IL TIMONE – Gennaio 2011

Da sempre (per quanto vale) ammonisco gli utopisti, i rivoluzionari, i credenti nel “sol dell’avvenir” e nelle “magnifiche sorti e progressive”, nonché i militanti, anche cattolici, che vanno dietro a slogan come “creiamo col nostro impegno un mondo diverso e nuovo”. Li ammonisco, ricordando loro che la storia dell’umanità sta sotto le conseguenze di quel peccato originale che il Cristo ha vinto con il suo trionfo sulla morte, ma che continua a produrre conseguenze nefaste.

Ricordo a quegli entusiasti che, proprio per questo, sempre ci ha accompagnati e sempre ci accompagnerà quella che un credente come Giambattista Vico chiamava “l’eterogenesi dei fini”. Ogni impegno umano, cioè, se riesce ad incidere sulla realtà, produce talvolta anche effetti positivi ma, assieme ad essi, sempre (ripeto, sempre) anche risultati che sono il contrario esatto di quanto si sperava di ottenere. Si pensi al destino delle ideologie post-cristiane: il buonismo alla Rousseau impugnato dalla Rivoluzione francese, l’edificante fraternità dei dottrinari parigini, ha prodotto gli orrori del Terrore e il regno della ghigliottina. La lotta per l’eguaglianza e la giustizia del marxismo ha prodotto le società più “diseguali” e più ingiuste della storia: quelle del “comunismo reale”. La guerra del fascismo e del nazionalismo per dare gloria e potenza alle loro nazioni, le ha distrutte e disonorate.

Lo scientismo che doveva dare (un exseminarista come Renan ne era sicuro) pace e unione ai popoli, li ha messi sotto la cappa delle armi di distruzione di massa e sotto rampe contrapposte di missili atomici. Ma non c’è conquista umana, in alcun campo che, accanto a vantaggi indubbi, non presenti svantaggi certi. Il treno, l’auto, l’aereo – per fare solo tre esempi – possono essere strumenti di vita e di morte.

Tutta questa premessa per venire – ma sì! – a una piccola, ma forse significativa, esperienza personale. Parlo di Internet, dunque di questo mondo talmente nuovo che (come ha notato qualche esperto di letteratura fantascientifica) non era stato previsto neppure dai più visionari annunciatori del mondo del futuro. Anche qui, come sempre, ciò che regna è l’ambiguità, sono il bene e il male mescolati: nella Grande Rete si trovano le parabole di Gesù e i canti mariani, ma anche parole e immagini che sembrano ispirati al diabolico. Se battete Jesus Christ vi appaiono milioni di riferimenti. Ma ancora di più, decisamente molto di più, se battete Sex. È a quella applicazione di Internet che è la posta elettronica cui voglio rifarmi. Una comodità prodigiosa, la possibilità di scrivere a chiunque, in tutto il mondo con una consegna immediata, mentre “prima” bisognava procurarsi carta, busta, francobollo, impostare e aspettare anche più giorni perché arrivasse a destinazione. Se arrivava.

Ebbene di quella vecchia posta, l’unica disponibile dal tempo dei Romani antichi a poco fa, sono stato uno dei migliori clienti. In effetti, sin dal primo libro scrivevo che avrei gradito il dialogo con i lettori e davo, a chi avesse voluto scrivermi, il mio indirizzo. Con questo invito, mi assumevo un impegno che, anche se talvolta con fatica, ho sempre rispettato: rispondere a chiunque mi scrivesse. E non con parole di cortesia formali o addirittura con pre-stampati ma con risposte a tono, ad personam. Bisognava impiegare tempo e fatica per un simile impegno, ma se mi è stato possibile tenere testa è perché (in tempi normali, non in periodi in cui l’uscita di un nuovo libro o qualche polemica giornalistica provocava un picco verso l’alto), perché, dunque, le lettere cui rispondere consegnatemi dal postino erano in media 5-6 al giorno. Diciamo, un 150 al mese. Ma ecco giungere Internet, ecco la e-posta con le sue mail: il loro numero – sullo schermo del mio PC – supera di gran lunga, in una sola settimana, il totale mensile di quando le lettere erano di carta. Diciamo che si può arrivare a un migliaio di mail al mese, buona parte delle quali esigerebbe (e meriterebbe) una risposta articolata. Come fare, essendo io solo a tu per tu col computer e non volendo delegare ad altri l’ipocrisia di rispondere per me, firmando a mio nome? Succede così che posso rispondere solo a una parte di coloro che – con fiducia, spesso con grande amicizia – mi interpellano. Questo è per me motivo di grande disagio, se di non di sofferenza. Ecco, dunque, la solita, spietata “eterogenesi dei fini”: l’obiettivo di facilitare e accrescere la comunicazione tra le persone porta anche a casi come il mio. Il dialogo che si intrecciava grazie a carta e francobollo è stato troncato, lo scambio con i lettori si è inceppato e, in molti casi, addirittura estinto, per impossibilità di fronteggiare le conseguenze del nuovo mezzo tecnologico.

