IL TIMONE – Maggio 2010

Lourdes: precisazioni

Parlare di Lourdes provoca ancora oggi passioni contrastanti, che vanno dall’amore all’avversione. Lo ho constatato anche di recente, scrivendo un articolo per il Corriere della Sera dove parlavo dei falsi più evidenti creati attorno alla verità dell’apparizione. Mi sono visto aggredito, spesso con autentico odio, su siti Internet, soprattutto per i cenni dedicati a Emile Zola. Ho dunque inviato al direttore del quotidiano una precisazione. Di comune accordo abbiamo poi deciso di non pubblicarla sul Corriere, anche per non dare a quegli aggressori la soddisfazione di essere presi sul serio sulle colonne del più diffuso giornale italiano. Sento doveroso, però, metterne al corrente i lettori de Il Timone perché, se trovassero traccia sulla Rete di quelle polemiche, sappiano come stanno le cose, anche perché di questo poco onorevole aneddoto sullo scrittore francese (ma di padre veneziano) abbiamo parlato anche in una puntata di recente di questo Vivaio. Ecco, dunque, la mia lettera a Ferruccio de Bortoli: «Tutti hanno diritto alla giustizia, soprattutto coloro che non possono più difendersi: i morti. Qualcuno ha pensato che io pure abbia peccato di ingiustizia nei rapidi tratti dedicati sul Corriere del 23 febbraio a Emile Zola. Questo maestro del naturalismo ateo osservò il pellegrinaggio nazionale francese del 1892 a Lourdes e ne trasse un romanzo che, a quanto dichiarò, doveva essere di “storia, di cronaca, di verità”. Un reportage, dunque, travestito da romanzo, una inchiesta sotto forma letteraria. In realtà, lo scrittore ebbe la ventura di assistere a due guarigioni clamorose, riconosciute poi come miracoli, le constatò nella sede stessa del Bureau medico del santuario ma ne scrisse, poi, come se si fosse trattato di momentanei miglioramenti dovuti a cause psichiche e seguiti da fatali ricadute. Una delle miracolate, Marie Lebranchu (che Zola chiama “La Grivotte”) non si rassegnò al falso e protestò pubblicamente, ricordando come la sua guarigione fosse stata totale e durevole, tanto che tre anni dopo lo scrittore andò a trovarla e le promise di pagarla bene se si fosse tolta di torno, andando in Belgio, da dove veniva il marito.

Ora: sul web e su giornali, alcuni affermano polemicamente che avrei dato credito a una vecchia, infondata calunnia da apologetica cattolica, per giunta su una testata “laica e colta” come il Corriere. Doveroso, dunque, dire come stanno le cose. Ho qui, sul tavolo L’Oeuvre de Lourdes (Paris, 1908) di Gustave Boissarie. Non un dottorucolo di provincia ma un professionista stimato, uscito dalla Università di Parigi, attivo in una clinica della Capitale, che – buon cattolico – accettò a 50 anni di dirigere l’Ufficio medico di Lourdes. Fu lui ad accogliere Zola con piena disponibilità e ne fu mal ripagato, ridotto nel romanzo a poco più che una macchietta. Ebbene, in questo rigoroso saggio di 400 pagine, Boissarie ricorda (pp. 315 ss.) le sue visite alla Lebranchu guarita, che gli disse, testualmente: «Ho visto Zola tre anni dopo la mia guarigione. Venne da noi per chiederci di andare in Belgio. Ci assicurò che, se andavamo all’estero, non ci sarebbe mancato niente». Il dr Boissarie organizzò affollati incontri pubblici a Parigi, dove la Lebranchu dava la sua testimonianza di “miracolata” e denunciava il tentativo di toglierla di mezzo, ma Zola, pur invitato, non volle mai partecipare a quei dibattiti. Lo stesso dr Boissarie lo andò a trovare a casa, ma non riuscì a farlo uscire allo scoperto. La stampa, anche non cattolica, fece clamore sulla proposta alla “Grivotte” di espatriare ma lo scrittore, pur attentissimo alla sua immagine sui giornali, non volle mai replicare, ripetendo solo che dei suoi personaggi faceva quel che voleva. Smentendo così, però, la definizione di roman-vérité che aveva dato al suo libro, vera opera di propaganda antireligiosa. Il volume del medico di Lourdes divenne poi un best seller ma nessuno tra gli amici, i familiari, i critici di Zola, morto da poco, smentì quell’episodio. Un’assenza di repliche che seguì un altro best seller, pubblicato nel 1958 (Cent ans de miracles a Lourdes) da Michel Agnellet: non un cronista corrivo, ma un saggista noto, responsabile di una delle maggiori agenzie di stampa. La visita alla Lebranchu, qui, era ampliata con ancor maggiori particolari, frutto di inchiesta negli archivi, ma le ristampe si susseguirono senza che giungesse alcuna precisazione da qualche studioso. René Laurentin, il maggior storico di Lourdes, docente in varie università, anche americane, disse di essere certo del tentativo di Zola presso la donna. Nel grande silenzio “laico” spicca solo, che io sappia, la voce di un devoto di Zola, Henri Guillemin (Zola, légende ou vérité?, Julliard, 1960) che, preso dal dubbio che non si tratti di un ragot, un pettegolezzo, fa un ipotesi. E lo fa in una nota frettolosa: lo scrittore sarebbe andato sì dalla “miracolata”, ma sarebbe stato frainteso: in realtà, nel suo buon cuore, voleva portare un aiuto economico a questa commessa di grande magazzino che, da moribonda, era divenuta madre di famiglia. Ma in realtà lavorava anche il marito, operaio specializzato, e non si vede il perché di un’elemosina, per giunta dopo tre anni. C’è poi il Lourdes pubblicato nel 1999, in inglese (edizioni Allen Lane-Penguin) da Ruth Harris, docente di storia a Oxford, ebrea e agnostica, specialista di letteratura francese dell’Ottocento. A pag. 423, l’insospettabile Harris giudica “storico” l’episodio della visita di Zola. In ogni caso, vista la folla di testimonianze da una parte (il dossier della stampa francese dell’epoca sul “caso Lebranchu” è rilevante) e il silenzio ormai secolare, infastidito, dall’altra parte, è del tutto ingiustificata l’accusa di rilanciare argomenti apologetici inattendibili. E, dunque, di avere peccato contro la giustizia nei riguardi del celebre scrittore.

