TIMONE – Aprile 2008

Apologia di Lourdes/1

 

Come dicevo la volta scorsa, per qualche mese questo spazio sarà dedicato ad alcuni degli spunti che confermano la verità di quelle apparizioni di Lourdes di cui, proprio quest’anno, celebriamo il secolo e mezzo.

Un antico principio del diritto ricorda che «ciò che non è provato da un solo indizio è provato da molti». Ne accumuleremo, dunque, il più possibile, consapevoli che “provare” l’autenticità di quanto avvenuto nella grotta di Massabielle ha un immenso valore apologetico. E lo ha anche per ciò che concerne la dimensione ecclesiale che, come sappiamo, è oggi quella più difficile da accettare per il ben pensante, nutrito di umori e veleni dell’ideologia dominante, quella del politicamente corretto. Non a caso Lourdes è stata prediletta più di ogni altra dai Papi che non dimenticano come l’apparizione abbia dato un inedito – e unico – avallo divino alla decisione di Pio IX, che ruppe un indugio millenario, che sfidò il parere contrario persino del venerato Tommaso d’Aquino e di autorevoli scuole teologiche, proclamando il dogma della Immacolata Concezione. Unico tra i papi, Pio IX ottenne una straordinaria conferma divina dell’autorità concessa da Gesù a Pietro: «A te darò le chiavi del regno dei cieli e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (Mt 16,19).

Cominciamo, allora, con un indizio proprio sul tema “ecclesiale”: il luogo dove Bernadette “vide” apparteneva al territorio della parrocchia che, retta dall’energico e zelante abbé Dominique Peyramale, era (ed è tuttora) dedicata a San Pietro. Una intitolazione piuttosto rara in Francia e ancor più rara in quelle zone dove il gallicanesimo era molto forte, tanto che la diocesi di Tarbes (lo vedremo meglio) fu una di quelle dove, ai tempi della Rivoluzione, la quasi totalità del clero fu jureur, giurò cioè fedeltà alla Repubblica e fu minimo il numero dei preti “refrattari”, che, dunque, restarono fedeli al divieto giunto da Roma.

Tutto, dunque, qui si svolse sotto il patronato di Pietro, giustificando anche così l’affetto benigno e la devozione dei successori romani dell’Apostolo. È significativo che, sin dagli inizi del Novecento, sia stata costruita, nei Giardini Vaticani, una copia perfetta, nelle dimensioni al naturale, della Grotta e che ogni Papa, per tradizione, reciti lì il suo rosario quotidiano. Lourdes è dunque presente ogni giorno nella vita del Sommo Pontefice. Come ho raccontato in Ipotesi su Maria, René Laurentin ed io, prima ancora dell’apertura – voluta dall’allora cardinal Ratzinger – degli archivi del Sant’Uffizio, ottenemmo il permesso di esaminare la cartella di quanto riguardava le apparizioni. Scoprimmo, così, che era vuota, ad eccezione dei documenti di una disputa (per banali questioni di diritti d’autore) tra i Padri che amministravano il santuario ed Henri Lasserre, l’autore del celebre best seller che molto contribuì a “lanciare” il pellegrinaggio sul Gave. Roma, dunque – a differenza di quanto avvenuto per altre apparizioni, pur riconosciute, come La Salette o Pontmain o Fatima stessa – non ebbe mai a intervenire, a conferma del giudizio positivo, senza contrasti ed esitazioni che la Chiesa diede sempre, dopo le prime, doverose diffidenze di don Peyramale, sulla limpidezza della testimonianza di Bernadette, non a caso proclamata prima beata e poi santa.

È unico anche il fatto che i Papi abbiano dedicato a Lourdes addirittura encicliche o, come Giovanni Paolo Il, abbiano voluto farne la meta dell’ultimo pellegrinaggio della loro vita.

