IL TIMONE – Maggio 2011

«Ella che salva i suoi»

«Ella che salva i suoi», dice un verso del Manzoni nell’inno a Maria. Molti santi, mistici, veggenti hanno assicurato che la devozione vera a Lei è un segno di predilezione e di salvezza. Non solo: essendo «nemica di ogni eresia», la Madonna evita a chi la onora ogni errore e deviazione nella fede: il suo nome stesso è sinonimo di ortodossia.

Se così è, com’è possibile che esca dalla comunione con la Chiesa e venga sospeso a divinis il sacerdote cui, parola di Pio IX stesso, con il suo impegno di teologo dottissimo e infaticabile più ha fatto perché si giungesse dopo secoli di dibattito alla definizione del dogma della Immacolata Concezione? Proprio lui doveva deragliare? Ma, allora, come metterla con quel che abbiamo appena detto? Carlo Passaglia è il nome del protagonista di questa storia dimenticata dai più ma che merita di essere raccontata proprio in quest’anno di cui è stato protagonista il Risorgimento. Qui, in effetti, c’è di mezzo il travaglio per giungere all’unità d’Italia. E c’è di mezzo, soprattutto, la protezione sicura della Signora per chi la ama e la onora.

Carlo Passaglia nacque vicino a Lucca nel 1812 ed entrò giovane, ma non giovanissimo, nella Compagnia di Gesù, rispondendo a una vocazione meditata e sincera. Ingegno vivace, grande studioso e grande lavoratore, fu tra l’altro tra i fondatori, nel 1850, della Civiltà Cattolica, accanto al padre Curci e al padre Tapparelli d’Azeglio. Docente di teologia nelle maggiori università romane, Pio IX lo incaricò nel 1851 di raccogliere i documenti che provassero come nei secoli fosse stata sempre adombrata, auspicata, confessata la concezione immacolata di Maria. Il Passaglia (che passerà, col consenso del Papa, al clero secolare, per essere più libero di dedicarsi interamente alla ricerca) in tre anni di grande impegno pubblicò i tre imponenti volumi cui fu dato il titolo De immaculata Deiparae semper virginis conceptu. Furono questi la base teologica su cui si fondò il dogma del 1854.

Ma erano gli anni in cui dilagava l’eccitazione patriottica e l’aspirazione all’unità della Penisola aveva raggiunto anche il clero. Don Passaglia stesso ne fu coinvolto e si convinse della necessità – non solo politica ma anche religiosa – che il papato rinunciasse al potere temporale, pur con ogni garanzia che ne assicurasse la totale libertà nel governo della Chiesa. Era, come si sa, anche l’auspicio di un cattolico come Manzoni, che accetterà di essere eletto senatore nel primo Parlamento unitario. Il sacerdote incontrò lo stesso Cavour e fu affascinato dal suo programma, tanto da stendere un manifesto divenuto famoso dal titolo Pro causa italica ad episcopos catholicos, organizzandosi per ottenere l’adesione del clero. In effetti firmarono ben novemila sacerdoti di tutte le regioni italiane e la cosa non solo addolorò ma allarmò molto Pio IX, che non immaginava una tale simpatia nel clero per l’ideale unitario. Il Passaglia aveva steso in modo anonimo il manifesto ma, come ovvio, fu presto scoperto e si rifugiò a Torino, dove il suo amico Cavour gli procurò subito una cattedra di filosofia morale all’università. Da Roma fu sospeso a divinis ma, come gli era imposto, dimise sì la talare ma per sostituirla con abiti sempre e solo scuri, da clergyman attuale. Inoltre, continuò a rispettare rigorosamente gli impegni che aveva assunto da religioso di castità e di povertà, dando ai bisognosi quasi tutto il suo stipendio da professore. Ciò in cui mancava era l’obbedienza alle autorità ecclesiastiche e al Papa, ma il suo dissenso era tutto e solo politico. Come ripeté infinite volte in opuscoli, in giornali da lui fondati, in conferenze, era convinto in coscienza che la rinuncia allo Stato Pontificio a favore del Regno d’Italia sarebbe stata di grande vantaggio alla causa della Chiesa. Il futuro ha mostrato che non aveva torto ma che la pretesa era prematura e che la Conciliazione del 1929 non avrebbe potuto giungere così presto. La storia ha i suoi ritmi che vanno rispettati, non sopporta gli impazienti.