Insomma, così va il mondo. E così sempre andrà, sino, s’intende, a quella fine della storia sulla cui data il Vangelo ci impone di non almanaccare.

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La ferocia dell’ideologia del “sanitariamente corretto”, una delle infinite varianti del “politicamente corretto”: come in ogni dottrina teorica, vadano al diavolo gli uomini, purché sia salvo il Sacro Principio. Ecco un esempio recente e significativo. Deserto del Cile, un incidente in miniera, 33 operai restano intrappolati. Riescono a comunicare con l’esterno, a far sapere che sono vivi, fuori si organizzano i soccorsi, negli Usa si trovano macchine per scavare un tunnel sino ai minatori e salvarli con una sorta di cesta mobile uno ad uno. Intanto, un altro stretto canale di comunicazione è restato aperto, ai prigionieri nelle viscere della terra si riesce a far giungere cibo liofilizzato e acqua.

Ma, dei 33, almeno una ventina fuma. Chiedono sigarette. Gli americani del Nord, che hanno portato le loro apparecchiature sofisticate e dirigono i lavori, si irrigidiscono: gli yankees, si sa, dopo avere insegnato a fumare a mezzo mondo (i loro soldati entravano nelle città conquistate lanciando pacchetti a tonnellate, fornite dalla propaganda governativa) sono divenuti i fanatici Gran Sacerdoti della lotta al nuovo Satana, al Male Assoluto, il tabacco. Fumare, voi minatori sepolti? Ma come vi permettete, peccatori! E poi, come la mettiamo con il “fumo passivo” che dovrebbero subire coloro che non hanno questo vizio maledetto? Da sotto fanno sapere che le gallerie della miniera si diramano per chilometri, ci sono sale e salette sotterranee dove i peccatori potrebbero accendere tutte le sigarette che vogliono senza disturbare i colleghi virtuosi, tabacco-free. Rifiuto radicale dei salutisti americani. I quali, come si sa, hanno i bracci della morte sempre sovraffollati, dove i condannati trascorrono anche decenni prima di salire sul patibolo. Ebbene, in quelle celle per moribondi vige un severo no smoking: devono morire, ma con i polmoni senza traccia di catrame. Anche i minatori cileni possono morire da un momento all’altro, a causa di un crollo, ma senza aver toccato ancora una volta quegli impuri bastoncini bianchi pieni di nicotina.

Non valgono gli appelli dei sudamericani che lavorano al salvataggio, più comprensivi e tolleranti. L’ideologia, si sa, è feroce. Solo dopo molti giorni gli yankees concedono, per generosità, di far scendere ai tabagisti in fondo al buco tubetti di gomma alla nicotina da masticare. E solo quando ormai il salvataggio è imminente, presi da euforia si lasciano andare alla concessione magnanima: qualche Marlboro agli impenitenti. Storia avvilente ma in fondo scontata, per chi conosce il fanatismo dei dottrinari odierni, quelli che poi accusano di disumanità la morale cattolica tradizionale.

 

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Un prete di campagna (pare ne esistano ancora…) mi manda, stampate in proprio, le sue memorie pastorali. Vi trovo quella che mi è sembrata un’autentica chicca. «Spesso» scrive quel vecchio parroco «qualcuno mi chiede, magari polemicamente, a che cosa servono le suore di clausura. Io, allora, racconto l’apologo di una famiglia numerosa, dove c’è un figlio discolo e la figlia più piccola, ancora bambina, dolcissima. Ogni volta che il padre, esasperato, minaccia il figlio di cacciarlo fuori di casa, la piccola gli si aggrappa alle gambe e, piangendo, lo implora di perdonarlo. E il padre, ancora una volta, lo fa. Ecco, in quella bambina ci sono le suore di clausura».

 

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Segno dei tempi? Ogni lettore dell’Antico Testamento sa quale sia la condanna e l’orrore dell’ebraismo per quelli che vengono chiamati “sodomiti”. L’inversione sessuale è tale affronto alla Legge e ai Profeti che la città che ospitasse omosessuali senza dare loro il giusto castigo (il rogo) merita di essere distrutta da Jahvé. L’ebraismo di Paolo riemerge in pieno quando condanna, nelle sue lettere, un tale abominio. E lo fa con disagio perché, parola sua, di una simile aberrazione non si dovrebbe neanche parlare.

