IL TIMONE – Settembre/Ottobre 2011

Newman: apologia di Maria

Dopo i due mesi della tregua estiva, torniamo, al “nostro” Newman, per la terza volta, anche se meriterebbe non una sintesi come la nostra, bensì un libro. Ma, per fortuna, su di lui di libri ce ne sono tanti e sono molto aumentati, come prevedibile, con la beatificazione che papa Ratzinger fu lieto di celebrare, andando appositamente a Birmingham. Il suo ruolo storico è stato importante non solo nel XIX secolo ma è oggi rilevante più che mai. Abbiamo già accennato a come la “chiesa” anglicana abbia avvertito come un colpo durissimo il passaggio al cattolicesimo del suo pastore e teologo più stimato e prestigioso. Ma il rammarico si estese anche al campo civile e politico: non dimentichiamo che la Comunione anglicana nasce come “Chiesa di Stato”, dove il re (per volontà già di Enrico VIII, con il suo Atto di Supremazia) è anche il papa, dove i pastori sono funzionari statali e addirittura è il Parlamento che è chiamato a deliberare a maggioranza sulle decisioni teologiche ed ecclesiali. Cose che a noi sembrano non sai se ridicole o blasfeme, ma che per secoli hanno inorgoglito gli Inglesi che non volevano essere sudditi di alcuno, meno che mai di Roma. Così William Gladstone, il celebre statista britannico (entrato in Parlamento a 23 anni, vi rimase più di sessant’anni) disse pubblicamente in aula il suo rammarico. Addirittura, il primo ministro, che era allora John Russel, allorché la conversione fu conosciuta pubblicamente, si rivolse con aria rattristata ai colleghi deputati all’inizio della seduta: «Debbo comunicare agli onorevoli membri di questo Parlamento che un uomo di grande talento e di profonda cultura, uno tra i maggiori del nostro Paese, ha abbandonato la Chiesa d’Inghilterra». Da parte sua, il futuro cardinale (e beato), non assunse alcun atteggiamento polemico verso la comunità che lasciava, seguendo soltanto, come sempre, la sua coscienza e spiegando pacatamente le ragioni della sua scelta, senza voler censurare le ragioni di chi, invece, pensava che fosse meglio restare nella Church of England.

 

