, anche se, essendosi risposato bene {la prima moglie morì con le armi in pugno, in un celebre scontro con la polizia) non ha problemi economici. Di suo, poi, si impegna in certe cooperative sociali che gli assicurano un reddito. Ma, si sa, una pensioncina non dispiace a nessuno. Neanche ai figli “migliori” di quel Sessantotto che, così, da tragedia finisce in farsa, con i Curcio a rivendicare i loro diritti previdenziali allo sportello dello Stato che, come diceva lo slogan dei suoi brigatisti, “non si riforma, ma si abbatte».

 

 

*****

 

 

Per padre uno scimmione?

A proposito, più o meno, di questi signori, trovo una nota nel recente, bel libro del cardinale Giacomo Biffi, Pecore e pastori. Riflessioni sul gregge di Cristo (edizioni Cantagalli): “Vladimir Solovev, il teologo russo, ha osservato che i socialismi, nati nell’Ottocento, sono basati su uno strano sillogismo: “Tutti gli uomini derivano dalla scimmia, dunque devono amarsi come fratelli”. Vale a dire, salvano la conclusione evangelica (il programma di una “carità” umanistica) sostituendo però alla premessa evangelica (“Dio è il Padre di tutti”) una premessa di indole scientista, con le scimmie all’origine dell’umanità».

 

 

*****

 

 

 

Il calcio in “paradiso”?

Per cambiare del tutto argomento.

Poche cose, in questi mesi, mi hanno dato il senso del punto cui è giunto il deserto della secolarizzazione più di una lettera, con relativa risposta, pubblicata da un giornale importante e “serio”. In una rubrica, per giunta, di un giornalista giudicato anch’egli “serio”, rispettato per prestigio e, sarà bene precisarlo, non della redazione sportiva ma di quella culturale.

Autore della lettera, uno che si definisce “un ragazzo di 29 anni”: qualche mese fa fu colpito da una grave malattia il padre, “persona genuina, magnanima e, ciò che più conta, interista vero». Così lo descrive il figlio, il cui compito pietoso, da allora, è stato sedere accanto al letto del genitore all’ospedale, “a ricordare insieme i momenti belli e anche quelli meno belli della nostra squadra del cuore». Quando l’anziano riaperse gli occhi dopo una operazione lunga e dolorosa, il “ragazzo di 29 anni» lo risollevò narrandogli per filo e per segno le prodezze, la sera prima, «di Adriano, il giocatore che più amiamo». AIlorché, per papà, giunse la crisi decisiva, quella destinata a concludersi con la morte, così si è comportato il bravo figliolo: «Mi sono seduto accanto a lui, intubato, con in una mano la radiolina, la nostra finestra aperta su San Siro. Gli ho detto di riposarsi tranquillo, al momento di un gol dei nostri lo avrei risvegliato con una stretta di mano. Per l’ultima volta, dunque, ho potuto sussurrargli: “Rete dell’lnter!” e vedere un sorriso sul suo volto sofferente». Se ne è andato sereno, sentendosi privilegiato per essersi congedato dai vivi proprio in una sera di vittoria nerazzurra.

Ora che papà non c’è più, una sola speranza del figlio: «avere la forza di vivere ogni giorno, sicuro che prima o poi, da qualche parte, sarò ancora al suo fianco a gioire per un gol della squadra che tanto abbiamo amato ed amo».

Fin qui, siamo disposti a rattristarci per questa terribile miseria spirituale ma, nonostante tutto, possiamo capire. Più difficile comprendere la risposta del “prestigioso giornalista”, che non ha gli alibi dei suoi interlocutori: «Grazie, carissimo, un regalo a tutti noi, la passione sportiva come un legame tra generazioni, il tifo come un motivo di speranza, una spinta per vivere e una consolazione per morire, il papà che, di certo, discute, ora amabilmente, su qualche nuvola chissà dove, dell’andamento del campionato con il direttore, defunto egli pure di recente, della Gazzetta dello Sport».

Una “comunione dei santi”, una “buona morte”, un “motivo di consolazione e di speranza” che, lasciatemelo dire, mi agghiacciano. C’è davvero una lunga china da risalire. Anzi, c’è davvero da ricominciare da capo.

 

 

*****

 

 

Nome dimenticato

Un amico regista – facemmo assieme, per la Rai, alcuni documentari e sceneggiati – ha preso casa a Sutri, l’antica cittadina del Viterbese dove, tra l’altro, si svolsero alcuni conclavi.

Mi dice di avere scoperto da poco il nome della Santa patrona del luogo, una martire dei primi secoli, e di desiderare di farlo conoscere a più futuri genitori gli è possibile. “È triste» mi confida “constatare che, di anno in anno, sempre più bambine vengono chiamate con nomi tratti dalla televisione, spesso di derivazione americana. AI contempo, si sono completamente dimenticati nomi come quello di una santa come questa, conosciuta ormai solo in questo angolo di Lazio. Eppure, quale dono e quale augurio migliore, per un figlia, che chiamarla come la patrona di Sutri?».

Ma chi è, replico – ignorante io pure – questa patrona? Mi risponde: «Santa Dolcissima, vergine e martire». Non posso che dargli ragione. E giro la segnalazione a chi è in attesa di una bambina… .