IL TIMONE – Novembre 2010

Tra complotti e prodigi

Lo segnalava il mese scorso anche questo nostro giornale, con una scheda dal titolo significativo: “Da non perdere”. In effetti, Attacco a Ratzinger, edizioni Piemme, è un libro che noi – coriacei “papisti”, noi, lettori e redattori de “il Timone” – non possiamo mancare. Rispettando le promesse del sottotitolo – Accuse e scandali, profezie e complotti contro Benedetto XVI – Andrea Tornielli e Paolo Rodari ci aiutano a capire ciò che sta succedendo da ormai più di cinque anni. Trecentoventi pagine fitte, con una informazione esatta e di prima mano, con una prospettiva “cattolica” senza complessi e, al contempo, con grande pacatezza. Queste pagine fanno cronaca e, insieme, mettono da parte materiale per gli storici futuri. Non contrappongono faziosità a faziosità, al pressappochismo di troppi replicano con fonti controllate, non evitano la denuncia quando è necessario, ma al contempo evitano il vittimismo, con il suo inevitabile corollario. E, cioè, la sindrome del complotto, l’ossessione di una Grande Cospirazione tramata nell’ombra da cattivissimi nemici della Chiesa.

È una tentazione che contrassegna certo mondo cattolico dai tempi della Rivoluzione Francese, quando si diede per sicuro che lo svolgersi catastrofico degli eventi – sino alla sanguinaria déchristianisation – fosse stato previsto e messo a punto da qualche Grande Vecchio, identificato in questo caso con la Massoneria. Così, assieme ad altri, il benintenzionato ma ossessionato padre Augustin Barruel, gesuita, spese la sua vita di polemista per mostrare come quella catastrofe fosse stata organizzata segretamente, tappa per tappa, nelle Logge. Le quali furono non solo sospettate della grande catastrofe iniziata nel 1789 ma anche, per tutto il XIX secolo delle persecuzioni cui fu sottoposta la Chiesa, dall’Italia risorgimentale alla Spagna laicista, sino alla Terza Repubblica francese.

C’è del vero, ovviamente, anche se – per quanto riguarda il nostro Paese – l’influsso della massoneria autoctona, ancora disorganizzata, non fu presente se non marginalmente nella fase “creativa” del Risorgimento e fu intenso soltanto dopo, da Porta Pia alla Marcia su Roma. Dico “massoneria autoctona” perché, invece, le Logge straniere intervennero davvero, come quelle inglesi da cui veniva il milione di franchi oro consegnato a Garibaldi in partenza da Quarto con i Mille e con il quale corruppe i generali borbonici. Spiegando così perché un esercito di almeno 200.000 soldati fu battuto da una banda di irregolari, armati sommariamente e senza artiglieria.

Ma non disperdiamoci, restiamo all’oggi e al libro di Tornielli-Rodari. Oltre ai cenni disseminati in tutti i capitoli, l’ultimo, il quattordicesimo, è quasi interamente dedicato all’analisi delle ipotesi complottarde. Ma ciò che appare è che, come sempre avvenuto nella sua storia, il nemico principale della Chiesa viene dal suo interno, dai suoi uomini, soprattutto dalla sua intellighenzia teologica. O viene dalla mediocrità, dalla sciatteria, dalla incapacità di chi dovrebbe provvedere e non provvede; o lo fa in modo insufficiente, se non sbagliato. O vengono da debolezza dei vertici stessi: il caso più clamoroso, come è noto, è quello di Clemente XIV che, spaventato dalle minacce dei Borboni, soprattutto spagnoli e portoghesi oltre che francesi, proprio alla vigila del fatale 1789 si priva dello strumento più saldo, il solo in grado di fronteggiare i Lumi, sciogliendo la Compagnia di Gesù, per giunta con la violenza. Il vecchio, venerato generale, padre Ricci, lasciato morire, senza colpa e senza processo se non fittizio, in una segreta di Castel Sant’Angelo; i gesuiti in fuga dalla loro patria, cui è interdetto l’ingresso negli Stati Pontifici; la soppressione decisa dal Papa con un colpo di mano improvviso, senza consultare il Sacro Collegio dei cardinali.