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Insomma, il ruolo storico di Newman è quello di colui che ha dato alla Chiesa cattolica un prestigio tale, nell’orgoglioso e spesso altezzoso Regno Unito, che molte delle conversioni “romane” da parte britannica trovano in lui una origine e spesso una guida. Ma il suo ruolo è importante anche oggi e forse più che mai, soprattutto per quanto riguarda la mariologia. Proprio di questo abbiamo parlato nelle due puntate precedenti e qui vorremmo concludere la nostra sintesi. È stato lui a mostrare quanto fossero superficiali, spesso ideologiche (con la necessità, cioè, di non contraddire lo schema teologico preventivo costruito dai Padri della Riforma) le argomentazioni dei protestanti contro lo sviluppo dottrinale e devozionale su Maria. Ebbene, succede che oggi, in un certo mondo di teologi cattolici, vengano riprese – cinquecento anni dopo! – le tesi del protestantesimo e si presenti come “rispetto per la madre di Gesù”, “giustizia verso Maria”, “ritorno alla semplicità primitiva” il radicale declassamento della Donna di Nazareth. Da Madonna a buona e pia ebrea, con marito e figli. Da Madonna a casalinga, per dirla con una battuta che in realtà, purtroppo, non è tale, se si leggono le opere di studiosi contemporanei che magari insegnano negli atenei pontifici. Da parte di molti si tace sui dogmi mariani della Chiesa, soprattutto sugli ultimi due, l’Immacolata e l’Assunzione al Cielo, proclamati tra l’altro da due Pii (IX e XII) cui si guarda con molta diffidenza. Tutto questo viene presentato come purificazione della fede: Maria resti pure tra noi ma (innanzitutto per la sua reputazione) non certo come Madre della Chiesa, bensì come Figlia e Membro di questa Chiesa e si rinunci alla pletorica mariologia e alla devozione popolare, superstiziosa e inaccettabile per un “cattolico adulto”. Meglio, molto meglio anche per lei. C’è, in questa teologia, molto di suadente e talvolta di mellifluo: grandi scappellate verso di lei ma, per favore, rispettiamola non chiamandola più Nostra Signora, dimenticando per sempre al fondo dei cassetti i rosari con quelle loro inaccettabili litanie dette lauretane, guardando con scetticismo alle presunte apparizioni, smettendola con la pratica “medievale” dei pellegrinaggi. E magari – sempre per rispettare lei – trasformiamo in centri sociali o in qualcos’altro di “utile” gli innumerevoli santuari che le sono stati eretti dalla credulità popolare, sorretta e istigata dalla Chiesa preconciliare. Come ho già avuto modo di ricordare, quando lo frequentavo (nei miei viaggi a Roma, approfittando nei momenti liberi, della sua grande biblioteca) il Marianum, cioè la sola università cattolica in cui ci si possa laureare in mariologia, aveva un gran numero di corsi ma nessuno, neanche tra quelli facoltativi e “minori”, dedicato ai santuari, ai pellegrinaggi, alle apparizioni. Per quei frati, tra l’altro dal nome impegnativo di Servi di Maria, era irrilevante ciò che – anche solo sul piano sociale, se volessimo astrarci da quello religioso – ha tuttora una grande importanza, per giunta crescente. Naturalmente, i responsabili di quell’ateneo erano persuasi di fare il meglio: e proprio a vantaggio di una fede da liberare da orpelli anacronistici, risarcendo così dalle indebite esaltazioni anche l’umile Maria, quella della storia e non del mito superstizioso, povera vittima incolpevole della ipertrofia di un ruolo che non le competeva e che certamente, lei per prima, avrebbe rifiutato tra sdegno e sgomento.

È solo un esempio, anche se significativo, che mostra quanto pure oggi ci sia prezioso Newman che, pur da teologo prestigioso – e pur provenendo da una comunità anglicana che aveva raso al suolo i santuari e stabilito la prigione per chi fosse sorpreso a recitare il rosario o a darsi ad altre “pratiche della superstizione papista” –, ci ha dimostrato una volta per sempre che ciò che il cattolicesimo dice della Vergine era già contenuto nella fede primitiva ed è il frutto legittimo di una scoperta progressiva della ricchezza del Nuovo Testamento. Da quel grande esperto che era della patrologia sia greca che latina, arrivò a una conclusione che, basata com’è sulle fonti, trancia ogni pretesa da protestante o da “cattolico adulto”: «Non è possibile, riguardo a Maria, stabilire contraddizioni tra l’insegnamento dogmatico del cattolicesimo moderno e quello dei Padri della Chiesa che, non lo si dimentichi, vissero e operarono quando la Chiesa era ancora indivisa. In un periodo, cioè, che anche la Riforma accetta, accettando – almeno ufficialmente – le conclusioni dogmatiche dei primi Concili ecumenici. Chiamando Maria “Nuova Eva”, “Madre dei viventi”, “Madre di Dio”, quei Padri posero le basi del piedistallo sul quale la ricerca dei teologi e l’amore dei devoti l’hanno posta nella Chiesa Cattolica come in quella Ortodossa, greca e slava».

 

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Nuova Eva, dunque. Qui c’è una delle chiavi di ciò che il teologo inglese ci ha aiutato a scoprire (o a riscoprire). In effetti, nella Lettera a Pusey, di cui dalla puntata scorsa ci occupiamo, dedica fitte pagine a citazioni testuali tratte dai Padri antichi della Chiesa, sia d’Oriente che d’Occidente, in ogni caso quando era ancora ben lontano lo scisma e Roma e Costantinopoli professavano la stessa fede.

