IL TIMONE – Novembre 2012

Abercio? Chi era costui?

Parlo per esperienza personale. Succede, cioè, che molti cattolici anche di buona cultura, non esclusi membri del clero, non abbiano notizie precise – anzi, in qualche caso non abbiano mai udito l’espressione – quando si accenna a quello che gli studiosi chiamano “l’epitaffio di Abercio”. È una ignoranza che dispiace perché quell’epitaffio fu definito «la regina delle iscrizioni cristiane» da Giovanni Battista De Rossi, il nostro maggiore epigrafista, l’uomo che nella seconda metà dell’Ottocento “riscoprì” le catacombe romane. Fu lui che volle che la lapide di Abercio, appena riscoperta, venisse messa al centro del Museo Pio Cristiano in Vaticano. E lì è ancora, in grande rilievo, pur se la grande maggioranza del fiume di turisti ne ignora, com’è naturale, lo straordinario valore.

Se ce ne occupiamo qui è perché grande è la sua importanza storica e, dunque, apologetica, ma anche perché ci porta una delle prime testimonianze dell’importanza che la Chiesa primitiva attribuiva già alla Vergine Maria. La vicenda della scoperta di quella lapide ha, tra l’altro, un sentore di giallo archeologico: alla Indiana Jones, verrebbe da dire. In effetti, fu notata casualmente, nel 1882, da un grande archeologo inglese, sir William Ramsay, inserita in un pilastro davanti a una moschea dell’antica Frigia vicino alle rovine della città di Gerapoli. Lo studioso si rese conto subito dell’importanza di quel testo greco, seppure mutilo, le autorità turche del luogo gli permisero di estrarla dalla colonna e di trascriverla ma la confiscarono per le loro raccolte, nonostante fosse di origine cristiana. Ma sette anni dopo, in occasione del genetliaco di Leone XIII, il sultano di Istanbul decise di farne dono alla Chiesa cattolica, conoscendo il valore che quella pietra aveva per essa, mentre per i musulmani era in fondo irrilevante.

La lastra di marmo, destinata a una tomba, era stata spezzata e si era conservata solo la parte centrale del testo. Eppure, fu possibile ricostruirlo – e con esattezza – nella sua interezza, ottenendo questa iscrizione che do qui in una traduzione non elegante ma esatta perché letterale:

«Cittadino di una eletta città, mi sono fatto questo ancora vivente per avere qui una sepoltura per il mio corpo, io di nome Abercio, discepolo del casto pastore che pasce greggi di pecore per il monte e per il piano e che ha grandi occhi che guardano dall’alto ovunque. Egli mi insegnò le scritture degne di fede. Egli mi inviò a Roma per contemplarvi il regno e vedervi una regina dalla stola aurea e dagli aurei calzari. Lì, io vidi il popolo che possiede lo splendido sigillo. Visitai anche la pianura della Siria e Nisibi, passato l’Eufrate, e dappertutto trovai confratelli. Avevo Paolo come guida. La fede mi accompagnò ovunque e mi presentava a tavola in cibo un pesce di fonte, immenso, puro che una vergine pura afferrò e questo dava agli amici a mangiare sempre, avendo un vino ottimo mescolato coll’acqua che suole donare col pane. Io, Abercio, ho fatto scrivere queste cose, in mia presenza, avendo settantadue anni. Chiunque comprende quel che dico e pensa come me, preghi per Abercio. Che nessuno ponga un altro nel mio sepolcro, altrimenti pagherà duemila monete d’oro all’erario romano e mille alla mia diletta patria, Gerapoli.

Prima di parlare del significato – davvero ricco e profondo – di questo testo, cerchiamo di vedere chi fosse l’autore e come si giunse a ricostruire la parte mutila della lapide che dettò per il suo sepolcro. Abercio fu vescovo alla fine del II secolo di Gerapoli, capitale di quella che i Romani chiamarono Frigia Salutaris, quasi al centro dell’attuale Turchia. La Frigia fu una delle primissime regioni ad essere evangelizzate e a dare alla sua Chiesa una struttura gerarchica. È singolare questo rapido successo della predicazione cristiana, perché quello era il luogo d’origine di Cibele, la Grande Madre, la Regina di Cielo e Terra, un culto che si diffuse in tutto l’impero, avendo come luogo sacro per eccellenza il grande santuario che era, appunto, nella Frigia. Una devozione orgiastica e sanguinaria, quelle per Cibele: basti dire che ad ogni primavera i giovani sacerdoti si autoeviravano in pubblico, come vertice di una grande festa dove ogni trasgressione, a cominciare da quella erotica, era permessa. Giungendo a Roma, il culto cibelico perse alcuni dei suoi caratteri più traumatici e sanguinari, pur non rinunciando alla promiscuità sessuale e alla castrazione che i preti praticavano con le loro stesse mani. Ed è davvero strano che tra gli ammiratori, se non tra i devoti, della dea frigia ci fosse un uomo culturalmente preparato e dalla educazione raffinata come l’imperatore Giuliano, detto l’Apostata perché voleva purgare l’impero dal cristianesimo per tornare al paganesimo. Ma quello di Cibele sembrava essere il peggio, non certo il meglio, dell’antica religione.

