Sulle stanze del conclave lo sguardo del regista: né ironie né conversione

15 aprile 2011 :: Corriere della Sera, di Vittorio Messori

Non è certo un annuncio di conversione del laico Moretti; ma non è neppure lo sberleffo dell’ erede di una gauche mangiapreti. Questo film non edificherà i cattolici; ma non rallegrerà neppure gli atei. E sarebbe deluso chi si attendesse pensosi confronti sulla vita e la morte tra uno psicoanalista incredulo e l’ intero collegio dei cardinali. Prigionieri delle sale vaticane pur a conclave concluso, gli anziani porporati in vestaglia fanno solitari con le carte, giocano a scopa (litigando sui punti), si dedicano ai puzzle o fumano rilassati in poltrona. Qualcuno progetta di uscire, alla chetichella, per un cappuccino e un maritozzo alla crema. Non vanno a bussare, per appassionati confronti sulla condizione umana, alla porta della stanza dov’ è recluso, egli pure, lo psicoanalista alla moda della borghesia romana. Ma neppure costui (impersonato dallo stesso Moretti) ha alcuna curiosità metafisica e non approfitta dell’ occasione per confrontarsi con l’ intero Sinedrio della Chiesa cattolica. Sfoglia sì la Bibbia, ma perché, si lagna ironicamente, è il solo libro che gli hanno fatto trovare in camera. Habemus Papam di Nanni Moretti può prestarsi, come sempre avviene per ciò che vale, a diverse letture. A noi è sembrata la testimonianza di un mondo che si è stancato di dialoghi e confronti, di invettive e di entusiasmi, un mondo dove ciascuno si tiene la sua idea – se ne ha una – ed è troppo annoiato per volere convincere l’ altro. Il nuovo eletto al papato (l’ ottantacinquenne ma ancora bravissimo Michel Piccoli) ha pregato intensamente per non essere il prescelto dello Spirito Santo, vero ispiratore del conclave. Moretti, infatti, rovescia subito le carte: tutta la letteratura anticlericale ci parla di cinici e ambiziosi cardinali che non esitano neppure di fronte al crimine pur di uscire dalla Cappella Sistina con l’ abito bianco pontificale. Qui è il contrario: tutti si raccomandano a Dio perché alle loro spalle sia risparmiato il peso della croce papale. L’ apostolato è un mestiere faticoso, esige impegno per cercare di convincere gli increduli, meglio che tocchi ad altri. Alla fine, tocca all’ anziano porporato, con accento francese, impersonato da Piccoli. Gli viene strappata un’ esitante accettazione, si riesce a vestirlo con gli abiti pontificali, il cardinale protodiacono (cui spetta la proclamazione ufficiale al popolo) si affaccia alla loggia di San Pietro, ma al suo Habemus Papam! risponde un urlo lacerante dell’ eletto, un rifiuto di presentarsi alla folla festante, persino il divieto di fare il suo nome. Da qui una situazione imprevista non solo dal diritto canonico, ma anche da ogni consuetudine e tradizione di una Chiesa che pur ha visto di tutto nella sua storia due volte millenaria. Dopo aver provato a convincere il riluttante con ogni mezzo, alla fine la clausura del conclave è rotta per fare entrare il famoso psicoanalista. E qui pure si accumulano i segni della tolleranza (o indifferenza ?) per le idee altrui. Il cardinal decano, infatti, accoglie lo specialista con cordialità e insieme scetticismo, dicendogli chiaro che si è voluto provare anche con lui; tiene però a precisare di credere nell’ anima ma non nell’ inconscio. Moretti sorride, ma non replica. Non replicherà neppure il cardinale, quando accennerà al «disegno intelligente» di Dio nella Sua Creazione e verrà la risposta pronta dello psicoanalista che parla della «grandezza della prospettiva di Darwin», della bellezza morale di accettare che tutto, uomini compresi, sia nato dal caso e dalla evoluzione. È solo uno scambio casuale di battute mentre i due arbitrano un grottesco torneo di pallavolo tra i vecchi cardinali. Battute sui massimi sistemi ma senza alcun seguito, nessuno ha voglia (lo dicevamo) di convincere l’ altro. A questo fine, Moretti fa tutta intera la sua parte, sia come regista che come attore. L’ immagine che ci dà della Chiesa è bonaria, non ha nulla di polemico o di caustico, magari con i soliti, facili richiami alla pedofilia o allo Ior. I Principi della Chiesa sono una banda di vecchi più ingenui che scaltri, i visi pieni e le corporature massicce ricordano papa Giovanni, c’ è qualche profilo segaligno, ma da parroco burbero benefico, alla cardinal Tonini. Buon diavolo, più pasticcione che astuto, anche l’ unico laico della brigata, il portavoce della Santa Sede, interpretato da Jerzy Stuhr. È anche una Chiesa amata dal popolo, come testimonia la folla che bivacca paziente in piazza San Pietro in attesa di sapere finalmente chi sia il suo nuovo Pastore per acclamarlo. Qui pure, dunque, nessuna fatica per una polemica anticlericale. Tanto frusta quanto noiosa. Gli apologeti cattolici stavolta non dovranno intervenire a difesa della Chiesa: ma questa, sia chiaro, non ha dato al film alcun imprimatur, come ha equivocato qualcuno. Meno di un paio di anni fa, Moretti chiese a mons. Gianfranco Ravasi, non ancora cardinale ma già ufficiosamente «ministro vaticano della cultura», di dare un’ occhiata a un abbozzo del film in progetto. Ravasi, uomo disponibile e cortese – come sa chi lo conosce – accettò e trovò il testo «interessante», augurandosi che la realizzazione fosse adeguata. Ma come ha precisato l’ ora cardinale, a quel contatto non ne seguirono altri, «per non dare l’ idea di un avallo e per lasciare libertà all’ artista». Di quella libertà Moretti – per un cattolico, almeno – non ha abusato. Ma, pur nel rispetto verso l’ istituzione, la sua Chiesa ha per icona un papa che ha paura di essere tale; un papa che non ha perso la fede, ma che non si aspetta aiuto e sostegno dal Cristo che pur lo ha chiamato a essergli vicario. Un papa che ancor crede nel Vangelo, ma che preferisce la sua placida pensione alla fatica di proclamarlo. «Un elogio della inadeguatezza», ha detto Moretti. Eppure Dante, per quel Celestino V che si dimise dal papato, parlò di «viltade». Prospettive diverse. Ma l’ autore di questo Habemus Papam ci consiglia di lasciar perdere ogni confronto: che ciascuno coltivi il suo orticello e lasci in pace quello dell’ altro.

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