IL TIMONE – Gennaio 2012

Maria tra cronaca e storia

È stato ricordato il mese scorso il ventennale della fine ufficiale dell’Unione Sovietica, con l’accordo firmato tra Russia, Bielorussia e Ucraina in una dacia isolata in mezzo a una foresta innevata. Era il 1991 ed era un 8 dicembre. Nel 1917, la Signora di Fatima aveva annunciato che il comunismo avrebbe diffuso nel mondo i suoi errori ma che “alla fine il suo cuore immacolato trionferà”. Nessuno, ovviamente, si rese conto che quella non era una data come un’altra, tra i politici riuniti per decretare lo scioglimento dell’enorme impero che aveva intimorito il mondo, con la sua poderosa organizzazione militare che si accompagnava, peraltro, alla miseria di quel popolo nel cui nome diceva di governare. Non pensarono di certo né a Fatima né all’Immacolata Concezione neppure i governi occidentali: tutto, anche quella volta, avvenne nello stile del Dio cristiano, il Dio che si rivela nella penombra ma che ogni tanto lancia sciabolate di luce nella nebbia della storia. La fine dell’Urss, tra l’altro, avvenne alla vigilia del settantesimo compleanno dalla sua fondazione. E anche questo ha echi enigmatici. Salmo 90: «Settanta sono gli anni dell’uomo…». Dell’uomo e, forse, anche di ciò che egli pretende di costruire astraendo da Dio; anzi, combattendolo, come nel caso del sedicente “Paradiso dei Lavoratori” fondato da Lenin e rafforzato da Stalin. Sta di fatto che tutti abbiamo negli occhi l’immagine – riproposta tante volte dalle televisioni di tutto il mondo – della bandiera rossa con la falce e martello che scende per sempre dalla cupola più alta del Cremlino, mentre al suo posto risale la bandiera imperiale, quella degli Zar che il comunismo aveva fisicamente eliminato. È forse il caso di ricordare che quel cambio di vessilli avveniva un 25 di dicembre?

 

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Anche François Mauriac, il grande scrittore cattolico francese, premio Nobel per la letteratura nel 1952, scrisse un libro su Lourdes. E lo scrisse alla sua maniera, cioè in forma di romanzo: la cronaca del pellegrinaggio di un gruppo di borghesi intellettuali, guidati da un loro pari ma cattolico, a differenza degli altri, laici increduli o protestanti. Proprio a un protestante è fatto dire, davanti alle folle che si accalcano sotto i Pirenei: «Gesù ha detto che il Regno di Dio è dentro di noi. Ha detto alla Samaritana che i veri adoratori del Padre non adorano né a Gerusalemme né altrove, né a Lisieux né a Lourdes. I suoi veri discepoli adorano in spirito e verità, non hanno bisogno di santuari e di luoghi cosiddetti sacri».

Ebbene, vale la pena di riportare la risposta di Augustin, il credente, il nome dietro il quale Mauriac cela se stesso. Una citazione un po’ lunga ma, mi sembra, da riportare per intero perché preziosa in tempi in cui anche nella nostra Chiesa ci sono “cattolici adulti” che, dopo 500 anni, scoprono con sconcertante fervore le tesi della Riforma. Ecco, dunque: «La parola del Cristo sugli adoratori in spirito e verità fu rivolta a una donna, accanto a un pozzo. Pensi forse che, dopo la partenza del Salvatore, quella donna e i Samaritani che avevano creduto con lei non siano spesso ritornati in quel luogo? Allorché tutto fu consumato e il mistero di Gesù fu rivelato, si può forse dubitare che quella peccatrice pentita sia andata là ad inginocchiarsi e a pregare? Pregava “in spirito e verità” ma le sue ginocchia toccavano quella terra che i piedi del Cristo avevano calpestata; la sua fronte si appoggiava sul luogo dove si era riposato. Nel 1858, una ragazzina ha detto di avere visto qui la Madre di Gesù; ha scavato con le mani la terra della grotta e una sorgente nascosta ha cominciato a sgorgare. Degli infermi sono stati guariti. Credi forse che altri, tanti altri, non sarebbero venuti qui? Così, a Lourdes la grazia dà appuntamento ai corpi sofferenti, alle anime ferite dal peccato. È già molto venire qui, è un primo movimento di fede: “Tutto è possibile se credi… Io credo, Signore, ma soccorrimi nella mia incredulità” ». Continua l’Augustin-Mauriac: «Il pellegrinaggio mette in movimento la povera macchina umana, è una partenza, una messa in marcia. La rete che il Cristo getta nel mare dell’umanità risale carica di persone concrete, non solo degli spiriti, ma delle creature al contempo spirito e vita. Il Cristo non ci divide, non ci mutila: è tutto intero che ogni credente in Lui è gettato nel fiume della Grazia. La materia non è rigettata, il sensibile non è disprezzato. Il Cristo vuole che un po’ di fango della terra tocchi gli occhi del cieco che vuol guarire. È sulla materia, è su un pezzo di pane, è su una coppa di vino che Egli pronuncia le parole: “Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue…”».