Eppure, come dicevamo, proprio quella regione anatolica, famosa per la venerazione degli idoli, si aprì subito, e con serio impegno, al Vangelo. Sul vescovo Abercio abbiamo una antichissima Vita che ci narra come, essendo stato promulgato un decreto di Marco Aurelio perché tutti sacrificassero agli dèi, sarebbe entrato nottetempo nel tempio di Apollo, nella sua Gerapoli, e ne avrebbe spezzato il simulacro. Siamo verso l’anno 170, cristianesimo e paganesimo convivevano ancora, nella regione. Quando il sacrilegio fu scoperto, il mattino dopo, la folla dei devoti di Apollo si riunì nella piazza principale tumultuando, ma Abercio si presentò e calmò l’agitazione predicando, liberando indemoniati e ridando la vista alla madre, cieca, di Eusseniano, un notabile locale, amico personale dell’imperatore. Ma il demonio, per vendicarsi, a Roma stessa si impossessò della figlia di Marco Aurelio, facendo capire che solo il vescovo frigio Abercio poteva cacciarlo. L’imperatore, dunque, fece scrivere ad Eusseniano, a Gerapoli, e ordinò che quel sacerdote cristiano si recasse nella Capitale dell’Impero. Quando giunse a Roma, dopo il lungo viaggio per mare, Abercio non trovò Marco Aurelio, al campo in Germania contro i barbari, si presentò allora alla moglie e le ingiunse di condurre la figlia ossessa all’ippodromo. Qui, davanti a una grande folla (che aveva voluto per praticare il suo apostolato, impressionando il maggior numero possibile di pagani), con una solenne liturgia esorcistica, il vescovo libera l’indemoniata. Ma al diavolo, uscito dalla ragazza, ordina di pigliarsi in spalla una pesante area marmorea che era nell’ippodromo romano e di trasportarla nella sua Gerapoli e di posarla presso la porta meridionale. All’imperatrice chiede di dire al marito, al ritorno dalla guerra, di fare costruire nei dintorni della città frigia delle terme per i malati, visto che lì sgorgavano acque medicinali dovute alla sua preghiera. Nel ritorno verso la Frigia, visita la Siria e la Mesopotamia, ospite delle comunità cristiane locali, predicando il Vangelo e risanando molti infermi. Ritornato a Gerapoli ed essendo ormai anziano, detta l’epitaffio per la sua tomba e lo fa incidere proprio su quell’ara che, per suo ordine, il demonio aveva portato sin lì da Roma.

Naturalmente, questa Vita apparve agli studiosi come del tutto leggendaria e solo ben pochi ne difesero almeno unacerta storicità di fondo. Ma ecco la grande sorpresa. Nel 1882, come abbiamo detto, l’archeologo Ramsey scopre, proprio a Gerapoli, la grande targa in pietra che, malgrado i danni subiti in tanti secoli, riporta almeno in parte l’esatto testo dell’epitaffio così come è riportato nella Vita di Abercio. Tutto corrisponde, alla lettera, tanto da confermare che l’autore di quel racconto aveva visto il testo inciso e lo aveva riprodotto fedelmente. Così, è stato facile ricostruire la parte di testo mancante nella lapide, semplicemente integrandolo con quello riportato nel manoscritto dell’anonimo contemporaneo di Abercio.

Ma non è tutto: il “giallo” aveva avuto un primo colpo di scena. Lo specialista inglese, cioè, un anno prima di imbattersi nella pietra di cui parliamo, ne aveva scoperta un’altra, murata anch’essa nella parete di una casa ed usata come materiale edilizio. In quest’altra iscrizione, un ignoto Alessandro, notabile cristiano di Gerapoli, aveva anch’egli dettato il suo epitaffio e, per l’inizio e la fine di questo, aveva copiato esattamente dal testo di Abercio. Alla fine, aveva indicato la data, l’anno 300 secondo il calendario frigio: il che corrisponde al 216 del calendario cristiano. La paleografia ha stabilito che la pietra di Alessandro è posteriore rispetto a quella del vescovo che deve, dunque, essere datata prima del 200, nell’epoca cioè in cui Marco Aurelio era imperatore.