 

 

Sta di fatto, comunque, che certe aggressioni dall’esterno si rivelano benefiche, compattando la comunità ecclesiale e risvegliando il senso di appartenenza. È il sabotaggio interno il nemico più temibile, come si è visto nei primi decenni del post-concilio e come si intuisce tuttora, anche se in forme meno visibili – e, dunque, ancora più insidiose – di quanto avvenisse ai tempi della contestazione rumorosa.

Per offrire ai lettori uno schema possibile di interpretazione, un tentativo di risposta alla domanda (complotto sì o no?) gli autori di Attacco a Ratzinger raccolgono il parere di autorevoli colleghi, non solo italiani, che si occupano di cose vaticane. Confesso che c’è una analisi che mi sembra – parere personale, s’intende – almeno in parte condivisibile. Scrivono Tornielli e Rodari: «Ma si trova davvero nel mirino, Benedetto XVI? È davvero lui l’obiettivo delle campagne mediatiche? O non è piuttosto lui, papa Ratzinger, con la sua mitezza, ma con la sua altrettanta chiarezza, ad “attaccare”?». Continuano i nostri autori: «Questa prospettiva sorprendente, che capovolge criteri e interpretazioni, è proposta dal vaticanista de Le Figaro Jean Marie Guenois che ci dice: “Più che un attacco al Papa, direi piuttosto che è in corso un “attacco” del Papa contro molti soggetti, portato avanti in un modo dolce, ma con una lingua precisa ed affilata. La causa degli attacchi a Benedetto XVI va ricercata nell’“attacco” di Ratzinger a certi problemi. Ad esempio sulla liturgia, sul rapporto fede ragione, tema quest’ultimo che ha fatto molto discutere in Francia, dove gli illuministi, da sempre contrari alla Chiesa, si trovano in imbarazzo perché oggi la Chiesa parla quasi il loro linguaggio». Dunque: «È lui che “attacca” in modo chiaro. Ritengo un falso problema l’affermare che Benedetto XVI sia sotto aggressione: è una forma di vittimismo che non corrisponde affatto alla sua psicologia. In fondo, ciò che si trova davanti non è che una forma di resistenza di gruppi e lobby a problemi sensibili che egli ha posto e pone».

Forse – se non certamente – c’è anche questo, pur unito, s’intende, ad altri fattori che rischiano però di essere sopravvalutati. Attacco o difesa che sia, comunque, resta vero quanto gli autori hanno voluto come una sorta di sintesi sulla quarta pagina di copertina: «L’unica vera cosa che non si perdona a Joseph Ratzinger è quella di essere stato eletto papa…».

Si sa bene, in effetti, quale sia stata la leggenda nera creata su di lui nel quarto di secolo in cui è stato Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Molti suoi colleghi teologi, che non gli perdonavano di avere tradito le speranze riposte in lui quando era un giovane studioso e sembrava far parte della schiera dei “progressisti”, molti teologi – dunque – hanno costruito giorno per giorno la caricatura del Grande Inquisitore, del capofila della Reazione. Un amico tedesco mi disse che nelle troppe facoltà teologiche della Germania (due per ogni università, cattolica e protestante), il giorno dopo l’elezione gravava il silenzio invece che i canti di festa per l’ascesa di uno di loro, della loro stessa nazionalità, al vertice della Chiesa.

 

