Messori, un’inchiesta

Dicembre 2012 :: Studi cattolici, di Cesare Cavalleri

Diavolo d’un Messori! Uno come me che crede sinceramente alla verità delle apparizioni di Lourdes, ma che a Lourdes non è mai andato e che, per il momento, non intende andare, non avrebbe nessun bisogno di leggere il suo nuovo libro Bernadette non ci ha ingannati (Mondadori, Milano 2012, pp. 298, euro 19,50), tanto più che non mi è mai passata per la testa l’idea che Bernadette abbia ingannato qualcuno. Invece prendo in mano il libro, comincio a leggere e mi rendo subito conto che devo andare fino in fondo, perché la scrittura di Messori è avvolgente, astuta nella sua finta semplicità (ho visto dei manoscritti di Messori: corregge molto, stesura dopo stesura, perché la semplicità è sempre un punto d’arrivo, non di partenza), ti ipnotizza, bastone e carota, dice «come vedremo più avanti» e sei costretto ad andare avanti e arrivi alla soluzione del dubbio che ti eri riservato in cauzione e sei obbligato a dare ragione a lui, a questo apologeta che, qui più che mai, è storico di professione. Fatti, non parole. E i fatti convincono anche me che già credevo quando non avevo bisogno dei fatti. Perché il compito dell’apologetica, in effetti, non è tanto quello di offrire ragioni di credibilità agli increduli (se non vogliono credono, non c’è argomento che tenga), bensì di confermare nella fede chi già crede. L’apologetica aiuta a separare il buon grano della fede da quel poco di loglio del fideismo che sempre ci si intrufola. Si crede alla verità di Lourdes perché il vescovo di Tarbes, dopo esitazioni anche sue, nel 1862, a quattro anni dalle apparizioni, le dichiarava autentiche; e poi perché Bernadette (1844-1879) è stata beatificata nel 1925 e canonizzata nel 1933. Tutto questo, al credente, basta e avanza. Ma se lo storico Messori costringe anche il credente a verificare i fatti, e li dimostra inoppugnabili, che bellezza! Davvero Bernadette non ci ha ingannati.

Abbiamo bisogno, in quest’Anno della Fede, di riscoprire «le ragioni della fede» perché la «nuova evangelizzazione» richiede un rafforzamento nella propria identità di cristiano in chi ha capito che l’impegno di diffondere il Vangelo è insito nella vocazione battesimale, cioè riguarda tutti. Di capitolo in capitolo, Messori smonta tutte le obiezioni alla verità su Lourdes. Bernadette non era manipolata dai preti (con i quali, oltretutto, aveva avuto solo sporadici contatti) e ancor meno dal vescovo, dapprima sodale col prefetto nello scetticismo sulle apparizioni. I genitori della ragazza non intendevano trarre alcun lucro dagli eventi, anzi, ingiungevano alla figlia di non ritornare nella Grotta. Bernadette, quattordicenne illetterata, non era un’«attrice» in grado di interpretare una «commedia» durata per vent’anni. Ben altri sono i sintomi dell’isteria e delle allucinazioni: chi l’ha davvero avvicinata, assicura che era una ragazza solare, perfino incline agli scherzi, né «mistica» né «contemplativa » nel senso di «con la testa fra le nuvole». E per tutta la vita Bernadette non ha fatto che ribadire quello che aveva «visto» e che non poteva negare di aver «visto». Non è vero che Bernadette, diventata suor Marie Bernard, non fosse apprezzata dalla madre Vauzou, sua superiora nel convento di Nevers: se il processo di beatificazione venne aperto solo alla morte di costei, nel 1907, è perché la superiora riteneva più corretto che venisse beatificato prima il fondatore della congregazione, e dopo quella suora pur così privilegiata dalla Vergine. Peraltro, la causa di beatificazione del Servo di Dio Jean-Baptiste de Laveyne fu introdotta a Roma solo nel 1938, e non è ancora conclusa. Tuttavia, la Madre generale che sosteneva non essere giusto né bello che «una figlia passi davanti al padre», morì invocando Nostra Signora di Lourdes. E il demonio? Il demonio c’entra sempre quando ci sono di mezzo i santi, e il confessore del convento di Nevers ha dichiarato che Bernadette agonizzante gli confidò che il demonio aveva cercato di spaventarla, ma lei l’aveva scacciato invocando il nome di Gesù e di Maria. Tuttavia, che le apparizioni fossero opera del demonio era stato escluso fin dalla prima Commissione istituita dal vescovo di Tarbes.