 

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Per continuare con i punti contestati di Lourdes – non per quanto riguarda chi ha parlato delle apparizioni, ma per ciò che concerne le apparizioni stesse – decidiamoci ad affrontare un tema delicato, sul quale sorvolano con disagio le storie edificanti. I genitori di Bernadette erano davvero degli ivrognes, per dirla in francese, erano dei bevitori sino a raggiungere, addirittura, l’alcolismo? Per spingerci ancora più in là: malgrado l’età giovanissima, la denutrizione, la salute già rovinata, Bernadette stessa aveva cominciato a bere quando incontrò Aquerò?

Chiariamo subito che non si tratta di meschine maldicenze, di cui liberarsi con una scrollata di spalle. Nelle loro relazioni ai superiori, sia il commissario Jacomet sia il procuratore Dutour affermano che la fama corrente in città era che la famiglia di Bernadette era di beoni. Dopo la storia divulgativa, e in alcuni punti romanticamente romanzata, di Henri Lasserre, uno studioso gesuita, Léonard Cros fu incaricato dal vescovo di Tarbes di raccogliere tutta la documentazione possibile, in vista di un resoconto delle apparizioni basato interamente sulle fonti. Bernadette era ancora in vita, nel suo convento di Nevers, ed era ancora in vita – a distanza di vent’anni – la maggioranza di coloro che avevano vissuto quei fatti. Tra le centinaia di testimoni sentiti dallo storico, molti dissero che “i Soubirous amavano la bottiglia”. Nell’opera in tre grossi volumi, pubblicata postuma, il padre Cros accettò dunque queste affermazioni come veritiere e le incluse nel suo ritratto della famiglia della Veggente.

Ma poi, in vista del primo centenario, entrò in campo, come sappiamo, René Laurentin che – con la sua opera  straordinaria, sul piano storico – tutto rivide, scoprì, interpretò, e riunì nei molti volumi andati esauriti da tempo, dopo molte ristampe, e che ora, come doveroso, le edizioni del Santuario hanno ripubblicato. Lo segnaliamo ai lettori che sappiano il francese: è una spesa, e una lettura, che valgono davvero la spesa! Anche nel tema che qui ci interessa, l’abbé René è riuscito a fare chiarezza, riunendo in sintesi critica tutti i dati. Innanzitutto, ricorda che, anche qui, Lourdes “ha bisogno solo di verità”. È invece successo che «sinora, su questo soggetto, si sono pubblicate soltanto dichiarazioni parziali e segnate dalla passione». Così, continua, «gli uni si sono impadroniti delle testimonianze pubblicate dal padre Cros per sostenere che Bernadette viene da una famiglia tarata. Gli altri hanno protestato con indignazione, ma con argomenti erronei, mettendo sotto silenzio i testi imbarazzanti». In realtà, osserva Laurentin, il padre Cros era un ricercatore onesto e instancabile ma, come tutti gli storici, aveva anch’egli la sua prospettiva magari inconsciamente prefissata. Spiega l’abbé: «La tesi del gesuita era che la potenza di Dio si è manifestata anche attraverso la scelta di una famiglia discussa e discutibile: Dio si è mostrato tanto più potente quanto più la famiglia era indegna». Per questo, ha posto ai testimoni un formulario oggettivamente un po’ capzioso che sollecitava soprattutto una risposta: sì, in casa Soubirous, il vino non era per niente sgradito, al contrario. In realtà, l’esame dei testi porta a una conclusione: l’uso, o abuso, di alcol non riguarda se non marginalmente François, il padre di Bernadette di cui si dice che beveva sì, ma come tutti. Giusto un bicchiere, quando c’erano i soldi, per accompagnare con questo i miseri pasti o da consumare al cabaret, noi diremmo osteria, giocando a carte con i colleghi, prima mugnai e poi cavatori di pietre. Come in tutte le società contadine, l’astemio era raro e non solo non era ammirato ma un po’ si diffidava di lui, visto che anche Gesù beveva vino.