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Per restare sempre al libro di Tornielli-Rodari. Ciò che Benedetto XVI sconta è certamente anche una inadeguatezza, che sembra crescente, della “macchina” ecclesiale. Come documentano i due autori, alcuni suoi collaboratori si sono rivelati inadeguati al ruolo, non hanno brillato per professionalità e tempestività. Anche in questo senso fa riflettere quanto ricostruito con tanta precisione dai nostri vaticanisti. La Chiesa cattolica è, di gran lunga, la realtà religiosa con la maggiore organizzazione, estesa a scala planetaria. Un meccanismo che, malgrado le intenzioni dei Padri Conciliari, non ha fatto che accrescersi dopo il Vaticano II: l’Annuario Pontificio ha continuato, in questi anni, ad aumentare le sue pagine, fitte di ruoli e di nomi corrispondenti. Ma le strutture sono solo nomi e gusci vuoti, vanno vivificate dagli uomini, e dalle donne, più adatti a farle funzionare. Il fatto è che la caduta delle vocazioni ha assottigliato sempre più i ranghi sia delle diocesi che degli ordini e della congregazioni da cui erano tratti coloro che, dal mondo intero, erano chiamati a lavorare a servizio diretto della Santa Sede. Sempre meno preti secolari, sempre meno religiosi e religiose e quasi introvabili, anche, laici cattolici affidabili e preparati cui dare compiti di responsabilità nella penuria del clero. In drastica caduta non solo la quantità ma, sia detto senza offesa per alcuno, talvolta anche la qualità: un tempo erano i migliori avviati al servizio ecclesiastico, mentre da tempo molti candidati ai seminari sono magari pii e stimabili, ma marginali sul piano sociale e culturale. La crisi del reclutamento, che in alcune zone dell’Occidente si approssima allo zero, impedisce anche il normale funzionamento delle diocesi, tanto che sono sempre di più, soprattutto nell’Europa centrale e nordica, quelle accorpate per cercare di riempire almeno qualche buco. E molti ordini religiosi che furono affollati di gente di prim’ordine e potenti hanno un problema soprattutto: gestire case di riposo e cliniche per i confratelli anziani e malati, mentre hanno perso la speranza di vedere giungere dei giovani.

Se questa è la situazione, dove potrebbe “pescare” la Santa Sede per gestire i suoi innumerevoli servizi e istituzioni? C’è forse da stupirsi che il Papa non sia più assistito, come un tempo, da staff numerosi e di grande esperienza ed efficienza, quando i quadri ecclesiali sono così falcidiati? C’è da sorprendersi per certi ritardi, sviste, errori, quando le persone valide rimaste sono spesso non solo anziane ma gravate da molti incarichi per l’impossibilità di trovare sostituti?

C’è, qui, un problema che sta diventando sempre più grave ma che solo molto di rado viene, non dico affrontato ma anche solo sfiorato.

Insomma, molto altro si potrebbe dire, prendendo spunto da questo Attacco a Ratzinger. Ma quanto detto basterà a confermare che non ha sbagliato il Timone, segnalando il libro come “da non perdere”.

 

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Visto che parliamo di libri. Nove anni fa, Rino Cammilleri ed io ne pubblicammo uno, da Rizzoli, col titolo Gli occhi di Maria. «Mai, nella storia della Chiesa, era avvenuto qualcosa di simile». Affermazione che mettemmo in rilievo, sin dal risvolto della sovracopertina: in effetti tutti gli storici (troppo pochi, peraltro, anche tra i cattolici) che si occuparono di quei casi seriamente, e non per sentito dire, confermarono che si trattava di un misterioso unicum nelle vicende millenarie della Catholica.

Come promemoria per chi già sa e come informazione per chi ancora non sa, ecco come andò: mentre i saccheggiatori del giovane Bonaparte invadevano lo Stato Pontificio, a Roma, a partire dal 9 luglio 1796, più di cento immagini (in gran parte mariane) si “animarono”. Muovevano, cioè, gli occhi, mutavano colore, talvolta cambiavano addirittura espressione. Il fenomeno era iniziato poco prima ad Ancona ed aveva avuto per testimone il capo-predone Bonaparte stesso (sceso nelle Marche soprattutto per rubare il tesoro del santuario di Loreto) che ne fu scosso. Ma a Roma si verificò subito dopo una autentica “esplosione” di animazioni di immagini che durò mesi, sotto gli occhi dei duecentomila abitanti della città, molti dei quali non cattolici, tra i quali una folta comunità ebraica e una vasta colonia di stranieri protestanti. Non una sola voce di dissenso o di dubbio si levò, davanti all’evidenza dei fatti. Le autorità religiose – pur desiderose di non irritare i feroci invasori – furono costrette ad aprire un rigoroso processo, dove sfilarono decine e decine di testimoni giurati, alcuni dei quali stimati scienziati. Alla fine, la sentenza non poté esitare: davvero Maria aveva voluto testimoniare così la sua vicinanza solidale alla Capitale della cristianità minacciata. Nella liturgia fu inserita, ogni 9 luglio, la “Festa dei prodigi della Beata Vergine”.