Insomma, gli elementi del puzzle sono andati tutti a posto e la conclusione è una sola: l’epitaffio è autentico ed è antico quanto basta per confermare, almeno nella sostanza, la Vita considerata sino ad allora soltanto leggendaria. Ma l’autenticità del testo e la sua antichità trascinano conseguenze vistose. Qui, in effetti, abbiamo una straordinaria testimonianza eucaristica: il «pesce di fonte, immenso, puro che una vergine pura afferrò e questo dava agli amici a mangiare sempre, avendo un vino ottimo mescolato coll’acqua che suole donare col pane», ebbene, questo non è altro che il Cristo sotto le specie consacrate. Sappiamo bene, infatti, come tra i principali simboli protocristiani ci sia il pesce, il cui nome in greco, iktùs, corrisponde alle iniziali di «Gesù Cristo, figlio di Dio, Salvatore».

Tutto l’epitaffio è scritto in modo simbolico, così da non sfidare apertamente i pagani e non provocare la loro reazione. È lo stesso autore che ne avverte il lettore della lapide, dicendo: «Chiunque comprende quel che dico e pensa come me, preghi per Abercio». Dunque un linguaggio allusivo, misterico, noto ai battezzati ma non agli adoratori degli dèi. È significativo che venga indicata quale sia l’ammenda (davvero astronomica: ben tremila monete d’oro, e per chi non avesse pagato tutto c’era la schiavitù per debiti) prevista dalle leggi romane, assai rigide per quanto riguarda la violazione di tombe. Il memento è un avviso severo a quel pagano che avesse voluto cancellare quel sepolcro cristiano, con il suo epitaffio, pur se enigmatici. Parlando sempre per allusioni e simboli, è il Cristo quel «casto pastore che pasce greggi di pecore per il monte e per il piano e che ha grandi occhi che guardano dall’alto ovunque» e che insegnò ad Abercio «le scritture degne di fede». Gesù stesso lo «inviò a Roma per contemplarvi il regno e vedervi una regina dalla stola aurea e dagli aurei calzari». Quella regina è la Chiesa, che nella Città Eterna ha la sua sede: c’è dunque, qui, un significativo e antichissimo riconoscimento del primato romano. Stola e calzari d’oro erano tra i simboli della regalità. «Lì, io vidi il popolo che possiede lo splendido sigillo»: è il popolo dei credenti, marchiati da quel “sigillo splendido” che è il battesimo. Chi è il «Paolo» che Abercio dice di avere avuto «come guida»? È, naturalmente, Saulo di Tarso detto Paolo, l’apostolo particolarmente venerato nell’Anatolia perché egli stesso nato nell’Asia Minore e perché lì esercitò buona parte della sua predicazione e alcune Chiese del luogo devono a lui la fondazione.

Insomma, questa di Abercio è una professione di fede dal sapore tutto cattolico, dove già allora – e siamo solo alla fine del secondo secolo! – la sede del successore di Pietro è la «regina» e dove l’eucaristia è venerata nella dimensione del Sacro, ben lontana dalla banalità di una cena tra amici, come vorrà poi far credere, più di mille anni dopo, la Riforma. In effetti, di fronte alla scoperta della verità di quel testo che era stato considerato sino ad allora leggendario e apocrifo, il mondo degli studiosi protestanti reagì come già aveva fatto quando, nel 1917, era riemerso dall’Egitto un pezzo di papiro che riportava il primo inno, la prima preghiera “completa” alla Vergine che ci sia giunta. È il celebre Sub tuum praesidium. Abbiamo ricostruito la vicenda in un intero capitolo in Ipotesi su Maria: le università attesero 20 anni prima di dare un’edizione critica e il curatore, il celebre papirologo, fervente anglicano, C.H. Roberts, cercò di minimizzare, parlando di un testo tardo. Ma furono i suoi stessi colleghi che, unanimi, lo smentirono: quella invocazione a Maria non è più tarda dell’anno 250. Ma, allora, si smentiva tutto ciò che i teologi della Riforma avevano affermato della prospettiva cattolica: e che, cioè, il culto alla Vergine, la sua presenza nella liturgia erano fenomeni tardivi, in fondo abusivi. L’invocazione alla Madre come fenomeno tardivo, come costruzioni venute pian piano a incrostarsi su una austera unicità evangelica: solus Christus. Quel brandello di papiro mostrava che non era così.

