La TAV? Meglio altrove

8 marzo 2012 :: Corriere della Sera – edizione di Brescia, di Vittorio Messori

Vorrei subito precisare: ho sempre rifuggito da ogni ideologia, rossa o nera che sia, e non ho alcune intenzione di arruolarmi in quella verde. Intendendo, con questo, un ambientalismo schematico, utopico, con magari scivolate nel fanatismo se non nella violenza. Val di Susa docet. Mi sforzo di praticare almeno una delle virtù di quel cristianesimo che è l’opposto esatto della mentalità ideologica, con la sua astrattezza.

La virtù, cioè, di un realismo che tenta sempre di mediare tra la bellezza dell’ideale e la durezza dei fatti. Dunque, per stare all’ambiente, so che la sua sacrosanta protezione deve confrontarsi con le necessità della vita sociale ed economica. Nessuno preferirebbe una striscia di asfalto autostradale o una massicciata ferroviaria a un prato verde, a un boschetto, a un ruscello. Ma gli idealisti che tutto vorrebbero salvare sono i primi a indignarsi se con le loro inseparabili automobili non riescono a circolare spediti o se i treni non viaggiano numerosi e puntuali o se la loro azienda è soffocata da collegamenti insufficienti. E non dimentico neppure che, alla base di tanti virtuosi, edificanti “comitati“ per opporsi a opere pubbliche, c’è in realtà quella che gli anglosassoni chiamano “la sindrome NIMBY“. E, cioè : <<Fate tutto quel che vi pare, All, but not in my back yard>>. Tutto, ma non nel mio cortile.

Immigrato volontario (e, malgrado tutto, non pentito…) sul lago di Garda da ormai vent’anni, è proprio in nome del realismo che ho fatto, e faccio, il poco che posso per salvare quanto sopravvive di uno dei più bei paesaggi d’Europa. Ai miei “compaesani“ gardesani cerco di ricordare che, prima ancora che l’ideale bucolico, è l’interesse concreto, economico, che dovrebbe spingerli alla tutela del loro habitat. La devastazione dell’ambiente è irreversibile: il patrimonio di bellezza che si continua a sperperare non sarà mai più recuperabile e, quando sarà esaurito, mi chiedo chi e perché dovrebbe ancora venire a spendere qui il suo tempo e il suo denaro . Venire e soggiornare per contemplare una selva di seconde case (le “conigliere”, le chiamo), di capannoni, di supermercati, di sfasciacarrozze, di industriette il cui luogo giusto sarebbe altrove? Chi vuol sapere quale potrebbe essere il nostro futuro, ripercorra quella vergogna che è l’allucinante strada ex-statale tra Desenzano e Salò.

Ora il Grande Pericolo, il Nuovo Mostro che incombe è quello del raddoppio della storica ferrovia, costruita dagli austriaci e vecchia più di un secolo e mezzo, tra Brescia e Verona. La chiamano TAV, cioè Treno ad Alta Velocità, ma è un nome altisonante che fa sorridere . E’ una linea che correrà in una delle pianure più densamente popolate d’Europa, con una città importante in media ogni 50 chilometri e ci si chiede che c’entri, qui , un treno da 300 all’ora. Chi un po’ mastica di ferrovie, sa che a un convoglio come un “Freccia Rossa“ occorrono giusto una cinquantina di chilometri di progressiva accelerazione per raggiungere la massima velocità e una ventina per arrestarsi in modo adeguato, senza frenate brutali. E’ una infrastruttura da Mosca-San Pietroburgo, attraverso mille chilometri nel deserto della pianura russa o da Madrid- Saragozza, nella piatta meseta ancor più deserta, non certo da Val Padana.

Invece del modello francese (il TGV, Train Grande Vitesse: tra l’altro, tutte le linee sono in passivo, tranne la Parigi-Lione-Marsiglia) andava imitato semmai quello tedesco, che ha potenziato o raddoppiato le linee storiche, sulle quali corrono convogli cadenzati che uniscono le città e non solo le metropoli. Tante altre cose sarebbero da dire per sconsigliare una simile impresa, ma sarebbe inutile: ormai da molti anni il dado è tratto. Completato il breve tratto tra Milano e Treviglio, pare che alla fine di questo stesso mese cominceranno i lavori sino a Brescia e poi –dopo il 2015– sarà la volta di spingersi verso Verona. Ma, giusto in mezzo, sta il Garda.

