Il vice-bibliotecario che diventò uno statista

10 novembre 2011 :: Sette del Corriere della Sera, di Vittorio Messori

Il testo con cui inizia l’antologia dedicata ad Alcide De Gasperi nella serie “I maestri del pensiero democratico“, è quello con il quale lo statista si presentò, a Parigi, alle potenze vincitrici della guerra, nell’agosto del 1946. E’ un intervento che ha un incipit spesso citato da articoli e da libri : <<Prendendo la parola in questo consesso sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me…>>

Ma la maggioranza dei lettori certamente non è mai andata oltre quell’inizio.

Ebbene,si approfitti di questa preziosa antologia e, nelle parole di De Gasperi, si constaterà come la doverosa umiltà di chi rappresenta un Paese vinto possa convivere con la dignità nazionale. Come il riconoscimento del torto possa unirsi alla richiesta della giustizia e il rammarico conviva con l’impegno per il futuro. Confesso che, da credente, rileggendo un simile discorso (ma anche molti altri del libro) ho rischiato di cedere alla tentazione apologetica. Che poi, forse, non è tale ma è solo realismo, è solo riconoscimento della verità dei fatti.

Fatti ben noti, ovviamente: tre quarti di secolo prima che De Gasperi parlasse, l’Italia “piemontese“ era entrata in Roma a cannonate, il Papa si era rinchiuso in Vaticano, mentre, per il Quirinale, si chiamò un fabbro per scassinare la serratura ed installarvi un re cui fu attribuita la frase: <<Qui ci siamo e qui resteremo>>.

I cattolici? Sopportati se praticavano in privato, furtivi, ma i loro religiosi erano scacciati con la violenza da conventi e monasteri, trasformati in caserme e uffici per la burocrazia statale o demoliti (anche se capolavori d’arte) per creare la capitale della Nuova Italia. Molti tra quei nuovi arrivati a Roma comunque, dicevano che bastava un po’ di pazienza: la Scienza, il Progresso, la Libertà avrebbero fatto svanire la superstizione cattolica e, con essa, il suo anacronistico papa. Ma una notte di settembre, 73 anni dopo Porta Pia, il re scappava dal Quirinale seguito da un codazzo di generali tremanti, abbandonando al suo tragico destino l’intero Paese. La sola autorità che non si diede alla fuga fu il quinto successore di Pio IX , attorno al quale i romani si strinsero come se fosse ancora il Papa-Re di esecrata memoria. Venne poi il 25 aprile del 1945, quando ci si liberò da un totalitarismo, quello nero. Ma un altro totalitarismo, quello rosso, incombeva e l’incubo fu dissipato tre anni dopo in un altro aprile. Così, il Paese potè cominciare una ripresa che stupì il mondo. Ma per far questo, si fece uscire dal Vaticano un vice-bibliotecario, tal Alcide De Gasperi, che aveva vissuto il ventennio in povertà e sotto sospettosa osservazione dell’Ovra. Attorno a lui si strinsero altri uomini provenienti in maggioranza dal mondo cattolico.

Insomma, proprio i credenti, gli “uomini delle sacrestie“, i perseguitati del 1870 perché accusati di scarso patriottismo furono coloro che salvarono la Patria, quando il liberalismo ottocentesco agnostico o ateo e poi il fascismo, sprezzante dell’“eunuchismo“ cattolico, la portarono alle rovine che sappiamo.

E’ possibile che il vecchio, caro Alcide sia un prossimo beato per la Chiesa : il processo canonico in corso. Ma, quanto a questo nostro Stato, non ci sono “processi“ da tenere: nell’Italia post-cavourriana, forse solo il liberale Giolitti e il cattolico De Gasperi meritano davvero il titolo di statista. Pur nella sua stringatezza, l’antologia che esce ora può aiutare a capire perché un simile giudizio sia fondato.

© Sette del Corriere della Sera