Ebbene, le agenzie informano che Tel Aviv, la capitale economica del rinato Israele, è stata dichiarata dalle organizzazioni omosessuali «the best city, la città migliore, for the gay tourism », dopo Las Vegas e Rio de Janeiro. Dicono quelle stesse agenzie che il primato non è casuale, visto che da anni le autorità locali lavorano in collaborazione con le comunità omosessuali israeliane per rendere confortevole ai loro omologhi il soggiorno nella città.

Curiose contraddizioni, davvero: Israele è sempre più uno Stato razziale (i non ebrei non hanno la pienezza dei diritti, magari affermati in teoria ma negati in pratica) e teocratico. Larghi strati della popolazione, in effetti, vorrebbero il ritorno alla Torah biblica e al Talmud come base per regolare i rapporti civili e quelli penali. Come metterla, allora, con quegli antichi legislatori che per i “sodomiti” prevedevano una sola pena, la morte dolorosa e vergognosa sul rogo? Anche qui la political correctness che impone di accogliere sempre e comunque le “differenze di orientamento sessuale” è più forte della Scrittura?

 

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Winston Churchill a chi gli chiedeva, durante la guerra, di consultare gli specialisti e i docenti universitari per elaborare politiche e strategie: «Conosco tre modi per rovinarsi: prima il gioco d’azzardo; poi, le donne; infine, gli esperti». Citazione da dedicare, stando tra noi cattolici, anche a certi uomini di Chiesa che, per l’ennesimo documento o per i loro “piani pastorali”, sentono doveroso rivolgersi, giustappunto, agli “esperti”.

Tanto per ricordare alcuni exploit recenti degli “specialisti” e dei loro prestigiosi “Centri di ricerca”: nessuno, ma proprio nessuno, ebbe anche solo un sentore di un evento clamoroso che avrebbe cambiato la storia, come quello dell’11 settembre 2001, a New York. Nessuno, poi, previde il crack finanziario iniziato nel 2008. Inoltre: tutti parlarono, convinti, del duraturo successo delle nuove “tigri europee”, Spagna e Irlanda, cioè due tra gli Stati dichiarati poco dopo a rischio fallimento. Per stare all’Italia, la previsione unanime, sempre dei soliti esperti, dopo le elezioni di due anni e mezzo fa, fu che Berlusconi-Bossi- Fini erano uniti da una sorta di “patto d’acciaio” e per cinque anni il governo avrebbe lavorato compatto, senza una incrinatura. Non andrebbe dimenticato (è da tempo un classico delle sòle rifilateci dai profeti laici) il paragrafo del tradizionale “Discorso sullo stato dell’Unione” della fine del 1967, letto in televisione da Lyndon Johnson, allora presidente degli Stati Uniti. Questi, nella parte dedicata alla scuola americana, affermava che, come confermavano i conoscitori del settore, la scuola degli Usa avrebbe toccato, nel 1968, nuovi vertici di progresso e di operosità, in un ordine perfetto…

Per non parlare, ovviamente, del vertice della inattendibilità, gli “esperti climatologi”. Quelli, avete presente, del “surriscaldamento globale” e dello “scioglimento dei Poli”, con catastrofico aumento del livello dei mari? Acqua salata per sommergere le città ma neanche un goccia dal cielo: sarà la Grande Siccità, con conseguente morte a milioni per sete. Ebbene, come sapete, questo è il terzo anno consecutivo che ogni record è battuto per quantità di piogge e per temperature mai state così basse.

 