Lo stesso papa Wojtyla ha dato ancor maggiore risalto e prestigio all’undici febbraio, inizio delle apparizioni, fissando in quella data la Giornata Universale del Malato. Benedetto XVI, pur quasi “sedentario” rispetto a quell’instancabile globe trotter che fu il suo predecessore, vi si recherà egli stesso quest’autunno. Un pontefice come Pio XII che, malgrado la libertà ridatagli dalla Conciliazione, non uscì mai dal circuito Vaticano-Castelgandolfo, aveva tutto predisposto per una sorta di blitz aereo per il primo centenario, nel 1958, atterrando con un piccolo velivolo nella Prairie, la prateria al di là del torrente. Solo il divieto dei medici gli impedì quel viaggio, che avrebbe preceduto di poco la morte. In quello stesso anno, il cardinal Roncalli gongolava di soddisfazione: devotissimo egli pure a quei luoghi, era stato delegato dal Papa – cui poco dopo sarebbe succeduto – a consacrare la nuova, immensa basilica sotterranea. Del resto, già nel 1907, in vista del Cinquantenario, san Pio X aveva inserito la festa (già concessa dal 1890 alla diocesi di Tarbes e poi estesa ad altre diocesi) nel Calendario della Chiesa universale, con una delle maggiori dignità, quella di “doppia-maggiore”.

Al proposito: anche per tutta questa mole di riconoscimenti molti ritengono che – almeno in casi come questo – sia da rivedere lo statuto teologico delle cosiddette “rivelazioni private” che, anche se ufficialmente approvate dalla Gerarchia, sono guardate come fenomeni “minori”, da “devozione popolare”, in ogni caso non impegnative per la Gerarchia. È singolare: proprio quelli che, nella Chiesa, più parlano di “popolo” – sino alla demagogia cui abbiamo assistito quando tanti, troppi preti scopersero con entusiasmo il comunismo ormai morente – ebbene, proprio costoro sembrano allergici a questi eventi che coinvolgono davvero il “popolo”. Tanto che l’affluenza ai santuari, soprattutto sorti sui luoghi di apparizioni mariane, è la sola “voce” ecclesiale che non abbia registrato una emorragia vistosa, dopo il Concilio. Certa intellighenzia clericale non si occupa di questo e, al massimo, vi fa sopra della sociologia secondo categorie laiche e magari secolarizzate.

Cose minori, dunque, per le quali non perde tempo il teologo “adulto”, impegnato in ben altre faccende? C’è da chiedersi che cosa avverrebbe se (parlo ovviamente per paradosso) la scoperta di nuovi, inoppugnabili documenti costringesse a riconoscere che Lourdes – o Fatima, pure qui i veggenti sono stati elevati agli altari – non hanno nulla a che vedere con il Soprannaturale, ma sono il frutto di illusioni o, addirittura, di imbrogli. Il disastro pastorale sarebbe, ovviamente, immane.

Ma ci sarebbero solo conseguenze pastorali e non anche teologiche, visto sino a che punto la Chiesa si è impegnata, e non soltanto approvando i pellegrinaggi? Nelle canonizzazioni, stando all’opinione prevalente, la Catholica impegna la sua infallibilità. Ora, è vero che Bernadette (o i due piccoli di Fatima, mentre per suor Lucia si è solo agli inizi) non è stata glorificata innanzitutto per essere stata scelta come strumento di Maria bensì per avere Muto sino in fondo le esigenze del Vangelo. Ma, in caso di rivelazioni “scandalose”, delle due l’una: o quella donna fu un’alienata, una caricatura di mistica, oppure fu la complice cinica e spergiura di un gigantesco raggiro. Un simile personaggio proposto come esempio e come intercessore ai credenti? E, in generale, che ne sarebbe della pretesa della Chiesa di essere assistita, nel giudicare simili cose, dal Cielo stesso, con tanto di miracoli richiesti alla intercessione del glorificando, come garanzia che davvero merita di essere innalzato a testimone esemplare del vangelo? Sono domande che molti, da tempo, si fanno. Sorpresi, tra l’altro, dal fatto che dopo il Vaticano Illa smania di nuovo ha portato al cambio e all’aggiornamento di tutto ma non alla rilettura e al rinnovo delle norme su queste cosiddette “apparizioni private”. Norme che sono ancora, sostanzialmente, quelle dettate da Prospero Lambertini, papa con il nome di Benedetto XIV a metà del secolo dei Lumi, quel Settecento scettico e iconoclasta. E qualcuno ha detto che quel pur grande pontefice non era del tutto esente dallo spirito del tempo e, dunque, in qualche modo giocò “al ribasso”, temendo forse superstizioni dove in realtà non c’erano.