Comunque, la mano della Immacolata gli era sul capo, visto che, nonostante gli inviti a passare come pastore a qualche comunità protestante o addirittura a fondare una Chiesa nazionale italiana, la sua ortodossia cattolica restò ferrea, senza alcun cedimento. In una università come quella di Torino, dove massoni e anticlericali in genere la facevano da padroni (e spesso si trattava di ex religiosi che avevano abiurato la fede per il liberalismo agnosti co) le lezioni filosofiche di Passaglia erano in pieno accordo con la dottrina cristiana. Nonostante non gli fosse più concesso di amministrare i sacramenti e di celebrare la Messa, restava l’apologeta che era stato. Così, quando, nel 1863, Renan pubblicò la sua dissacrante Vita di Gesù che tanto male fece alla fede, soprattutto tra la borghesia, mise in guardia i credenti non con un opuscolo ma con un libro intero, dove riversava la sua grande erudizione: La vita di Gesù di Ernest Renan discussa e confutata. Travagliato sempre più dal suo dissidio tra l’accettazione di tutto, senza eccezioni, il Credo cattolico e la sua passione per la Patria unita, il Venerdì Santo del 1876 si decise al gran passo: scrisse al sempre molto amato Pio IX, facendo appello al suo cuore per una riammissione piena nella Chiesa, in cambio di una ritrattazione concordata. Il vecchio Papa (gli mancavano solo due anni alla morte) ne fu molto confortato: tra i tanti dolori datigli dagli eventi che avevano coinvolto e sembrato travolgere la Chiesa, la defezione – seppur tutta e sola politica – del “suo” don Carlo era stata particolarmente affliggente. Proprio lui! Proprio il teologo dell’Immacolata, il sacerdote di enorme scienza e al contempo di ardente devozione mariana! Così, Pio IX dispose subito che ci si rivolgesse a Francesco Faà di Bruno, il futuro beato, di cui ammirava l’impegno caritativo, la scienza, la prudenza e che, per di più, era collega del Passaglia in quella università di Torino che a lui, Francesco, non volle mai concedere una cattedra, nonostante i grandi meriti, perché “troppo cattolico” e, per giunta, “papista”. Faà di Bruno avvicinò così il tormentato sacerdote sospeso a divinis ed egli pure rimase colpito dalla sua totale ortodossia. Uomo concreto come ex capitano di Stato Maggiore e al contempo di grande delicatezza, come figlio di marchesi di antica nobiltà, il futuro beato si adoperò al meglio per mediare e trovare una formula di ritrattazione che soddisfacesse sia la Santa Sede che il Passaglia. Ma occorsero ben undici anni: nel marzo del 1887, a poche settimane dalla morte, l’uomo faceva piena ritrattazione di quanto avesse potuto allontanarsi dall’obbedienza e chiedeva perdono se aveva dato scandalo ai buoni cattolici. Un biografo ce lo descrive mentre, singhiozzando, bacia la stola del suo sacerdozio e, piangendo, può finalmente ricelebrare la Messa. Così, dunque, andava verso l’incontro con l’Immacolata colui che più aveva lavorato perché il dogma – che nel frattempo era stato “confermato” a Lourdes dalla Vergine stessa – potesse essere proclamato con solide basi. Non aveva forse ragione il Manzoni nel ricordare che «Ella salva i suoi», anche se per cammini talvolta complicati e dolorosi?

 

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Un amico editore mi ricordava di recente, dal suo particolare ma significativo punto di vista, la realtà della crisi anche numerica della Chiesa. Mi diceva, infatti, che il bacino potenziale del libro “cattolico” si è dimezzato nel giro di trent’anni: in effetti, non solo si è assottigliato il numero dei praticanti, ma si sono dimezzati anche i preti, i religiosi, le religiose. E questi costituivano per l’editoria religiosa i migliori “volani”: in effetti, se un libro piaceva a un parroco o a un frate o a una suora con un certo sèguito, erano loro a fare da propagandisti o addirittura ad acquistare un buon numero di copie da distribuire come strumento di apostolato. Io stesso, nella mia esperienza editoriale, avevo misurato l’efficacia di questi benemeriti “strumenti” di diffusione. I quali uno ad uno sono scomparsi e, se continua così, scompariranno.

Le vocazioni al sacerdozio o alla vita religiosa non dipendono dal nostro darci da fare nell’elaborare programmi. Inutile consultare sociologi o impostare campagne di marketing ecclesiale. Non c’è che un mezzo, la preghiera. Gesù ce ne avverte: «La messe è abbondante ma sono pochi gli operai. Pregate dunque il Padrone della messe perché mandi operai nella sua messe» (Mt 9,37- 38). Siamo dunque davanti all’imprevedibile perché nessuno può misurare la “quantità” e la “qualità” della preghiera che, sola, può indurre il Padrone a suscitare vocazioni. Questo precisato, dobbiamo pur confrontarci – e non sappiamo per quanto, se per un periodo storico o se fino alla Parusia – con un calo costante di personale ecclesiale, a cominciare dai sacerdoti. Per varie ragioni che qui non è il caso di affrontare, mi è sempre sembrato illusoria la prospettiva di chi vorrebbe riempire le nostre assenze importando preti e suore da Africa ed Asia.