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C’è un signore, tal Ennio Montesi, che dice di essere uno “scrittore”. Questo appellativo non è mica coperto da copyright né è garantito da un Ordine professionale, come i medici o gli architetti: dunque, chiunque può dirsi scrittore, anche se – come vertice del suo lavoro – fa circolare tra parenti e amici intimi fotocopie di qualche suo manoscritto. Pare comunque che il libro più noto di questo Montesi – è ignota la casa editrice – abbia un titolo un po’ inquietante: Racconti per non impazzire. Il sedicente scrittore, comunque, l’estate scorsa fu ricoverato all’ospedale della sua città, Jesi, e scoprì che sul suo letto stava un crocifisso. Chiese di toglierlo ma non fu accontentato. Allora, uscito dalla clinica, per prima cosa chiese lo “sbattezzo” e poi cominciò ad inviare appelli e richieste a tutte le istituzioni, nazionali e internazionali, perché ai non credenti fosse risparmiata la “violenza” del simbolo cristiano esposto alla loro vista. Non ricevendo risposte soddisfacenti, il Montesi ora ha deciso di espatriare da questa “colonia vaticana, schiacciata dal tallone clericale”, come sarebbe l’Italia. Per andarsene lontano ha scelto la Svezia e ha chiesto ufficialmente  asilo politico a quel Paese. Vada pure, ce ne faremo una ragione. Ma non possiamo che compiangerlo quando, se sarà accolto come profugo dagli svedesi, arriverà a Stoccolma. È scappato per non vedere una croce in una camera d’ospedale e ora gli toccherà vederla ovunque, dappertutto vada. In effetti, tutti sanno (ma evidentemente non il Montesi) che la bandiera della Svezia è costituita da una grande croce gialla in campo azzurro. E quella croce non è casuale, è proprio la croce cristiana e fu scelta per il vessillo scandinavo sin dal Medio Evo per mostrare a tutti la grande fede di quel popolo, evangelizzato tardi ma che non voleva essere secondo ad alcuno nel seguire il Vangelo. Da quanto sappiamo, nessuno degli svedesi, pur noti per la loro laicità se non ateismo, ha mai chiesto di togliere quella croce, considerandola un’offesa alla loro miscredenza. Ma sì, se potrà far valere il suo diritto al rifugio politico-teologico, prevediamo brutte sorprese per il nostro “scrittore”.

 

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In questi tempi di persecuzioni verso i cristiani, scopro una frase di Joris Karl Huysmans, lo scrittore “satanista” francese che si convertì al cattolicesimo e volle finire i suoi giorni in un monastero: «I credenti in Gesù hanno il dovere di avere dei martiri, ma non hanno il diritto di farne». Rivedendo le note prese leggendo autori francesi, ecco una frase di Charles Maurras, il fondatore della Action Française: «Le chrétien est un héritier», il cristiano è un ereditiere. Vive, cioè, della ricchezza che gli hanno tramandato le generazioni di credenti che lo hanno preceduto. Altro che rifiuto della Tradizione!

 

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Post Scriptum.

Tutti i lettori del Timone, ne sono certo, metteranno tra i Preferiti, e creeranno un link sullo schermo del loro computer, per il sito www.labussolaquotidiana.it. Per i più zelanti, perché non fare de La Bussola la pagina iniziale? Contiamo su tutti gli amici, poi, per quel passaparola in cui hanno mostrato di essere dei veri maghi, quando una causa stava loro a cuore.

Per quanto mi riguarda: per il nuovo giornale web mi è stata proposta – ed ho accettato volentieri – la rubrica “Aperitivo”. Mi telefonerà, cioè, un redattore nella tarda mattinata, quando avrò finito la quotidiana lettura dei giornali, quelli di carta, e raccoglierà il mio sfogo del giorno. Sarà quel collega a dargli forma pubblicabile e lo proporrà ai lettori giusto verso l’ora dell’aperitivo per il pranzo.

Per coloro che non avessero letto l’editoriale del giorno dell’Immacolata in cui, non a caso, è apparso il primo numero de La Bussola, ne copio qui un paragrafo, anche come doverosa risposta ai molti che mi hanno chiesto informazioni sul mio ruolo in questa avventura, bella e impegnativa: «È doveroso precisare che il titolo un po’ altisonante di “direttore editoriale” che i colleghi (e amici) hanno voluto attribuirmi è – in tutti i giornali, ma soprattutto in questo – una sorta di titolo “onorifico”, senza impegni concreti o responsabilità dirette. Non a caso, in questo nostro gruppo di amici, non è ufficializzato in alcun documento e non prevede alcun emolumento. Io stesso ho voluto così, per manifestare quanto l’iniziativa mi stia a cuore e al contempo per lasciare libero campo agli eccellenti colleghi che lavoreranno qui giorno per giorno: il direttore responsabile Andrea Tornielli, il caporedattore Riccardo Cascioli e i redattori Marco Respinti e Antonio Giuliano. Cui si aggiunge quella schiera davvero notevole di collaboratori che i lettori già conoscono dalle pagine de il Timone, ma ai quali molti altri si aggiungeranno.

A tutti loro va il mio augurio migliore, la mia stima e anche la riconoscenza per un impegno che sarà al contempo appagante e gravoso».

Mi si lasci incollare qui anche le righe finali di quell’editoriale, righe nelle quali c’è il significato di questo lavoro, per noi che partecipiamo ai suoi inizi e che vorremmo seguirlo giorno dopo giorno: «Speriamo di avervi a bordo in questo viaggio. E che quel Cristo, nella cui Parola e nella cui Presenza crediamo, vegli perché sappiamo discernere e comunicare – pur da “servi inutili” – quella Verità senza la quale non c’è libertà. Anzi, non c’è alcuna possibilità di vita davvero umana».