Quanto ai fatti, è sempre impressionante «il miracolo del cero», che trasformò lo scettico dottor Pierre-Romain Dozous, accorso alla Grotta in nome della Scienza, in fervente apologeta di Bernadette.

Avvenne il 7 aprile 1858, nell’ultima apparizione pubblica. La ragazza aveva in mano un grosso cero e per proteggere la fiamma dalle correnti d’aria, la riparò con le sue mani, ed ecco «la lingua di fuoco penetra fra le dita e ne esce fuori “come passando attraverso una griglia”, scriverà il dottore nella successiva relazione, dove impegnerà senza esitare tutta la sua reputazione di scettico che però non ha dimenticato il grande principio trascurato da tutti i dottrinari: contra facta non valent argumenta ». Dopo aver costatato che la fiamma non aveva lasciato alcuna traccia sulle mani di Bernadette, l’ex-scettico dottore si mise a gridare in mezzo alla folla: «Io credo! Capite? Ora io credo!». E Messori conclude: «La verità di Lourdes non sta in “miracoli del cero” (pur reali e da mettere, grati, nel conto), non sta nell’analgesia della veggente, sta nella veggente stessa. Sta nel complesso della sua personalità e nella qualità della sua testimonianza».

Bernadette non ci ha ingannati, insomma.

Giandomenico Mucci S.I. ha pubblicato sulla Civiltà cattolica del 17 novembre scorso il bell’articolo Lourdes e la modernità. Padre Mucci, evidentemente, l’aveva scritto prima dell’uscita di Bernadette non ci ha ingannati, perché cita la competenza di Messori in materia, ma non il libro. Nel finale, Mucci riporta un celebre racconto breve di Ennio Flaiano, Cristo torna sulla terra, con trasparente allusione autobiografica perché Flaiano per tutta la vita soffrì la tragedia di una figlia colpita da meningite in tenera età e rimasta gravemente invalida (Flaiano premorì alla figlia).

Padre Mucci così riassume il racconto: «Gesù torna sulla terra e lo assalgono fotografi, cacciatori di autografi, spie della questura, agenti del fisco, giornalisti, sindacalisti, sociologi, psicologi, strutturalisti e cibernetici, biologi, fisici e attori del cinema.

C’è molta folla, naturalmente, che chiede un miracolo, e Gesù moltiplica ancora i pani e i pesci. Ancora un miracolo, gridano tutti, e Gesù “sanò vari nevrotici, convertì un prete”. “Un uomo gli condusse una figlia malata e gli disse: Io non voglio che tu la guarisca ma che tu la ami. Gesù baciò quella ragazza e disse: In verità, quest’uomo ha chiesto ciò che io posso dare”. E lasciò “la folla a commentare quei miracoli e i giornalisti a descriverli”». Ed ecco la conclusione di p. Mucci: «È questo che hanno compreso, e cercano, anche le folle che affluiscono a Lourdes. Non chiedono tanto di essere guarite quanto di essere amate». Tutto vero, ma resta da spiegare perché le folle vadano a Lourdes e non, per esempio, in Piazza del Campo a Siena, dove Cristo potrebbe benissimo amarle. Vanno a Lourdes perché lì l’amore di Cristo,
attraverso la mediazione di Maria, è più tangibile – nei sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia – proprio perché lì sono avvenuti i miracoli delle apparizioni e avvengono i miracoli delle guarigioni, «fatti» che lo storico Vittorio Messori dimostra incontrovertibili.

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