Jeanne Vedère era la cugina e anche, forse, la miglior amica di Bernadette nonché la sua confidente, pur non dimenticando quanto la veggente fosse riservata, poco propensa a parlare di sé. Divenuta monaca cistercense, anche suor Vedère diede a Cros molte testimonianze, scritte, giurate e considerate dagli storici tra le più affidabili. Sull’argomento, rispondendo al formulario del gesuita dichiarò: «Per quanto riguarda l’amore di mio zio per la bottiglia, non l’ho mai notato, né quando andavo da lui né quando veniva da noi e non l’ho mai sentito dire dalla gente. Non l’ho mai visto in uno stato tale da potere dire che bevesse più del dovuto. Devo dire che tutti, a Lourdes, amavano il vino, anche se da noi è scarso». Significativo che quando il poveruomo fu arrestato e processato per furto, né il magistrato inquirente né il giudice fecero alcun cenno a una sua propensione all’ubriachezza. In effetti, lo stesso padre Cros, dopo aver tutto esaminato e soppesato, “assolse” François, concentrandosi invece sulla moglie e madre di Bernadette, Louise. Qui, le testimonianze sembrano più pesanti, anche se tutti escludono di averla mai vista ebbra o di avere dato scandalo per questo. Laurentin mette, giustamente, in rilievo la testimonianza di un vicino di casa che frequentava i Soubirous ridotti nell’infamia del cachot e che li aveva conosciuti quando erano benestanti: «La madre beveva, ma per miseria». Nota Laurentin: «Il gusto del vino non fu la causa, fu la conseguenza della povertà estrema della famiglia». Altri testimoni aggiungono che Louise prendeva del vino «come rimedio alla debolezza fisica». Commenta il nostro Laurentin: «Secondo una opinione erronea, ma generale e in buona fede, tanto che la si trova persino nella Scrittura, l’alcol è un tonico e un fortificante potente. Succedeva così che Louise preferisse talvolta il colpo di frusta di un bicchiere di bianco a un pezzo di pane, soprattutto quando allattava uno dei nove figli che ebbe e, intanto, faceva nei campi un duro lavoro. Quelli che la vedevano prendere un goccio dicevano, come i benpensanti fanno sempre in questi casi: “Non hanno nemmeno i soldi per mangiare, eppure ne hanno per bere”. E non sanno che, se fossero stati meno affamati, quegli sventurati non avrebbero sentito bisogno di alcol. In effetti, quando le cose andavano bene in casa Soubirous, nessuno ha mai fatto simili osservazioni”».

Conclude Laurentin: «Che i Soubirous non siano stati degli alcolisti è confermato da una prova per me decisiva: per anni dopo le apparizioni respinsero tenacemente ogni offerta in denaro fatta dai visitatori, come affermano unanimi, senza eccezioni, tutte le testimonianze. Ubriaconi indigenti che siano capaci di rifiutare dei soldi con tanta decisione e tanto a lungo? Voilà qui n’existe pas, ecco una cosa mai vista».

E Bernadette? Possibile che lei pure “toccasse già, qualche volta, il bicchiere?”. Sì, è possibile, ma non ha nulla di scandaloso. Quando, prima di iniziare il noviziato, fu ospite per anni delle Suore di Nevers, queste le permettevano di tenere una bottiglietta di bianco nel suo armadietto.

