IL TIMONE – Giugno 2010

Da Papa Luciani alla Toyota

Ritorno, in questa puntata, alle mie cartelle di appunti.

Aprendone una a caso, trovo una nota presa durante la lettura di un piccolo ma aureo libretto di Joseph Ratzinger: Maria, Chiesa nascente. E mi rendo conto, così, che non soltanto Giovanni Paolo II e il futuro Benedetto XVI sono entrati nel mio mirino da giornalista, con interviste diventate libri. Avevo del tutto dimenticato di avere una sorta di precedente con il Patriarca di Venezia che, da lì a poco, sarebbe divenuto, per soli 34 giorni, Giovanni Paolo I.

In effetti, era il 1976, ero allora redattore del settimanale culturale de La Stampa, Tuttolibri. Tra l’altro, toccava a me passare in tipografia, aggiungendovi qualche riga di commento, la classifica dei più venduti – la prima lista presentata come “scientifica”, in quanto basata sul fatturato dei registratori di cassa delle librerie – che ci giungeva dalla agenzia Demoskopea di Milano, specializzata in sondaggi. Naturalmente, non essendo rilevati i punti di vendita cattolici, in quelle classifiche non comparivano mai i best seller, spesso superiori per diffusione a quelli “laici”, che raggiungevano i lettori attraverso la rete religiosa.

Ma sorte non migliore subivano quei libri quando giungevano nella nostra redazione: mi era concesso, per una sorta di benevolo favore, di recensire soltanto due o tre titoli al mese stampati da editori cattolici. Un giorno, tra i volumi di quel genere che la segretaria addetta allo smistamento della posta accumulava sul mio tavolo (mi consideravano una sorta di maniaco per questo interesse alle cose religiose) trovai un libricino che aveva come autore Albino Lucani ed era edito dal Messaggero di Padova, la Casa dei Francescani di Sant’Antonio. Sapevo che Luciani era Patriarca di Venezia ma, poco interessato, allora come sempre, alla nomenklatura ecclesiale, non lo avevo mai incontrato e nulla avevo letto di lui. Il titolo della novità editoriale era Illustrissimi e, sfogliandolo, capii che era una raccolta di lettere aperte a chi, nella società e nella Chiesa stessa, avesse autorità e prestigio.

Letta qualche frase a caso, rimasi colpito favorevolmente: vi era su tutto il volume, naturalmente, un sentore un po’ clericale, tra facezie, trovatine, arguzie da vecchio oratorio, ma lo stile, nel suo candore, era attraente e i contenuti solidi, pur sempre dietro un sorriso benevolo.

Insomma, avevo trovato la mia lettura per quella sera. In effetti, prima di andare a letto, avevo terminato tutte le pagine.

L’indomani telefonai a Venezia, riuscii a mettermi in comunicazione col Patriarca e gli chiesi un’intervista per parlare del suo saggetto su Tuttolibri. Ero soltanto, allora, il redattore di un quotidiano non solo laico ma, da certi timorati cattolici, considerato addirittura laicista.

Era dunque logico pensare che, lavorando a La Stampa di Torino, per giunta nel servizio culturale, non avessi di certo una prospettiva cattolica. Dunque, sentii nel cardinal Luciani una certa diffidenza, pur tra modi gentili, anzi cordiali. Comunque, finì per aderire alla mia richiesta di un colloquio. La sua agenda era troppo impegnata per permettere un’intervista a tu per tu, a Venezia stessa, dunque ci demmo un appuntamento telefonico. La fiducia che mi aveva concessa non fu delusa. L’intervista gli piacque, tanto più che si trattò dell’unica apparsa sulla stampa non cattolica e nel mio archivio giace ancora – pur se introvabile tra tante carte – la bella letterina di ringraziamento che volle inviarmi. Meno di due anni dopo giunse per lui, innanzitutto con sua sorpresa, il pontificato.