Ebbene, anche per questo tratto sarebbe velleitario il rifiuto: è una decisione presa e confermata da molti governi successivi (di destra e di sinistra), voluta e cofinanziata -anche se solo nel tratto Lione Torino- pure dall’Unione Europea. Dunque, la sedicente TAV si farà. Ma pare però che ci sia ancora tempo per discutere di come si farà. Il problema più grave è costituito dalle colline moreniche che il ghiacciaio che ha scavato il grande lago ha “costruito“ con la terra asportata dal fondo. Da anni esiste un benemerito e attivo Comitato (presto Consorzio) per il Parco delle Colline Moreniche del Garda, con segretario generale Gabriele Lovisetto, che ha sede nell’Abbazia di Maguzzano. Il Comitato è ovviamente, da tempo, sul piede di guerra, e non si batte soltanto per la salvaguardia paesaggistica, ma anche per l’interesse economico ben inteso. In effetti: queste sono le colline vocate ad un vino di eccellenza, il Lugana, fregiato da una Doc difesa da un apposito Consorzio. Più di 250 ettari di questo terreno prezioso, che assicura un crescente movimento economico, sarebbero distrutti dalla ferrovia, ma anche il resto sarebbe a rischio a causa delle polveri, delle emissioni, degli inquinamenti del gigantesco cantiere. Eguale sorte toccherebbe ai frutteti, peschi soprattutto, che assicurano essi pure un buon rendimento.

Molti pensano che buona parte dei problemi sarà risolta dalle lunghe gallerie (7 chilometri solo quella tra Lonato e Desenzano e altri 10 chilometri sino a Verona) e dalle profonde trincee. Ma sbaglia chi si tranquillizzi in questo modo. Il sottosuolo delle colline del basso Garda è percorso da una rete straordinaria di corsi d’acqua, piccoli ma anche grandi, che vanno verso il lago o che da questo traggono origine. Il grande bacino è un grande recettore e donatore di risorse idriche. Una rete talvolta misteriosa e inaccessibile, ma comunque reale, di acque sotterranee, rete che sarebbe interrotta e sconvolta da gallerie e trincee. Con effetti difficilmente prevedibili, ma comunque assai gravi per l’agricoltura, per gli acquedotti, per il paesaggio a rischio desertificazione.

Di più: come tutta la zona gardesana, anche il Basso Garda è la zona più sismica della Padania e gli annali, anche recenti, riportano una serie periodica di terremoti. Che potrebbe succedere, in caso di sisma, a un armamento pesante sul quale corra un treno con peso e a velocità più che doppia di un convoglio normale?

Ma, allora, che fare? Innanzitutto, in nome del realismo che si diceva, occorre confrontarsi con un evento ormai inevitabile, cercando però di limitare i danni.

Proprio per questo, sia il Comitato per il Parco delle Colline Moreniche che il Consorzio del Lugana, assieme ad altre realtà come il Consorzio Garda Hill, hanno studiato alternative, non velleitarie ma proposte da tecnici. Si tratterebbe, cioè, di un modesto spostamento a Sud del tracciato, sì che passi non attraverso i colli ma nella pianura, dove i terreni sono assai meno pregiati, dove non ci sono eccellenze da difendere, dove i terremoti sono irrilevanti e dove la rete idrica sotterranea è meno presente. Sarebbero (dicono i promotori della variante) alcuni chilometri in più, ma, paradossalmente, con un notevole risparmio: si eviterebbero, cioè, quasi del tutto gallerie e trincee che hanno costi stratosferici e che danneggerebbero comunque l’ambiente. Ma ciò che i Comitati lamentano è la mancanza di un interlocutore sicuro e presente con il quale discutere, al quale sottoporre i progetti alternativi. Il tempo stringe ma, lo si diceva, almeno per la tratta Brescia-Verona il discorso è ancora aperto. Il confronto, dunque, si riapra e sia serrato: non sarà di certo tempo perso se si riuscirà ad evitare che un problema grave come quello della TAV si trasformi in un disastro irreversibile.

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