Insomma – ci ricorda lo scrittore – anche il pellegrinaggio fa parte della “materialità” del cristianesimo: questo non è uno spiritualismo, compreso solo da pochi eletti in grado di elevarsi al di sopra del mondo, è un fatto di carne e di sangue nel quale c’è posto per tutto quanto è umano. Non lo si ripeterà mai abbastanza, minacciati come siamo dalla riduzione della fede a un’ideologia astratta: il Verbo non si è fatto carta, la carta dei libri degli “intelligenti”. No, «il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi». Noi, dunque, noi che per esprimere, vivere, testimoniare la fede in quel Verbo incarnato abbiamo bisogno anche di indossare le scarpe, il mantello, il cappello del pellegrino e metterci nella polvere e nel fango delle strade, camminando verso un luogo dove l’incontro col Sacro sia privilegiato.

 

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In Ipotesi su Maria, il libro che ho pubblicato tempo fa presso le edizioni Ares, ho dedicato un lungo capitolo alla secolare “lotta per l’Immacolata Concezione”. Come si sa, infatti, è occorso un interminabile travaglio per arrivare al 1854, quando quel Pio IX (che più conosco non solo più amo come uomo ma anche più stimo come pontefice), quel Pio IX, dunque, consultò per lettera l’intero episcopato mondiale, ruppe il nodo delle dispute e procedette a proclamare il dogma. Il quale – come riconosce lo stesso padre Giacomo Martina, il gesuita biografo di papa Mastai e spesso critico verso quel pontificato – fu accolto con entusiasmo dal popolo cattolico, rafforzò il ruolo ecclesiale del Papato, promosse potentemente la devozione non solo mariana e aprì anche nuove prospettive alla teologia. Spazzando via, tra l’altro, gli ultimi resti di gallicanesimo e di giansenismo che non erano stati estranei allo scoppio della rivoluzione francese e avevano gettato i primi germi di secolarizzazione.

Uno degli ostacoli al dogma (che, unico nella storia della Chiesa, ebbe a Lourdes una sorta di imprimatur celeste) fu, come noto, il fatto che grandi teologi che furono anche grandi santi – tra gli altri, Tommaso d’Aquino e Bernardo di Clairveaux – non vedevano come la concezione immacolata potesse conciliarsi con la fede nella necessità universale delle redenzione operata dal Cristo. Interi ordini religiosi, a cominciare da quello domenicano e da quello cistercense, erano contrari al dogma proprio per rispetto, sostenevano, di quella Vergine che sinceramente amavano e onoravano. Ricordiamo quale ruolo abbiano avuto i figli di san Domenico nella diffusione popolare del rosario e ricordiamo pure che ogni abbazia della congregazione cistercense è dedicata a Maria. Sembrava, dunque, che una parte autorevole della Tradizione fosse contraria a questo “privilegio” mariano: da qui il ritardo di secoli nella definizione del dogma.

Ebbene, approfondendo in questo periodo l’altro dogma, quello proclamato 96 anni dopo da Pio XII, quello dell’Assunzione di Maria al Cielo in corpo ed anima, mi colpisce un fatto: a differenza della Immacolata Concezione, questa convinzione nel destino eterno della Vergine non è mai stata messa in dubbio, in nessun secolo, da nessun Padre o Dottore della Chiesa. San Tommaso, addirittura, non si occupa in modo professo della Assunzione perché la dà come verità ovvia, scontata. Del resto, anche la liturgia – norma della fede – è esplicita: la solennità mariana del 15 agosto è tra le più antiche, sia in Oriente che in Occidente.