Un piccolo episodio che avevo dimenticato, ma che mi è venuto in mente, lo dicevo, ritrovando la fotocopia tratta dal libro mariano dell’ancora cardinal Ratzinger. Riporto qui quella citazione da Illustrissimi: se è piaciuta a un teologo come il nostro attuale papa, vale certamente la pena di essere ricordata e, magari, potrà aiutare qualcuno a comprendere qualcosa su un problema importante.

Ecco, dunque, la prosa di Albino Luciani: «Volete sentirne una? L’altro giorno, una fanciulla di quinta elementare mi ha posto in imbarazzo, affermando: “È giusto che Gesù abbia istituito sette sacramenti e poi solo sei di essi siano stati messi a disposizione di noi donne?”. Si riferiva, evidentemente, all’Ordine Sacro, al quale da sempre vengono ammessi solo i maschi. Cosa potevo rispondere? Dopo essermi guardato attorno, ho detto: “In questa classe vedo ragazzi e ragazze. Voi ragazzi, potete dire: uno tra tutti i maschi del mondo è padre di Gesù? Risposta: “No, perché san Giuseppe era solo padre putativo”. Allora ripresi: “Voi ragazze, potete dire: una di noi donne è madre di Gesù?”. Risposta: “Sì!”. Io, allora: “Avete detto bene, ma riflettete. Se nessuna donna è papessa o vescovessa o sacerdotessa, ciò è mille volte compensato dalla maternità divina che onora straordinariamente sia la donna sia la maternità”». Val la pena di riportare anche il commento di Joseph Ratzinger, che segue subito dopo: «La perfezione della creatura in quanto creatura si realizza nella donna e non nell’uomo». Non è poco…

 

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Lo squallore dei “santi” del calendario laico. Ecco qua un appunto su “san” Pablo Picasso, veneratissimo ancor oggi da tutte le sinistre, il “Premio Lenin per la Pace”, quella pace per la quale ha disegnato la celeberrima colomba usata per decenni dalla propaganda gauchiste, non esclusa quella di ambienti cattolici. Ecco l’eroico, commovente autore di Guernica, questo grido immortale di protesta dell’umanità civile, quella progressista, contro la violenza fascista.

Ho avuto conferma del culto che circonda l’artista di Malaga quando in Le cose della vita (ristampato in questi mesi, con 15 capitoli inediti, dalle edizioni Sugarco) proprio sul quadro Guernica svelai a molti lettori ignari l’amara verità. È incredibile l’indignazione, direi talvolta la disperazione, con cui molti mi aggredirono, colpevole com’ero di blasfemia, di diffamazione di un idolo veneratissimo.

Oddìo, al di là degli insulti non poterono andare, quei devoti feriti nei loro sentimenti, visto che le cose che avevo scritto trovavano conferma nella documentazione. In effetti, in quelle mie righe parlavo della grande tela che Picasso si era messo febbrilmente a dipingere sotto la spinta emotiva datagli dalla morte nell’arena del famoso torero Joselito, di cui era ammiratore. Mentre vi lavorava notte e giorno, gli era giunta la richiesta di un quadro per il padiglione spagnolo alla Esposizione Universale di Parigi in programma per il 1938. Era in corso, allora, la terribile guerra civile, ma il governo “rosso” voleva essere comunque presente per ragioni di propaganda e chiedeva, appunto, un’opera propagandistica a Picasso.Il quale annusò subito l’affare: in cambio di 300.000 pesetas-oro, pagate direttamente dall’Urss di Stalin, modificò in qualche modo la tela, lasciando però il toro che aveva ucciso Joselito e il cavallo, ammazzato anch’egli, del picador. Sotto, vi scrisse Guernica e disse che era una denuncia del crimine compiuto da tedeschi nazisti e da italiani fascisti, bombardando la città sacra all’autonomia basca. In realtà, a Guernica era successo ben altro da quanto los rojos vollero far credere, con una mistificazione che dura tuttora. Ma questa è un’altra storia, per conoscere la quale rimando coloro che non la conoscessero a quel mio libro che ho citato.