Comunque, rispetto ad altri Paesi dell’Occidente, l’Italia ha ancora una situazione relativamente privilegiata. Ma andiamo anche noi verso la situazione francese, belga, tedesca, olandese: giorno dopo giorno, si chiudono non solo istituti religiosi e scuole ma anche parrocchie nelle quali non c’è più alcun sacerdote da inviare. Drammatica, in molti Paesi, anche la situazione delle diocesi: vi sono grandi episcopi ormai semivuoti dove il vescovo (ed è un problema spesso trovare qualcuno adeguato da consacrare) può contare solo più su qualche prete anziano, spesso malandato, dunque è nella impossibilità di assicurare gli elementari servizi diocesani. Quanto ai religiosi, molte congregazioni hanno un solo problema: avere qualcuno, o qualcuna, con ancora abbastanza forze per occuparsi della case che furono per i noviziati o per le opere caritative e sociali e che ora sono trasformate in cronicari per i confratelli e le consorelle che vanno verso la morte. Intanto, l’abbandono forzato delle opere significa pure la fine delle entrate economiche, sicché anche la mancanza di risorse rende ancor più difficile assistere chi è ormai impotente per il lavoro.

Che fare? Occorre, credo, rispettare il mistero del Cristo e affidarsi solo al suo volere, rafforzando la preghiera. Intanto, però, siamo e saremo sempre più obbligati ad organizzarci senza le strutture da “cristianità di massa”, evolvendo verso il “piccolo gregge”. Dunque, pensando ad alleggerire la Chiesa istituzionale.

Ma perché parlarne qui, in un “puntata” dedicata ancora una volta a temi che riguardano la Vergine? Ma perché, da visitatore “sistematico” di santuari mariani – non solo da devoto ma da osservatore attento – mi sono convinto che la rete italiana, europea, mondiale di quei luoghi sacri potrebbe costituire una sorta di “sistema fortificato per la resistenza cristiana”. Quasi delle cittadelle dove attestarci in anni difficili attendendo – se verranno – tempi migliori.

Cerco di spiegarmi: la parrocchia – una per ogni borgo o per quartiere di città – è stata una preziosa “invenzione” cattolica e ha dato, e continua a dare dove ancora è possibile, frutti abbondanti. Ma ora, la progressiva scomparsa di quella valorosa “fanteria della Chiesa” costituita dai parroci e dai loro aiuti ci costringe – e ci costringerà sempre più – a chiuderne una dopo l’altra. Chi viaggia, ad esempio, nella provincia francese resta colpito e, se credente, addolorato, attraversando uno dopo l’altro decine di paesi dove il parroco non c’è più e quella che fu la chiesa parrocchiale è chiusa o affidata a qualche laico volenteroso per aprire ogni tanto le porte e per assicurare un minimo di manutenzione. I praticanti superstiti, la domenica, salgono in auto e fanno magari lunghi tragitti per raggiungere un luogo dove un abbé, di solito anziano, celebra una Messa. Finché, ovviamente, morte o malattia non porti via anche quell’ultimo consacrato per amministrare i sacramenti. Quasi ovunque non c’è più nessun prete che abbia tempo e forze per celebrare i funerali, che sono così ridotti a una breve cerimonia gestita da laici volenterosi. Quando si trovano.

In Italia non siamo ancora a questo, ma il trend calante, che dura ormai da decenni, sembra indicare che ci arriveremo. Se e quando verrà quel giorno, occorrerà (non è che una mia proposta del tutto personale, è chiaro) darci dei luoghi di appuntamento e di riunione. Concentrare, cioè, le forze superstiti dove i “servizi” spirituali cristiani siano assicurati. Dove ci siano non soltanto messe quotidiane – oltre che ovviamente festive – ma anche confessori, catechisti, magari studiosi cui rivolgersi per dubbi e problemi di fede e anche fratelli e sorelle laici per ridarci il senso comunitario della Chiesa. Un librone degli anni Sessanta che sta nella mia biblioteca ha per titolo I mille santuari mariani d’Italia. In realtà, i santuari descritti ed illustrati nel librone in questione sono oltre 1.200. Ma si tratta – spiega l’introduzione – solo dei “maggiori” ed altri 300 “santuarietti” minori sono citati. Una rete impressionante che copre ogni diocesi di ogni regione italiana. Dio può, ovviamente, rovesciare la situazione e darci una fioritura vasta e improvvisa di nuove vocazioni, ma se il deserto continuerà, perché non ipotizzare di “fortificarci” in quei luoghi? Intendiamoci, “fortificarci” per modo di dire: con le porte spalancate a chiunque voglia entrare ed uscire. Luoghi, comunque, dove potere ancora dire ai fratelli in umanità, anche, se non soprattutto, a quelli in ricerca: «Vieni e vedi!».