Ebbene, da quelle citazioni risulta assai chiaro che sin da subito Maria è la “seconda Eva”, la donna da cui sarebbe venuto il riscatto dal peccato commesso dalla “prima Eva” nell’Eden. Questa ebbe da Dio l’altissima dignità di “madre di tutti gli uomini” ma fece un pessimo uso di questo privilegio e, con Adamo, provocò la caduta. Ma poi, nel tempo da Dio scelto, giunse Maria e fu da lei – dalla sua fede, dal suo consenso, dal suo corpo stesso – che giunse la salvezza: «Ma allora, questo chiaro parallelismo non è un motivo sufficiente per vedere nella Vergine di Nazareth non un semplice “strumento” per dare carne al Verbo, non una sorta di “utero in affitto” come sembra da certe prospettive protestanti, ma uno dei pilastri della strategia divina?». Così pensarono i Padri, e su quella base la riflessione cristiana, nei secoli, ha elaborato una mariologia che non è un accessorio abusivo o pleonastico, bensì una parte centrale della cristologia.

Edward B. Pusey pubblicava la sua opera nel 1865, cioè 11 anni dopo la proclamazione da parte di Pio IX del dogma della Immacolata Concezione. Dogma sul quale questo docente di Oxford esprimeva un giudizio severo, alla pari di tutti i teologi non solo anglicani ma protestanti. Per Pusey – che, come sappiamo, non era mosso da spirito polemico ma, anzi ecumenico – la decisione del Papa di rompere gli indugi e di arrivare a una definizione di fede richiesta da secoli era un altro ostacolo all’incontro con Roma, era un continuare, da parte cattolica, su una strada che allontanava anziché unire.

 

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Vale la pena, su questo, citare testualmente le parole con cui Newman replicava a Pusey: «Per la Chiesa antica, unanime, Maria era la Seconda Eva. Ma Eva, al momento della creazione, non portava la macchia del peccato originale. Dobbiamo forse pensare che la seconda Eva, la Theotokos (Concilio di Efeso, che anche la Riforma accetta) fosse inferiore alla remota progenitrice? Se Eva fu privilegiata, sin dall’inizio, dalla Grazia, c’è forse temerarietà ad affermare che in Maria la Grazia lavorò in modo ancor più elevato? Non è questo il senso del saluto dell’Arcangelo a Colei che chiama la “piena di Grazia”? Se Eva ricevette un dono soprannaturale sin dal primo istante del concepimento, non è possibile negare questo per Maria. Non vedo come si possa rifiutare una simile conclusione. Essa mi sembra inevitabile». Continua Newman: «Ebbene, semplicemente questa è la convinzione di fede attestata dal dogma della Immacolata Concezione. Questa, né più né meno: alla pari di Eva, la compagna di Adamo, la seconda Eva, la madre di Gesù, fu esentata alla nascita dal peccato. È per me molto strano, è quasi incomprensibile che questa dottrina faccia problema per fratelli cristiani che conosco come istruiti e pii. Posso supporre soltanto che il loro rifiuto derivi da una semplice ragione: che, cioè, non abbiano capito che cosa intenda la Chiesa cattolica quando parla di Immacolata Concezione». Considerazioni analoghe sono svolte per quell’Assunzione al Cielo che non era ancora dogma ufficialmente (lo sarà solo nel 1950) ma che era creduta sin dai tempi della Chiesa indivisa: «Eva non sarebbe mai divenuta cenere e polvere, se non avesse peccato. E Maria non avrebbe ereditato questo dono? Lei, la Donna della Salvezza, sarebbe stata, anche qui, inferiore alla donna della caduta»?