Ma allora, ascoltiamo il padre Gabriele Roschini, che fu tra i maggiori mariologi del secolo scorso e tra i maggiori sostenitori della opportunità della proclamazione del dogma: «Nella Bolla dogmatica di papa Pacelli si parla del nesso strettissimo tra l’Immacolata Concezione e l’Assunzione. La Vergine Santissima infatti (a differenza di tutti gli altri esseri umani, i quali vengono liberati non già preservati come Lei dal peccato originale) fu associata al Figlio nel pieno trionfo sia sul peccato che sulla morte. Il trionfo della Madonna sulla morte e la sua assunzione immediata al Cielo viene indicato dalla Bolla papale come conseguenza del suo trionfo sul peccato. Ella non fu soggetta, come ogni altro, alla legge della corruzione nel sepolcro e perciò non dovette attendere, come ogni altro, sino alla fine dei secoli la resurrezione del corpo. È riconosciuto alla Vergine un diritto alla vittoria sulla morte in virtù della vittoria contro il peccato. L’immacolato concepimento esclude la macchia della colpa originale ed esclude quindi le conseguenze di quella colpa. Cristo ha vinto la morte perché ha vinto il peccato ma da questo la Madre era stata preservata in previsione dei meriti della Passione».

Insomma, come al solito nel cattolicesimo, tout se tient, tutto è legato in un insieme coerente: il dogma dell’Assunzione è una conseguenza logica, inevitabile, di quello della Immacolata Concezione. Ma allora, poiché la Tradizione nulla aveva a che dire sulla credenza a proposito della fine della vita terrena di Maria, perché tanta difficoltà, in tanti teologi anche santi, ad accettare la credenza sull’inizio di quella vita? Inizio e fine non erano forse logicamente legati? È una domanda che faccio non certo da teologo, che non sono, ma basandomi sul quel semplice buon senso che è necessario anche per riflettere sulla fede.

 

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Nello spazio sconfinato e in continua espansione di Internet – anche in questo metafora dell’Universo – c’è di tutto. Preghiere e pornografia, cultura e ignoranza, informazione e disinformazione, sapienza e idiozia. Non appartiene certo alla sezione degli “idioti” un sito che ignoravo, segnalatomi di recente e che intende costruire quella che chiama una “controapologetica”: partendo soprattutto dai miei tre libri sulla storicità dei vangeli (Ipotesi su Gesù, Patì sotto Ponzio Pilato?, Dicono che è risorto) si propone di dimostrare il contrario. E, cioè, l’inattendibilità del Nuovo Testamento.

Non conosco l’autore ma, dalla buona conoscenza che dimostra del tema, penso sia uno dei tanti preti che l’uragano del postconcilio ha strappato non solo al sacerdozio ma anche alla fede. Dietro i suoi fitti capitoli ricchi di citazioni di autori noti solo agli “addetti al lavoro” non sembra di vedere il dilettante alla Odifreddi: ex seminarista, è vero, ma con diploma da geometra e laurea in matematica, dunque senza alcuna preparazione teologica o biblica e neppure filosofica. Non un personaggio pittoresco come Odifreddi, dunque, ma forse l’antico studente di Sacra Scrittura. È dunque con attenzione che ho letto, spesso riflettendo, questi studi i quali, tra l’altro, contrastano duramente quanto ho scritto ma più con i dati concreti che con gli insulti o almeno i sarcasmi. Del resto, come i lettori ben sanno, sono tra coloro che – constatando come il Dio cristiano abbia voluto lasciare alle sue creature la libertà di accettarlo o di rifiutarlo e dunque appare e al contempo si cela – sono tra coloro, dunque, che giudicano fisiologico il rifiuto, la non credenza. E mai dimenticano che la fede è un dono di cui essere grati e la sua mancanza non è una colpa da imputare agli altri, lasciando in ogni caso il giudizio a Colui «che scruta cuori e reni ». Spiace, però, che spesso il nostro autore accusi me (e con me tutti gli altri apologeti cattolici) di avere cercato di nascondere certi problemi esegetici con imbarazzo e disagio perché, non avendo risposte, avrebbero messo in difficoltà noi e con noi i credenti. Eppure, sa – e lo dice – che in quei tre libri su Gesù non mi sono posto problemi di completezza ma ho inteso solo praticare dei “carotaggi”, dei “colpi di sonda” nello spessore dei testi scritturali. Sono ben consapevole, infatti, dell’inesauribilità dei vangeli e consapevole al contempo dei miei limiti, da “bracconiere nella riserva di caccia degli specialisti”, come talvolta mi è venuto di definirmi. È proprio per rispondere all’accusa di volontaria e astuta rimozione che, in queste pagine mariane, parlo qui di questa “contro apologetica” su Internet.