 

 

***

 

Ma, per tornare a noi. Accennavo, sopra, alla Conciliazione. Essa ha fatto sì che la data dell’inizio delle apparizioni pirenaiche sia divenuta una ricorrenza anche del calendario civile, tanto che in molte città italiane vi sono vie e corsi dedicati all’undici febbraio. Quello del 1929, naturalmente, non quello del 1858. Ad esempio, nella “mia” Torino, quell’indirizzo è conosciuto da tutti, perché vi hanno sede il Comando generale dei vigili urbani (vi si pagano le multe…) e alcune aziende di servizi municipali. Ogni volta che io pure ero costretto ad andarvi, mi chiedevo se la data per la storica firma dei Patti Lateranensi che chiudevano la Questione Romana fosse stata scelta intenzionalmente da Pio XI come devoto, egli pure, di Lourdes, o se avesse altre motivazioni.

Solo dopo molte ricerche ho trovato risposta alla mia domanda, fornitami dal più autorevole, qui, dei testimoni, cioè dal principe Francesco Pacelli, fratello di Eugenio che diverrà, dieci anni dopo, papa Pio XII. Francesco era stato nominato plenipotenziario della Santa Sede per le trattative col governo italiano e ci ha lasciato un accurato “Diario della Conciliazione”, dove gli eventi sono seguiti quasi ora per ora. Si scopre, così, che la prima indicazione della data risale non a uomini di Chiesa ma a Mussolini. Leggo, infatti, nel “Diario”, sotto la data del 31 gennaio di quel 1929: “Il Capo del Governo italiano mi dà incarico di riferire al Santo Padre che per la firma egli propone o il giorno 6 o il12 di febbraio, nei quali giorni ricorrono le feste della elezione e della incoronazione del Santo Padre stesso».

AI 4 di febbraio, Pacelli annota: “Udienza del Santo Padre col cardinal Gasparri nella quale si discute la data della firma; che potrebbe essere il giorno 11 , vigilia della incoronazione o dopo il 13, ricorrendo in detto giorno le Ceneri». Dopo varie esitazioni, si fissa per domenica 10ma, all’ultimo minuto, si decide di far slittare di un giorno e di firmare i Patti (che provocheranno un enorme eco in tutto il mondo ed entreranno in ogni libro di scuola) lunedì 11 febbraio, perché ci si ricorda che in quel giorno festivo, nella basilica “madre di tutte le chiese” è stata da tempo fissata una grande liturgia per una ricorrenza che Pacelli non indica. Sta di fatto che la folla avrebbe dato problemi soprattutto al servizio d’ordine e avrebbe tolto centralità a un evento così importante. La ricorrenza di Lourdes, dunque, non sembra avere avuto alcun ruolo, ma proprio questo rende pensoso il credente. Tanto più che il cerimoniale fissa la firma (annota ancora il principe Pacelli) a mezzogiorno: dunque, non solo il giorno ma anche l’ora precisa della prima apparizione a Bernadette.

C’è da riflettere, dico, alla luce di quanto osservavo sopra: Massabielle è un culto in qualche modo “papale”, confermando l’autorità dei pontefici nel definire dogmi di fede, essendo iniziato nel territorio di una parrocchia dedicata a San Pietro ed essendo stato sempre favorito dagli uomini chiamati dal Paraclito a reggere la Chiesa. Sembra dunque opportuno che la ricorrenza di Lourdes abbia coinciso con un evento di straordinaria importanza per il Papato: il quale, quell’undici febbraio 1929, vide premiata la lunga, tenace resistenza iniziata con Pio IX a difesa della indipendenza della Chiesa che, per essere davvero libera, ha bisogno di un territorio, per quanto piccolo, dove sia padrona in casa propria e non debba dipendere dagli umori e dalle politiche di uno Stato sul cui suolo sia ospite.