La regola di quelle religiose era molto severa, proibiva praticamente ogni cosa che andasse al di là della sopravvivenza ascetica. Ma il vino era  prescritto a Bernadette dalla medicina del tempo che seguiva la convinzione popolare cui già alludevamo e che vedeva in quel liquido un fortificante della resistenza corporale. Sappiamo bene come, già da allora, fosse precaria la salute della piccola, dunque un poco di vino – dicevano concordi religiose, dottori, popolo – era un ricostituente efficace. Da qui la bottiglietta nell’armadio. È lo stesso motivo per il quale, quando giunse al convento per divenire suora, nel suo sacco di tela grezza Bernadette aveva una scatola di tabacco da fiuto: un rimedio del tempo, anche questo, usato per cercare di alleggerire con gli starnuti le crisi di asma.

Ma, per continuare con la situazione familiare: si sa che, meno di un anno prima delle apparizioni, François Soubirous era stato otto giorni in galera. L’accusa era quella di avere rubato nottetempo due sacchi di farina al mugnaio presso il quale aveva lavorato come manovale saltuario, dopo avere perso il suo, di mulino. Fu incarcerato in base a una sola “prova” riassunta così dal suo vecchio padrone: «Nel tempo in cui è stato da me non ho avuto alcun motivo di lamentarmi della sua fedeltà. Ma è la sua condizione di miseria che mi ha fatto credere che abbia potuto essere l’autore del furto». Ladro, dunque, perché era un pezzente morto di fame, lui e la sua famiglia. Tra l’altro, se davvero fosse stato così, François sarebbe stato in regola con l’etica cattolica che ha sempre insegnato che la difesa della vita prevale sulla difesa della proprietà e, dunque, chi ruba per sopravvivere non è un ladro e non è colpevole, né davanti agli uomini né davanti a Dio. Ma il fatto è che François, pur ridotto agli estremi (non dimentichiamo che quattro dei nove figli che ebbe da Louise morirono di stenti), non aveva preso quei sacchi di una farina che pure gli sarebbe stata indispensabile per tirare avanti almeno un poco. In effetti Jacomet, lo zelante commissario davanti al quale l’anno dopo comparirà anche Bernadette, procedette al confronto tra i vecchi scarponi dell’accusato e le orme lasciate dal ladro sulla farina che copriva i pavimenti, come in ogni mulino. Ne risultò che le impronte corrispondevano, più o meno, alle miserabili calzature di François ma che queste avevano sulla suola una doppia fila di chiodi, contro una sola fila delle scarpe dell’ignoto. Il giudice assolse così l’imputato, ma non volle impiegare la formula piena, bensì optò per l’insufficienza di prove. E questo per dare un avvertimento, visto che, durante la perquisizione al cachot alla ricerca dei sacchi di farina, Jacomet aveva scoperto un “corpo di reato”: nientemeno che un vecchio asse di legno che, scoprì il commissario, da tempo era abbandonato contro un muro in una viuzza solitaria. “Refurtiva”, dunque, che fu sequestrata e, poiché nessuno sapeva che farsene di quella tavola tarlata, fu abbandonata nel cortile del municipio, senza che nessuno la reclamasse. Alla fine, forse per un altro di quei “segni” enigmatici che punteggiano questa storia, proprio quel “corpo di reato” confiscato al padre di Bernadette servì per fare la targa su cui scrivere “Divieto d’accesso” quando la grotta di Massabielle fu chiusa.

Tirando un po’ di somme: i Soubirous non erano alcolizzati e la loro miseria spiegava il pretesto che, soprattutto la madre, dava alle maldicenze su di lei e sull’intera famiglia. Tra l’altro, anche quelli che la presentano come una sorta di ubriacona ne riconoscono al contempo la laboriosità, la tenacia, l’onestà, la buona volontà. Coloro che dettero un po’ di lavoro alla moglie come al marito non ebbero mai nulla di che lagnarsi. Tra i coniugi, poi, e tra i figli l’atmosfera era di religiosità (rosario ogni sera, preghiere prima e dopo il sonno, messa alla domenica), di affetto, di solidarietà, di dignità: anche prima delle apparizioni non accettarono mai elemosine, il bambino più piccolo preferì mangiare in chiesa la cera delle candele piuttosto che tendere la mano. Il matrimonio tra François e Louise fu d’amore, non di convenienza. Ciò che li rovinò economicamente, oltre alla crisi generale e alla perdita di un occhio di lui, mentre scalpellava una macina, furono la generosità e la cordialità. Nel loro mulino i poveri erano serviti gratuitamente, ad altri si faceva credito senza pretendere poi il pagamento, a tutti si offrivano ricche e allegre colazioni e merende. Un’imprudenza, certo. Ma che, tutto sommato, conferma l’umanità e la cordialità dei buoni Soubirous.

IL TIMONE – Maggio 2010 (pag. 64-66)