Se penso ai santuari mariani come baluardi è ovviamente e innanzitutto per ragioni di fede: come la proclamò Paolo VI durante il Concilio, Ella è la Madre della Chiesa, dunque è Colei attorno alla quale stringersi quando i tempi si fanno difficili proprio per questa nostra Chiesa stessa. Ogni santuario poi è una icona della fede popolare e “gratuita”: è nato dalla devozione di tutta la gente di un luogo, non rispondeva ad alcuna necessità “pratica” (come avvenuto invece per le parrocchie) ma è stato costruito come segno di amore, di devozione, di ricordo di una grazia elargita dalla Madre. Per erigerlo, anche le comunità più povere hanno dato tutto quanto potevano, dunque spesso è bello (e la bellezza, lo sappiamo, nella prospettiva cristiana è legata alla Salvezza) o almeno dignitoso, se non commovente nel tentativo di fare con il poco che si aveva il meglio per onorare Maria. Bello è quasi sempre anche il luogo dove è stato costruito: e anche la bellezza della natura, alla pari di quella dell’arte, è un sostegno per la fede. Ci sono poi altre ragioni pratiche, basate sulla esperienza dei Paesi dove già si sono chiuse decine di parrocchie sistemando in una sola i pochi preti superstiti. Ne sono nate proteste e magari inimicizie tra i vari comuni: perché da loro e non da noi? è stata la domanda generale. La scelta dei santuari, invece, sarebbe non solo compresa ma anche – ne sono certo – apprezzata. Sono, da sempre, luogo di attrazione e di frequenza per tutto un vasto territorio. E la loro rete è abbastanza fitta da permettere a chiunque di giungervi almeno la domenica, visto che la motorizzazione è oggi sin troppo di massa.

Molti santuari sono gestiti, magari da secoli, da famiglie religiose che ormai hanno spesso più case ed opere che uomini e donne. Varrebbe la pena di un atto di coraggio, dettato comunque dalla necessità: liberarsi di altre opere e concentrarsi nell’opera oggi maggiore di carità, quella della pastorale, dell’annuncio della fede e della amministrazione dei sacramenti. E il luogo di concentrazione di quanto resta potrebbero essere proprio il luogo o i luoghi mariani dell’Ordine o della Congregazione. Ma vorrei andare oltre in questa mia prospettiva – forse utopica, forse realistica – per un possibile futuro. Se, cioè, il baricentro della vita cattolica diventassero i 1.500 “luoghi mariani” solo in Italia, perché in uno di essi, per ogni diocesi, non potrebbe trasferirvisi il Pastore di quel lembo di Chiesa? Dicevamo dei grandi episcopi sempre più vuoti, spesso in palazzi artistici e dunque con grossi problemi e spese di manutenzione. Palazzi dove il vescovo si aggira tra corridoi e stanze deserti. Non si pensi che drammatizzi: basta una puntata in certe zone d’Europa per convincersi che non è così e che, prima o poi, potrebbe capitare anche in questo nostro Paese, che pure è al centro della Chiesa. Pure da noi, sono sbarrate intere ali di grandi edifici da dove si amministrava una Chiesa di massa. Ebbene, il concentrare in un luogo significativo le forze superstiti significa anche metterle a disposizione del vescovo e, dunque, della vita diocesana, dove non tutto è burocrazia della quale si può fare a meno ma è lavoro necessario per la concreta vita cristiana. Accanto al vescovo potrebbe poi sorgere un piccolo seminario per le superstiti vocazioni che permettano non si spenga il lucignolo fumigante.

Qualcuno, nella Chiesa stessa, ha pensato in questi anni che i santuari mariani non fossero che anacronistici avanzi del passato. I teologi “adulti” li ignoravano, i sociologi clericali li mettevano nella categoria inferiore, quella della “devozione popolare”, da scrostare e non certo da incoraggiare. Lettura della Scrittura e dei teologi aggiornati, impegno sociale e politico, altro che pellegrinaggi, processioni e rosari davanti a qualche vecchia statua o affresco! Per fortuna, quel che resta del “popolo di Dio” non ha dato loro retta. E chissà che questa ricchezza del passato, questa grande rete ancora – grazie a Dio e al popolo – intatta, chissà non si riveli anche il rifugio per il futuro, sotto il manto materno di Maria?