Sembra che la Chiesa, in quel 1929, non ne sia stata consapevole e sia stata misteriosamente guidata. Ma poche date erano più opportune di quel giorno di febbraio: una storica tappa per la Chiesa militante in coincidenza con l’inizio di un evento che aveva confermato l’autorità di quella Chiesa. Non può essere, anche questo, uno dei tanti enigmi che aleggiano attorno alla Grotta? Un indizio in più della verità soprannaturale di quegli eventi?

 

 

***

 

 

Maria appare a Lourdes (così come a Fatima) con un rosario in mano. Anche Bernadette ne ha uno, con i grani di legno, comprato per cinque soldi al vicino santuario di Bétharram. Oltre ai poveri stracci di cui è coperta, ha addosso due soli oggetti: quella corona e, attaccata al collo con uno spago, una copia in stagno della Medaglia Miracolosa che la Madonna aveva “commissionato” nel 1830 a santa Caterina Labouré, nelle celebri apparizioni parigine. Quella medaglia, lo si sa, porta una scritta dove si invoca la Vergine come «concepita senza peccato» e la sua diffusione, tanto vasta quanto discreta, non è estranea alla decisione del Papa, 24 anni dopo, di rompere gli indugi e di proclamare il dogma della Immacolata. Anche qui, tout se tient: Bernadette non sa che significhi il termine “Immacolata Concezione”, tanto che, correndo dalla grotta al presbiterio di don Peyramale, il 25 marzo, deve ripetere di continuo, ad alta voce, le parole sentite dalla Signora, per non dimenticarle. Eppure, ha su di sé una invocazione a Colei che è Immacolata.

Come si sa, la piccola reciterà il rosario assieme ad Aquerò: questa, però, farà scorrere i grani ma non muoverà le labbra. Con il suo gesto, esorta i figli a salutarla (Ave Maria…) e a invocarla (ora pro nobis peccatoribus) ma, evidentemente, non lo fa ella stessa. È un particolare apparentemente minore, in realtà assai importante, che Bernadette confermerà sempre, anche nel terribile interrogatorio davanti al commissario di polizia. Soprattutto in questi dettagli si può sorprendere il marchio di verità della sua testimonianza. Come avrebbe potuto passarle per la mente di inventarlo, ignara com’era persino delle basi del catechismo?

Comunque, Lourdes è radicalmente “cattolica” non solo confermando i dogmi definiti dalla Chiesa ma confermando anche le sue devozioni, a cominciare da quel rosario che è stato nei secoli l’alimento dei santi ma pure la Biblia pauperum, la Scrittura degli analfabeti: tutto il suo impianto, con il succedersi dei “misteri” è evangelico, come sono evangelici il Pater noster, la prima parte dell’A ve, il Gloria alla Trinità e derivano direttamente dalla Bibbia anche le litanie che lo seguono e dove ogni invocazione si rifà a una immagine scritturale. Il furore della riforma protestante contro la “pratica superstiziosa” della recita della corona è contraddittorio con i suoi stessi principi, tutto nel rosario venendo da quella Bibbia cui soltanto il protestantesimo dice di ispirarsi.

Ma vale la pena di approfittare dell’occasione per ricordare una realtà ignorata, presumo, da coloro che pur recitano ogni giorno il rosario. Nella sua versione completa, come si sa, questo è composto da 150 Ave Maria: in origine, fu il sostituto dei 150 salmi per i frati conversi che non sapevano leggere. I 50 grani abituali non sono che un terzo del totale (i Portoghesi, ad esempio, chiamano la corona o terço). Ma il cerchio di quella corona è completato da una “appendice” da cui pende una croce e sulla quale sono fissati cinque grani ulteriori. Di essi, due sono isolati e sono previsti, dall’antica tradizione, per la recita di un Salve Regina e di un Gloria. Quei due grani, ne precedono e seguono altri tre raggruppati uno vicino all’altro, scorrendo i quali si recitavano alla fine altre tre Ave Maria.