Qui, stavolta, volevo aggiungere un tocco che completa – è il caso di dirlo – il quadro. Trovo le notizie nella biografia di Roland Penrose, un picassiano convinto, oltre che comunista militante, ai tempi in cui il comunismo esisteva ancora. Non a caso la traduzione italiana è stata edita da noi da Einaudi, con prefazione di Giulio Carlo Argan, lo storico fascista dell’arte divenuto marxista, e come tale sindaco di Roma, nel dopoguerra.

Scopro così che Ricasso fu sorpreso dalla guerra, nel 1939, in Francia, rifugiandosi in provincia, lontano dalla capitale, l’anno dopo, quando i tedeschi sfondarono il fronte e dilagarono per tutto il Paese. La leggenda aurea vorrebbe che l’autore di Guernica, il fiero avversario di ogni fascismo, si nascondesse e cercasse di fuggire mentre le bandiere con la svastica sventolavano sugli Champs Élysées. In effetti, dagli Stati Uniti, dal Messico, dall’Inghilterra gli pervennero messaggi per offrirgli ospitalità. Inviti cortesemente rifiutati.

Invece di scappare, il pittore rientrò a Parigi, riaprì il suo vasto studio e cominciò a ricevere gli ufficiali e i funzionari del Reich che organizzavano e sorvegliavano l’occupazione.

Malgrado l’ostilità di Hitler contro “l’arte degenerata”, di cui il maestro spagnolo era considerato il caposcuola, tra i tedeschi ricchi e colti Picasso era molto ammirato. Così, cominciò a vendere le sue opere a caro prezzo (non a caso divenne uno dei pittori più ricchi della storia) ai gerarchi nazisti. E ciò fece tranquillamente fino alla Liberazione, nel 1944, quando – malgrado i suoi commerci lucrosi con l’occupante e malgrado non avesse avuto alcun contatto con la resistenza – fu trionfalmente riadattato dai comunisti non solo francesi ma del mondo intero. Insomma, una storia che ricorda, nella stessa città e negli stessi anni, quella di Jean Paul Sartre che nel dopoguerra affiancherà Picasso nella venerazione delle gauches. Anche Sartre, in effetti, rientrato dalla Germania dopo una breve prigionia, non solo lavorava ma raccoglieva applausi dei parigini e dei tedeschi, rappresentando nei teatri le sue commedie “filosofiche”, scrivendo sui giornali, dando interviste. Il tutto con un taglio talmente “impegnato a sinistra” che la stessa Gestapo non ebbe mai a lamentarsi di lui e il governo di Pétain si compiaceva.

Vabbé, come ricorda l’adagio, chi si accontenta gode, ciascuno sceglie i santi che vuole. Noi, ci teniamo i nostri.

 

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A proposito di coerenze. Leggo di un saggista americano che si è fatto un nome con le sue battaglie ambientaliste.

È divenuto un famoso paladino dell’ecologia “corretta”, tanto da essere invitato per conferenze in molte città degli States. Una sera, però, decise di saggiare la consistenza del pubblico che lo acclamava e, davanti a una grande platea di giovani, al termine di un congresso internazionale sul mitico (e introvabile) global warming, il riscaldamento globale, finì il discorso con un vibrante appello all’impegno diretto. Ciascuno di quei giovani, gridò, doveva dare personalmente l’esempio per salvare il pianeta dalla catastrofe ambientale. Pubblico subito balzato in piedi, grida di: «Bene! bravo! proprio così! combatteremo!». A questo punto l’oratore vibrò il colpo segreto che aveva meditato: «Mi rallegro del vostro entusiasmo! Ma allora, cominciate sin da ora a dare al mondo l’esempio che avete promesso, ci sono qui le televisioni, tutti vi ammireranno. Dunque, restate in piedi, estraete dal portafoglio la patente per la guida di quell’automobile che è la nemica peggiore per l’ambiente. Prendete la patente, dunque, e stracciatela qui, davanti agli occhi del mondo».