Newman ricorda poi che alcuni testi dell’antichità attribuiscono a Maria qualche colpa che ne escluderebbe l’impeccabilità: la più grave sarebbe quella di avere dubitato del destino del Figlio, al momento della Passione. Nulla, nel Nuovo Testamento permette di affermarlo, così come non ha basi rintracciabili un’altra presunta colpa: quella, cioè, di avere peccato di vanagloria se non di superbia quando le folle seguivano entusiaste e acclamavano il Figlio. Newman trova in questi autori (peraltro rari) una conferma alla sua convinzione: si tratta, infatti, di testi sotto l’influsso ariano. Ne deduce: «Se non credi nella divinità del Cristo, dunque nella sua impeccabilità, meno che mai puoi credere nella impeccabilità della Madre. C’è qui la conferma che solo l’affermazione decisa, senza esitazioni, della natura divina di Gesù giustifica, anzi esige, la mariologia cattolica». Immacolata concezione compresa.

Legata a questo discorso, c’è un’altra citazione che vale la pena di ripetere, anche se ci pare che già ne accennassimo: «Se diamo uno sguardo all’Europa, troveremo che hanno lasciato di adorare come Dio il Figlio di Maria non le Chiese che si sono distinte per la devozione alla Vergine ma, al contrario, quelle che hanno rifiutato una tale devozione. Coloro che furono accusati di adorare una creatura in luogo del Creatore Lo adorano ancora. E i loro accusatori, che rivendicavano con orgoglio di adorarLo con maggior purezza, hanno finito per abbandonare questa adorazione, anche se magari solo nel segreto dei cuori, per tema di manifestarlo».

Parole già valide allora ma ancor più valide oggi quando, nella “chiesa” anglicana (ma anche in quella luterana e calvinista) non è affatto raro trovare pastori che negano ogni miracolo, compresi quelli del Vangelo e compreso anche quello per eccellenza, quello su cui tutto si basa: la Risurrezione.

Insomma, sintetizza Newman, con frase davvero rimarchevole che non bisognerebbe mai dimenticare: «La storia ha mostrato che Ella non è stata la rivale ma la serva di suo Figlio, non Colei che lo ha nascosto ma Colei che lo ha manifestato in tutta la Sua altezza e in tutta la sua verità. È Lei, Lei che lo ha protetto durante l’infanzia, che continua ancora a proteggerlo e lo farà sino alla fine della storia». Dio, nei Suoi piani misteriosi, ha voluto che quella fanciulla di Nazareth avesse per sempre un ruolo fra tutti: quello di Madre.

È a ragion veduta, dunque, non certo in base al sentimentalismo devozionale che il teologo anglicano che diverrà Cardinale di Santa Romana Chiesa scrive, alla fine della sua replica all’amico e collega: «Se prendiamo sul serio la fede sin dagli inizi, sin da suo contenuto implicito che solo col tempo diverrà esplicito, questo dobbiamo concludere: non possiamo assegnare limiti alla santità della Madre di Dio, se non il limite di essere una creatura, non una dea o una semidea. Non possono esserci eccessi nel lodare Colei nel cui corpo l’Eterno Creatore ha posto la Sua dimora, Colei da cui ci è venuto il Verbo fattosi carne ». E ancora: «È la Tutta Bella e la Tutta Pura perché Dio è suo figlio. Secondo le leggi della natura, che il Creatore ha voluto rispettare, il figlio assomiglia alla madre, prende dal suo corpo ma anche dal suo spirito: così è avvenuto anche tra Maria e Gesù».