Anche con l’epitaffio di Abercio il mondo della Riforma tentò simili reazioni. Si disse subito, con pubblicazioni erudite, che, in realtà, chi aveva composto quel testo non era un cristiano bensì un sacerdote del culto della frigia Cibele. Ma il grande De Rossi subito replicò, scrivendo: «Un simile stravagante paradosso è di tanta e così manifesta assurdità che stimerei perdere il tempo, se mi accingessi a confutarlo». Allora, altri esperti protestanti tornarono all’attacco: secondo alcuni la scritta testimoniava un sincretismo pagano, secondo altri nel pastore ricordato da Abercio doveva riconoscersi non Gesù ma Attis, il giovane e bellissimo amante della dea Cibele. Seguirono altre dotte stramberie, ma è significativo quanto scrisse il grande archeologo Antonio Ferrua: «Tutti i tentativi di negare il carattere cristiano dell’epitaffio sono caduti e cadranno a vuoto perché siamo di fronte, senz’ombra di dubbio, al simbolismo sviluppatosi tra i fedeli di Gesù». Testo, dunque, non solo “cristiano” ma pienamente “cattolico”.

Cattolico anche nell’inserire, con un ruolo della maggiore importanza, pure la Madre del Cristo? E qui si apre una sorta di giallo nel giallo. Come leggere, come interpretare quelle righe: «La fede mi accompagnò ovunque e mi presentava a tavola in cibo un pesce di fonte, immenso, puro che una vergine pura afferrò e questo dava agli amici a mangiare sempre, avendo un vino ottimo mescolato coll’acqua che suole donare col pane»? Chi è quella «vergine pura», in greco parthénos agné? Quale il soggetto della frase? Maria o la Fede della Chiesa?

Sarà bene, allora, riprodurre il proemio di un articolo di ben settanta, fittissime pagine apparso nel 1969 sulla rivista dell’Angelicum, il prestigioso ateneo romano dei Domenicani, a firma di uno stimato studioso, specialista di queste materie, il padre B. Emmi, egli pure figlio di san Domenico. Sentiamo il suo modo di impostare subito, e con chiarezza, la questione: «In due opere recenti di alta divulgazione e di larga diffusione, l’Enciclopedia cattolica e la Biblioteca Sanctorum, con articoli firmati da due archeologi famosi, viene asserito come certo e indiscusso che la “Vergine pura” di cui si parla nell’epitaffio di Abercio non è la Beata Vergine Maria, bensì la Chiesa».

Reagisce il padre Emmi: «Poiché la diffusione di tali opere rischia di far diventare comune, almeno in Italia, questa opinione – che è peraltro piuttosto recente – vogliamo esaminare accuratamente ed esaurientemente la sua origine, gli argomenti che la suffragano, opponendo ad essa gli argomenti che convalidano l’antica e comune opinione della referenza mariana». E, poi: «Ci sembra necessario non trascurare nulla, affinché il risultato che raggiungeremo non venga considerato una pia credenza ma la conclusione scientificamente più fondata, avallata da un accurato esame del testo e dal consenso della stragrande maggioranza degli studiosi».

Il padre Emmi mantiene la sua promessa: in effetti, le settanta pagine ricchissime di note, rigorose e complete nella documentazione, sono state lette e discusse dagli esperti con l’attenzione che meritano. E molti studiosi, dopo averle esaminate, sono tornati alla lettura tradizionale: la «vergine pura » di cui parla Abercio è davvero Maria che prese il Verbo dal cielo e, con il suo corpo stesso, diede anche a lui un corpo umano. Dice Emmi, a conclusione del suo studio: «L’espressione “la vergine pura afferrò” è così precisa e forte che difficilmente la si può attribuire alla Chiesa, della quale si può dire che è genitrice di figli spirituali ma della quale non si può dire che abbia fatto discendere in terra il Verbo, togliendolo dal cielo». Così – ci assicura l’antico vescovo – ogni volta che si distribuisce l’eucaristia, è come se si desse in cibo il frutto delle viscere umane di Maria. La quale, malgrado la maternità, è “una vergine pura”: esempio prezioso di come, anche nella Chiesa primitiva (non si dimentichi che mancano ancora quasi 150 anni all’editto di Costantino!), la verginità della donna di Nazareth è pacificamente e comunemente creduta e confessata dalla comunità cristiana.

Lo studioso domenicano conclude così il suo studio: «Il fondamento della fede di Abercio è la salvezza operata da Cristo Dio e uomo, continuata nella Chiesa coi sacramenti del battesimo e dell’eucaristia. Ma, in questa fede, è già presente e insita Maria Vergine». Costei, dunque, non è quel personaggio in fondo accessorio e quasi casuale, del cui ricordo si può fare a meno, così come è stata ridotta da una certa teologia protestante. Ma ogni giorno, ad ogni eucaristia, non è solo presente, è al centro, essendo stata lei a darci quel «Pesce di fonte, immenso, puro» in cui crede la fede. È una testimonianza preziosa, questa lasciataci dal presule di Gerapoli: da qui il rammarico che non sia abbastanza conosciuta o, forse, addirittura rimossa in nome di un ecumenismo male inteso, come se il dialogo vero non esigesse la piena verità.