Rievocando quegli eventi, Cammilleri ed io pensammo di far cosa doverosa, visto che nella Chiesa stessa sembra essersi persa la memoria di fatti tanto sconvolgenti quanto seriamente documentati che, o sono passati sotto silenzio, o sono sbrigati, con ridicola sicumera, come “psicosi collettiva”.

Il libro ha avuto una buona accoglienza da parte del pubblico: stampato da un editore laico come Rizzoli è circolato anche al di là del recinto cattolico ed è stato non solo più volte ristampato ma anche tradotto e presentato poi, come best seller, anche in edizione tascabile. Chi volesse, può ancora procurarselo. Ma, lo confessiamo, la sorpresa più gradita ci è giunta qualche tempo fa da Gubbio, con l’arrivo di un manoscritto dal titolo Gli occhi di Maria su Gubbio e il sottotitolo Eventi, discussioni, riflessioni e immagini della sconvolgente ondata di prodigi del 1796. Autori tre studiosi ancor giovani: un professore di filosofia, Luigi Girlanda, un avvocato, Lamberto Padeletti e un sacerdote già noto per altre pubblicazioni dal taglio apologetico, don Claudio Crescimanno. Quel manoscritto, ora, si è fatto libro, tra l’altro elegante, ben stampato, con molte illustrazioni a colori. Si racconta nella Introduzione che, leggendo il nostro Gli occhi di Maria «all’improvviso, con un vero e proprio tuffo al cuore ci imbattemmo in queste parole: “A Gubbio, il vescovo Ottavio Angelelli fu costretto ad aprire una inchiesta ufficiale, perché la mattina di sabato 9 luglio 1796, quasi alla stessa ora del primo miracolo romano, cominciarono i fenomeni (di uno dei quali egli stesso fu testimone oculare). Alla fine, di immagini miracolose se ne conteranno in città ben tredici”». Commentano gli autori: «Dunque, anche la nostra Gubbio era stata protagonista di quella serie sconvolgente di prodigi!». Ma, si aggiunge, «accanto alla sorpresa, un senso di amarezza: possibile che nessuno ce ne avesse mai fatto parola e che, in tanti anni di frequentazione dell’ambiente cattolico eugubino, non ci fossimo mai imbattuti in nulla che ricordasse quegli eventi prodigiosi? ». Da qui, subito, una decisione: «Ci precipitammo all’archivio vescovile. Consapevoli che Messori e Cammilleri sono autori seri e scrupolosi, eravamo certi che avremmo trovato conferma delle loro affermazioni. E fu proprio così. La diocesi conservava tutti i documenti dell’inchiesta di monsignor Angelelli. Li abbiamo esaminati uno ad uno…».

Un vicenda consolante, come si vede. Proprio per questo, in un “invito alla lettura” che mi è stato chiesto come prefazione, ho lanciato una provocazione agli amici di Gubbio. E non solo a loro. Perché, cioè, non considerare questa pubblicazione come la prima tappa di una ricerca dedicata alla gran quantità di prodigi registrati nel 1796 nelle terre pontificie? Perché il gruppo che ha ideato e realizzato ottimamente queste pagine non si farebbe capofila, ispiratore, collaboratore di altri gruppi di ricerca nei luoghi di quegli eventi? Molti archivi sono ancora inesplorati, come lo era quello di Gubbio, più di due secoli dopo i fatti. Constatando la ricchezza e l’interesse di quanto riportato ora alla luce cresce davvero il desiderio di un lavoro collettivo di scavo. Ho concluso quella prefazione chiedendomi: «In tempi come questi, in cui energie, tempo, denaro vengono gettati in imprese “culturali” spesso irrilevanti se non inutili, perché i cattolici di quella Italia centrale che fu privilegiata dallo sguardo di Maria non mettono mano a una impresa che onorerebbe i loro luoghi e confermerebbe, tra l’altro, quell’accordo tra fede e ragione così caro a Benedetto XVI?». Opera, davvero, nella linea di quella “apologetica” documentata di cui c’è così gran bisogno.

In attesa di una auspicata risposta, invito coloro che fossero interessati a ricevere questo Gli occhi di Maria su Gubbio a scrivere liberamente (questi credenti sono giustamente desiderosi di far conoscere il loro lavoro a servizio della fede …) al seguente indirizzo: ass.benedettoxvi@gmail.com suI sito Internet della loro Associazione è: www.benedettoxvigubbio.it