Queste, dunque, per la recita del rosario completo, sono in totale 153. Numero, ovviamente, non casuale ma scelto da coloro che, in una evoluzione durata secoli, crearono questa devozione che tanta parte aveva, e ha, nella vita spirituale dei fedeli. Numero, questo 153, misterioso, divenuto sacro e carico di simboli che in gran parte ci sfuggono e che risale, come si sa, al vangelo di Giovanni, con l’apparizione del Risorto agli apostoli che gettano invano le reti sul lago di Tiberiade, quando compare un Personaggio che solo dopo sarà riconosciuto e che consiglia di «gettare la rete dalla parte destra della barca». Il risultato è che «quando Pietro trasse a terra la rete, essa era piena di 153 grossi pesci».

Ecco dunque a che si ispira il numero di Ave Maria della corona che, anche in questo, vuole avere le sue radici nel vangelo. Ma il numero misterioso dei pesci pescati su indicazione di Gesù si cela nella preghiera stessa. In effetti, se si contano le lettere dell’Ave Maria in latino – in questa lingua è nata – si scoprirà che essa è composta di 153 lettere (escludendo l’amen finale, aggiunta tarda e che non fa parte della preghiera originale ed escludendo l’et davanti al benedictus fructus ventris tui poiché neppure questa congiunzione – irrilevante perché puramente eufonica – è registrata nei testi antichi).

Dunque, 153 le Ave Maria, ciascuna di esse composta di 153 lettere. Ma, allora, è giustificato un brivido di sorpresa scoprendo che Nostra Signora del Rosario, così è chiamata ufficialmente la Vergine apparsa a Fatima, convoca i tre piccoli veggenti a un incontro per sei mesi, da maggio a ottobre, al giorno tredici. Ebbene, dal 13 maggio, inizio delle apparizioni, al 13 ottobre, la fine clamorosa, quando esplode il grande prodigio solare, i giorni sono 153! Un ennesimo “caso”? Chi si accontenta, ha libertà di crederlo. Quel numero misterioso compare anche a Lourdes, seppure con una singolarità. In effetti, sono 153 i giorni della durata delle apparizioni, ma solo se si comincia dalla seconda, il 14 febbraio, sino all’ultima, il 16 luglio, nella festa di Nostra Signora del Carmelo, su cui dovremo ritornare. Se cominciamo dall’11 febbraio, la durata del ciclo delle apparizioni è di 156 giorni. Qualcuno ha fatto notare che i 153 giorni del vangelo e poi del rosario e dell’Ave Maria scadono, partendo dall’11 febbraio, il 13 luglio: ritorna cioè il 13 di Fatima. Tredici che da sempre è legato a Maria perché icona della Vergine è la Luna (che non brilla di luce propria, bensì di quella riflessa dal Sole Cristo) e 13 sono le lunazioni dell’anno, così come 13 sono i gradi che il nostro satellite percorre ogni giorno nel suo peri pio nel cielo. Per tornare al nostro 153: qualcuno si è spinto forse troppo in là e ha notato che, se si dà un numero alle lettere (A = 1, B = 2, ecc.), e se si impiega la lingua ufficiale a Lourdes, il francese, su 365 giorni ce ne è uno solo il cui nome, sommandone le lettere trasformate in cifre, dia come totale il 153.

E questo giorno è Seize Juillet, sedici luglio, cioè il giorno dell’ultima apparizione. Ma, ripeto, in questi casi prudenza e spirito critico sono d’obbligo.

 

 

***

 

 

Ma visto che guardavamo al Cielo, parlando della Luna: per l’antica sapienza astrologica, l’inizio delle apparizioni avviene sotto il segno dell’Acquario, segno che – a parere unanime dei cultori dello Zodiaco, secondo tutte le tradizioni di tutti i secoli – è sotto la tutela della Regina degli dei. In Occidente, Giunone per i romani, Era per i Greci. Chi può escludere che anche qui si annidi un segnale, una sorta di esorcismo nei riguardi del paganesimo che, proprio nell’Europa dell’Ottocento, iniziava la sua rinascita? Oppure, perché non pensare alla scelta di uno spazio temporale “femminile”, secondo la tradizione di tutti i popoli, per una storia tra donne, la Sovrana del Cielo e la più miserabile ragazzetta di Francia?

Ma i nostri carotaggi nel Mistero non sono che all’inizio. Continueremo il prossimo mese.