Quel che ne seguì fu un silenzio tombale.

Dopo un po’, tutti cominciarono ad andarsene in silenzio. Per raggiungere, facendo finta di nulla, il parcheggio dove li attendeva l’amata macchina.

 

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Il concetto mi era, ovviamente, ben chiaro ma non avevo mai pensato all’immagine. La prospettiva cristiana cioè, come unione di tre colline: l’Acropoli di Atene, il Campidoglio di Roma, il Golgota di Gerusalemme.

Un’immagine che piacerebbe molto, tra l’altro, a Benedetto XVI, che non si stanca di predicare l’unione provvidenziale della filosofia greca, del diritto romano, della rivelazione ebraica.

 

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Incredibile la facciatosta dei moralisti da redazione, dei “predicatori” da mass media. Penso, per stare a quelli che conosco meglio, ai giornalisti che scrivono articolesse indignate contro il nepotismo dei potenti e tutti, quasi senza eccezione, fanno di tutto per sistemare i cari figlioletti nelle redazioni.

Bravi o no che siano: ma, a padre giornalista, figlio, e poi nipoti, giornalisti. Una sorta di diritto feudale che chiude le redazioni anche ai migliori che non abbiano un paparino o una mammina nel milieu.

Un collega mi segnala, sorridendo un po’ amaro, un caso recente particolarmente grottesco di facciatosta da giornalista moralista. Guido Quaranta, una firma piuttosto nota, se l’è presa con Savino Pezzotta, già segretario generale della Cisl perché, invece di andare in pensione, si è nuovamente impegnato in politica.

Largo ai giovani, insomma! Basta con le solite cariatidi! Una boccata di aria fresca, ecco quel che ci vuole per l’Italia! Questa, in sostanza, l’indignazione del giornalista, ovviamente su l’Espresso. Articolo edificante, civilmente impegnato. Peccato, però, che andando a vedere, si scopre che Pezzotta di anni ne ha 67.

E Quaranta, il virtuoso fustigatore, ne ha compiuti 82 e non passa giorno che non occupi spazio in qualche giornale. Magari, per invocare il “largo ai giovani!”.

 

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Credo che il Creatore parli ogni giorno, attraverso indizi e segni che siamo chiamati a interpretare, nascosti come sono dietro notizie in apparenza ben lontane da una prospettiva di fede. Mi pare di scorgere uno di questi “segni” nel fatto che la Toyota – ormai il più grande produttore automobilistico del mondo – si è vista obbligata a richiamare nelle sue filiali ben otto milioni di esemplari della sua vettura di maggior successo.

Un difetto di fabbricazione, e non da poco: la molla dell’acceleratore talvolta si bloccava sul massimo, con conseguenze anche mortali. Un contrattempo grave ma normale, verrebbe da dire, nella logica industriale di massa. Ma normale per la Toyota non lo è. I suoi metodi di produzione si studiano nelle scuole di economia del mondo intero, basati come sono sulla “filosofia della perfezione”. Nella casa giapponese un errore non è ammissibile e, si assicurava, non è nemmeno possibile. Invece, ecco che è avvenuto. E di dimensioni mai viste.

Tanto che i dirigenti sono apparsi in conferenza stampa e in piedi, davanti alle telecamere, hanno chinato profondamente il capo in segno di scusa.

Per anni erano stati ammirati come i semidei dei “difetti zero” ed eccoli invece ad ammettere il disastro.

I pagani parlavano di ybris, di superbia e presunzione umane che gli dèi punivano. Un cristiano può parlare di doverosa umiltà e di consapevolezza che solo al Creatore appartiene la perfezione. Le creature possono, debbono, fare il meglio: ma sempre consapevoli che, prima o poi, una molla può nascere difettosa.