 

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Ma il libro di Pusey non se la prende solo con la teologia mariana cattolica ma anche – forse con ancor maggiore asprezza e scherno – con i modi della devozione popolare. Newman non è certo indifferente a queste critiche visto che (lo abbiamo accennato) egli stesso, ancor giovane pastore anglicano, restò colpito, al limite dello scandalo, nel vedere in quali modi fosse manifestata la venerazione per la Vergine nei Paesi mediterranei, a cominciare dall’Italia. Che il problema non sia per lui secondario (almeno sul piano pratico, dell’esperienza) lo dimostra anche il fatto che lo affronta in ben tre dei cinque capitoli della replica al collega teologo. È significativo riportare i titoli di quei capitoli. Innanzitutto: «La fede dei cattolici a proposito della Santa Vergine distinta dalla loro devozione mariana». E poi: «La credenza dei cattolici a riguardo della Santa Vergine colorata dalla loro devozione nei suoi riguardi ». Infine: «Equivoci da parte degli anglicani ed esagerazioni da parte dei cattolici nella loro devozione verso la Santa Vergine».

Significative, per capire la sua posizione, le prime righe del primo dei tre capitoli che abbiamo citato: «Comincerò facendo una distinzione in grado, credo, di risolvere una buona parte della difficoltà che affronto: la distinzione tra fede e devozione. Riconosco pienamente che la devozione verso la Santa Vergine è aumentata presso i cattolici nel corso dei secoli. Ma non riconosco affatto che la dottrina che la concerne abbia ricevuto un accrescimento, perché io credo che essa, in sostanza, sia restata identica dall’origine sino a noi». E, per chiarire ancor meglio: «Per fede intendo il Credo e l’adesione data ad esso. Per devozione intendo gli onori religiosi dovuti all’Oggetto della fede e le pratiche che ne conseguono. Ebbene: fede e devozione sono distinte. Dobbiamo esserne ben consapevoli».

Nelle molte pagine che seguono, Newman mostra come un Inglese o, in genere, un Europeo del Nord possa essere sorpreso, magari infastidito da certe devozioni cattoliche, ma ciò che conta è la dottrina professata dalla Chiesa. Le indubbie esagerazioni nel campo pastorale vanno purificate, ma questo non deve indurre a rifiutare il dogma mariano, che è perfettamente legittimo, essendo l’esplicitazione organica – lo “sviluppo vitale” – di quanto era implicito nella fede sin dagli inizi. Oltretutto, aggiunge Newman, soprattutto in un teologo occorre comprensione per la diversità delle culture e dei temperamenti che diversamente “colorano” (è il verbo che impiega) il modo per esprimere l’amore per la Madre di Dio. E l’amore non porta necessariamente all’esagerazione? «Le cose che non comportano degli eccessi, magari degli abusi, sono quelle che in sé hanno ben poca vita. E dove c’è maggior vita che nella verità della Maternità divina? Tra tutte le passioni, l’amore non è forse il più arduo da governare? Gli innamorati non si scambiano parole che, se messe per iscritto, ci sembrerebbero assurde se non folli?».

In ogni caso, Newman mostra come le espressioni “scandalose” di eccesso devozionale mariano citate da Pusey non vanno tolte dal contesto (sia letterario che ambientale) che le spiega e spesso le giustifica. Senza dimenticare che, spesso, sono state condannate dalla Chiesa stessa. In ogni caso, non va mai dimenticato, non toccano il dogma e la liturgia cattolica, che ne è l’espressione viva. Come sembra avvenire, invece, nelle Chiese ortodosse, cui gli anglicani hanno sempre guardato con interesse e simpatia, a differenza di quanto hanno fatto con i cattolici. Succede, infatti, che nella liturgia bizantina il nome di Maria sia sostituito a quello di Gesù nell’invocazione alla fine delle preghiere: «Ascoltaci o Dio, nel nome della Theotokos!». Cosa impensabile per i cattolici che, ad esempio, non fanno il nome di Maria nelle formule per impartire i sacramenti e che dirigono sempre e solo le loro preghiere a Dio «nel nome di Gesù Cristo».

Insomma, innegabili esagerazioni se non abusi vanno (quando necessario) corretti e magari repressi, ma non intaccano ciò che davvero conta: e, cioè, la dottrina che la Chiesa cattolica definisce, proclama, professa nel suo insegnamento e nella sua liturgia.