Veniamo al dunque: secondo il Nostro, sarebbero ingenui o in malafede o vittime di schematismi apologetici, coloro i quali prendessero ancora sul serio il racconto di Giovanni secondo il quale, sotto la croce di Gesù, vi erano la Madre e “il discepolo che Gesù amava”. Che era poi Giovanni stesso, stando alla grande maggioranza degli esegeti. L’intento di questo studioso è mostrare che i due non erano lì, non potevano esserci e, dunque, sarebbero una pia fraus dell’autore del quarto vangelo le parole famose: «Donna, ecco tuo figlio, [Figlio] ecco tua madre». Si sa bene come la riflessione cattolica abbia dato grande importanza a questa ultima volontà del Cristo in croce, vedendo nel discepolo prediletto il simbolo dell’umanità intera affidata a Maria. Ma se queste parole sono una invenzione, è chiaro che le conseguenze non solo per la teologia ma per la vita stessa di fede del credente cattolico (ma pure ortodosso) sono gravi.

In realtà, checché sospetti il “contro apologeta”, non c’è alcun motivo inconfessabile se, tra i colpi di sonda che ho praticato nel terreno evangelico, non c’è questo episodio che solo Giovanni riporta. Se non l’ho affrontato non è perché ne vedessi le presunte, imbarazzanti difficoltà: al contrario, è proprio perché non le ho scorte. Del resto, sono in buona compagnia visto che Ernest Renan, che di tutto dubitava quando si trattava di Sacra Scrittura, diffida ma sembra qui, tutto sommato, possibilista. E un altro classico “laico”, Charles Guignebert, se la sbriga in poche righe, tirando fuori la solita storia dell’aggiunta redazionale che non ammette replica, pur essendo usata senza dare spiegazioni ulteriori. Tra i cattolici, i vecchi ma sempre classici don Ricciotti e padre Lagrange non aprono discussioni e non per timore (nessuna difficoltà dei testi è trascurata da questi paladini “senza macchia e senza paura”) ma perché mancavano gli interlocutori, visto che anche gli studiosi non credenti non si diffondevano in proposito. Per venire agli esegeti contemporanei, anche il Blinzler, specialista tra i maggiori del processo e morte del Cristo, non discute ciò che gli sembra del tutto possibile e plausibile, come le presenza al Calvario di Maria e Giovanni. Per stare al mondo protestante: uno dei più autorevoli biblisti del Novecento, l’anglicano Charles Harold Dodd, per una vita docente di Nuovo Testamento ad Oxford, nel suo libro sulla “tradizione storica del quarto vangelo”, si sbriga in poche parole. Questa “aggiunta” di Giovanni – sentenzia – deve essere autentica, visto che «non offre lo spunto a riflessioni teologiche e non sono convincenti i vari tentativi di scorgervi dei significati spirituali profondi». In nota, spiega che tutto ciò che cattolici e ortodossi hanno creduto di trovare in queste parole dalla croce (Maria come madre di tutti credenti o come simbolo dell’antico Israele chiamata a diventare Madre della Chiesa cristiana), ebbene, tutto ciò altro non sarebbe che «interpretazione divagante che non ha un nesso dimostrabile col pensiero giovanneo». Dunque, ne conclude, può essere vera, come fatto di cronaca.

Ma poiché il nostro sconosciuto interlocutore lancia una sfida, accumulando motivi per rifiutare storicità a quelle poche ma pregnanti parole, raccogliamo volentieri la provocazione, opponendo le nostre ragioni. E ciò di cui ci occuperemo, a Dio piacendo, nella prossima puntata. Ne vale la pena: la posta in gioco è davvero alta per noi che guardiamo a Maria come alla Madre dataci da Gesù stesso.