Messori: «Tutti sanno che Mazzini morì da latitante»

9 settembre 2010 :: Il Riformista, di Luca Mastrantonio

Tra gli storiografi fanatici del Risorgimento, Vittorio Messori è il «mostro di Rimini», perché accusato, con leggerezza, di aver chiesto una «Norimberga» per i crimini ordinati da Cavour, Garibaldi e Mazzini, quando al meeting di Comunione e liberazione, nel 1990, presentando il suo libro Un italiano serio, registrò, dando l’impressione di raccogliere, la provocazione di uno storico intervenuto al suo fianco, Mario Cecchetto. Ora che con Mario Martone e il suo convincente affresco cinematografico sul Risorgimento, Noi credevamo, molte zone d’ombra del Risorgimento italiano vengono indagate, fino a mostrare un Mazzini «terrorista», per molti simile a Bin Laden o Toni Negri, Messori potrebbe prendersi la sua rivincita. Ma, prima di tutto, premette che non ha mai parlato di una Norimberga per il Risorgimento, perché – racconta al Riformista in una conversazione telefonica – «reputo Norimberga una mostruosità giuridica: perché gli uomini di Stalin giudicavano gli uomini di Hitler, perché si creò un reato retroattivo… non dico che non dovessero fare quella fine i criminali contro l’umanità, ma ci poteva essere la giustizia sul campo, militare, non un processo spettacolare: era una battuta che ho ripetuto, ma non ho fatto mia… nessuna Norimberga per Mazzini…».

Sul film di Martone si dice meravigliato di tanto stupore. «Ben venga il film che indaga su certe ombre… ma si sa che ai tempi della breccia di Porta Pia, Mazzini aveva due condanne a morte, una della giustizia piemontese e una da quella poi italiana, ufficiale. E morì a Pisa, da latitante, con un passaporto falso, si chiamava mr. Smith, ma la polizia e i principali governi sapevano che era lui, ma tutti facevano finta di niente. Questo li storici lo sanno. Era un terrorista che viveva agiatamente a Londra, dove decideva della vita e della morte di molte persone. Un capo da Brigate rosse… un cattivo maestro».

Più che Toni Negri, però, a molti ha ricordato Osama Bin Laden, usato da un governo che ufficialmente poi lo condanna. Ma per Messori il paragone tra Mazzini, in rapporto ai piemontesi e ai terrorsti patrioti, e l’ex alleato Usa ora nemico pubblico numero uno non sussiste, perché Bin Laden non esiste. «La storia è sempre uguale e molto diversa. Questo è un paragone che non può reggere. Mazzini è stato quello che oggi chiamiamo un terrorista, e non lo diciamo noi, ma la giustizia piemontese e poi italiana. Come Cesare Battisti fuggito in Brasile… c’è da discutere? No, la giustizia si è pronunciata. Su Bin Laden, che dire: io faccio parte della scuola vituperata di coloro che pensano che non esista, che sia morto ucciso o di vecchiaia, che sia stato una marionetta della Cia, come pretesto per invasioni e guerre. Bin Laden è una testa di turco inventata dagli americani. Il Bin Laden amico della famiglia Bush è morto da tempo».

Da cattolico, Messori mette a fuoco meglio il suo pensiero “laico” sul Risorgimento. «Non ho simpatia particolare per don Sturzo, ma sto con lui quando prima ancora dei Patti lateranensi sintetizzò il giudizio cattolico sul Risorgimento così: l’unità d’Italia fu un bene, una necessità storica, per raggiungere il quale, si è fatto anche molto male. Io non sto con la retorica utopistica del Risorgimento, né con quella anti-unitaria, sono un anti-retorico, della scuola torinese di Norberto Bobbio, di Galante Garrone, con cui mi sono laureato con una tesi sul Risorgimento».

Com’è diventato il «mostro di Rimini»? «Fui accusato di una frase che non era mia. Uno storico vicino a me, Mario Cecchetto, durante la presentazione del mio libro Un italiano serio, sul patriota Beato Faà di Bruno, che ricordava le infamie della guerra contro il brigantaggio, disse che ci voleva una Norimberga. Io dissi “perché no?”. Ma era una battuta, e si scatenò la bagarre, assurda perché, come ho detto, non credo fosse legittimo sul piano giuridico il processo di Norimberga, quindi non potevo volerlo come giusto processo per Cavour, Mazzini e Garibaldi. Certo, la guerra al brigantaggio fu peggio della repressione giacobina in Vandea, una autentica guerra di sterminio; morirono in tanti, almeno cinque o sei volte in più di quanti morirono nelle cosiddette battaglie del Risorgimento».

Il film di Martone aprirà la strada a una rivisitazione, a un revisionismo collettivo, a livello di immaginario, sul Risorgimento? «No, non c’è nulla da rivisitare. Tutti gli storici sanno che Mazzini morì da latitante, che Garibaldi portava i capelli lunghi, il biondo eroe cantato anche da Giuseppe Carducci, perché in Argentina ai ladri di cavalli tagliavano un orecchio, che il re d’Italia non parlava italiano che Cavour non vide mai Roma, arrivò a Firenze». Come Renzo Bossi. «Esatto».

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