Il Vangelo rinasce nei santuari

5 aprile 2012 :: Sette de Il Corriere della Sera, di Vittorio Messori

Domenica di Pasqua. Per la fede, è l’ evocazione della risurrezione di quel Gesù, crocifisso tre giorni prima, che -proprio uscendo dal sepolcro- mostra di essere il Cristo, il Messia annunciato dai profeti e atteso da Israele. Molti, anche tra i credenti, hanno dimenticato che , per secoli, in confronto alla Pasqua il Natale fu una festa secondaria e che, ancora oggi, le Chiese orientali danno maggior risalto liturgico alla Epifania, segno della manifestazione di quel Messia a tutte le genti. E quanti, pur tra coloro che praticano la Messa, ricordano che la domenica si chiama così (Dies Domini, giorno del Signore) perché è il rinnovamento, 54 volte l’anno, di quel “giorno dopo il sabato“ in cui avvenne il Grande Evento?

Senza di esso non vi sarebbe stato il cristianesimo e Gesù sarebbe rientrato nell’oscura lista dei tanti predicatori apocalittici -finiti spesso malamente e sempre nell’oblio– che accompagnano da sempre la storia ebraica. I Vangeli lo dicono chiaramente: dopo quella infamante morte in croce, apostoli, discepoli, donne al seguito dell’ennesimo Profeta fallito preparavano già i poveri bagagli, lasciando a testa china la Città Santa, per rientrare nella natia Galilea. C’è un terribile imperfetto usato dai due discepoli in cammino verso Emmaus e che non sanno che lo sconosciuto che si è affiancato a loro è Gesù da poco risorto: <<Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele>>. Speravano. E invece, dalle 3 del venerdì tutto sembrava finito su quel patibolo alzato, per ammonimento, alla porta più frequentata di Gerusalemme. Il sabato è da sempre, nella tradizione cristiana, il giorno di Maria perché in quel giorno, dopo l’esecuzione, forse solo la Madre mantenne la fiducia, nello scoramento generale. Fu lei, dunque, l’estremo baluardo della fede, colei che sperò contro ogni speranza. Forse, dico, perché i Vangeli nulla ci dicono su questo.

San Paolo, autore da scrittura sintetica e nervosa, parla chiaro, ammonendo i cristiani di Corinto: <<Se Cristo non è risuscitato, allora è vana la mia predicazione ed è vana anche la vostra fede …. Se noi abbiamo avuto speranza in Lui soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini >>. Perché ridire oggi queste cose? Ma per ricordare che quella fede, cui Benedetto XVI ha deciso di dedicare un apposito anno di riflessione e di riscoperta, quella fede è assai più semplice di quanto non sembri a molti. E ben meno complessa di quanto abbiano rischiato di farci dimenticare anche uomini di Chiesa, sommergendoci di parole dette e scritte, di enunciati teologici, di prescrizioni morali. Credere, per un cristiano, è questo, e solo questo: “scommettere“ (per usare il termine di Pascal, grande devoto e grande matematico) sulla verità dei Vangeli, che ci narrano del sepolcro vuoto, il terzo giorno, e delle apparizioni del crocifisso per ben 40 giorni. E, almeno una volta, non nel gruppo ristretto degli apostoli, ma davanti “a più di 500 fratelli“, come ci informa Paolo, proprio là dove parla della risurrezione come punto di appoggio su cui tutta la fede sta o cade. Con Paolo, ecco Pietro che ci ribadisce, in una sua lettera, che essere cristiani non significa <<andar dietro a favole artificiosamente inventate>> ma prendere sul serio, sino in fondo (senza se e senza ma, direbbe qualcuno) i racconti di risurrezione di Gesù nella Scrittura.

Questo è il fondamento. Tutto il resto non è che conseguenza e commento, per quanto indispensabile e importante. Ed è proprio a questo fondamento, a questa semplicità che Joseph Ratzinger esortava a tornare, in tutto il quarto di secolo in cui fu “Prefetto della fede“. Ora, da papa, vuole aiutare a ritornarci, con l’aiuto dell’anno apposito che dicevamo. E con il progetto di quella “rievangelizzazione” che fu caro già al suo predecessore ma che egli ha voluto rendere istituzionale con la creazione di un apposito Consiglio Pontificio. Non a caso, malgrado il peso immane di quel pontificato che non cercava e neppure, umanamente, desiderava, ha voluto strappare qualche ora in più al sonno per darci non un libro di meditazioni, di spiritualità, di morale, ma un’opera in tre volumi sui Vangeli e sulla loro storicità.

Il cristianesimo non è una sapienza, non è un’etica, una cultura, un complesso di norme di vita, per quanto sagge. E’ anche questo, ma in modo derivato, perché nel suo nucleo essenziale è una storia, è un racconto vero, che culmina nella risurrezione.

E’ stato osservato che se, per le avversità della storia, i Vangeli ci fossero giunti ridotti a pochi pezzi di papiro, se fosse andato perduto tutto l’insegnamento morale di Gesù, se non avessimo più le parabole e neppure i resoconti dei miracoli, ebbene, il cristianesimo potrebbe egualmente esistere. Purchè fosse rimasto il blocco che la Tradizione chiama “il mistero pasquale“: i racconti, cioè, della passione, della morte e, infine, della risurrezione. Molto avremmo perduto, perdendo i due terzi dei Vangeli, ma l’essenziale sarebbe rimasto saldo, rendendo possibile la fede.

Quella fede che (come documentano anche i servizi di questo numero di Sette) sembra incontrare oggi gravi difficoltà, almeno nell’Occidente. Meno, parrebbe, in Africa e, almeno in parte, in Asia ma le statistiche non devono ingannare, chi conosce le situazioni di quei Paesi è meno ottimista. Ci sono intere biblioteche su questi temi , molti sono gli istituti di sociologia che indagano e confermano, ad esempio, che non sono certo sfuggiti all’invasione secolarista e alla demolizone dei bastioni quelli che furono considerati, fino a pochi decenni fa, i campi trincerati della fede. O, almeno, della pratica religiosa: Irlanda, Spagna, Portogallo, Fiandre, Baviera, Veneto, Bretagna, Québec, Brasile….. Persino la Polonia da qualche anno vacilla, sotto lo tsunami che l’ha investita da Occidente.

Vi sono segni, però, che fanno pensare: alla decrescita, talvolta al crollo, della pratica almeno domenicale e delle vocazioni religiose, fa riscontro una sorta di boom delle frequenze ai santuari, siano mariani o di santi come padre Pio. Spesso, coloro che non si vedono più a messa, li si incontra inginocchiati a Lourdes, a Medjugorje, a Fatima, a San Giovanni Rotondo. O nella Grotte Vaticane, davanti al sepolcro di Giovanni Paolo II. La stessa crescente presenza islamica sta suscitando, nei cristiani, una riscoperta della propria tradizione religiosa che avrà effetti imprevedibili. E il tema religioso è spesso, per i libri, un lasciapassare per divenire best seller. Negli Usa prospera addirittura un filone editoriale, quello degli abbey-books.

Se l’esodo delle suore è stato silenzioso ma ancor più rilevante, forse, di quello dei sacerdoti, non così è avvenuto per le monache. Quelle, cioè che scelgono (e in numero crescente) la vita nascosta e dura della clausura.

Dio solo conosce il futuro. Ciò che lo storico può dire è che più volte il cristianesimo è stato dato per morto: ma pare proprio che dal suo Fondatore abbia appreso un’arte. Quella, cioè, di sapere come uscire dal sepolcro in cui il “mondo“ lo credeva rinchiuso per sempre .

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