IL TIMONE – Febbraio 2012

Quei due sotto la Croce

Terminavo, la volta scorsa, parlando di un sito internet che ignoravo, segnalatomi di recente da un lettore e che intenderebbe costruire quella che chiama una “contro apologetica”. Il bersaglio principale è il sottoscritto: partendo soprattutto dai miei tre libri sulla storicità dei vangeli (Ipotesi su Gesù, Patì sotto Ponzio Pilato?, Dicono che è risorto) si propone di dimostrare il contrario. E, cioè, l’inattendibilità del Nuovo Testamento e i trucchi, le omissioni, le ingenuità di chi vorrebbe difendere la possibilità di leggere quei testi come legati a quanto è davvero avvenuto.

Non conosco l’autore ma, dalla indubbia buona conoscenza che dimostra del tema, penso sia uno dei tanti preti che l’uragano del post-concilio ha strappato non solo al sacerdozio ma anche alla fede. Dicevo, nella precedente “puntata”, che dietro i suoi fitti, lunghi capitoli ricchi di citazioni di autori noti solo agli “addetti al lavoro” non sembra di vedere il dilettante alla Odifreddi: un ex seminarista, costui, è vero, ma con diploma da geometra e laurea in matematica, dunque senza alcuna preparazione teologica o biblica e neppure filosofica. Ed è tra l’altro patetico che, per avere il look del genio sregolato e impertinente, si abbigli alla Einstein, con larghi maglioni, rifiuto della cravatta, capelli scarmigliati. Qui, nel sito che dicevo, non c’è un personaggio pittoresco come il matematico di Cuneo, ma probabilmente l’antico studente di Sacra Scrittura in seminario o in qualche università cattolica. È dunque con attenzione che ho letto, spesso riflettendo, questi studi i quali, tra l’altro, contrastano duramente quanto ho scritto ma più con i dati concreti che con gli insulti o almeno i sarcasmi. Del resto, come i lettori ben sanno, sono tra coloro che – constatando come il Dio cristiano abbia voluto lasciare alle sue creature la libertà di accettarlo o di rifiutarlo e, dunque, appare e al contempo si cela – sono tra coloro, dunque, che giudicano fisiologico il rifiuto, la non credenza. E mai dimenticano che la fede è un dono di cui essere grati e la sua mancanza non è una colpa da imputare agli altri, lasciando in ogni caso il giudizio a Colui «che scruta cuori e reni».

Spiace, però, che spesso il nostro autore accusi me (e con me tutti gli altri apologeti cattolici) di viltà intellettuale o almeno di furbizia. E, questo, perché avremmo cercato di nascondere certi problemi esegetici con imbarazzo e disagio perché, non avendo risposte, avrebbero messo in difficoltà noi e, con noi, i credenti. Eppure, il Nostro sa – e lo ricorda – che in quei tre libri sul Gesù della storia non mi sono posto problemi di completezza ma ho inteso solo praticare dei “carotaggi”, dei “colpi di sonda” nello spessore dei testi scritturali. Sono ben consapevole, infatti, dell’inesauribilità dei vangeli e consapevole al contempo dei miei limiti, da “bracconiere nella riserva di caccia degli specialisti”, come talvolta mi è venuto di definirmi. Comunque, è proprio per cercare di rispondere all’accusa di volontaria e astuta rimozione che, in queste pagine mariane, parlo qui di questa “contro apologetica” internettiana.

Veniamo al dunque: secondo il Nostro, sarebbero ingenui o in malafede o vittime di schematismi apologetici, coloro i quali prendessero ancora sul serio il racconto di Giovanni secondo il quale, sotto la croce di Gesù, vi erano la Madre e «il discepolo che Gesù amava». Che era poi Giovanni stesso, stando alla grande maggioranza degli esegeti. L’intento di questo studioso è mostrare che i due non erano lì, non potevano esserci e, dunque, sarebbero una pia fraus dell’autore del quarto vangelo le parole famose: «Donna, ecco tuo figlio», «Figlio ecco tua madre». Si sa bene come la riflessione cattolica abbia dato grande importanza a questa ultima volontà del Cristo in croce, vedendo nel discepolo prediletto – in colui, cioè, che il mattino della Risurrezione «vide» e, in base a quanto aveva visto, «credette» per primo – il simbolo dell’umanità intera affidata a Maria. Ma se queste parole sono una invenzione, è chiaro che le conseguenze, non solo per la teologia ma per la vita stessa di fede del credente cattolico (ma pure ortodosso), sono gravi. Qui è in gioco quella “maternità universale” su cui anche la teologia, non solo la spiritualità e la mistica, hanno costruito. Dunque, non si tratta affatto di un problema irrilevante. Comunque, checché sospetti il “contro apologeta”, non c’è alcun motivo inconfessabile se, tra i colpi di sonda che ho praticato nel terreno evangelico, non ce ne è uno su questo episodio che solo Giovanni riporta. Se non l’ho affrontato non è perché ne vedessi le presunte, imbarazzanti difficoltà: al contrario, è proprio perché non le ho giudicate come sufficientemente fondate per dedicar loro un capitolo. Del resto, sono in buona compagnia visto che persino Ernest Renan, che di tutto dubitava quando si trattava di Sacra Scrittura, mostra qualche perplessità ma sembra possibilista sulla storicità di quella presenza sotto la croce e su quelle parole di Gesù. Tra i cattolici, i vecchi ma sempre classici don Ricciotti e padre Lagrange non aprono discussioni e non per timore (nessuna difficoltà dei testi è trascurata da questi paladini “senza macchia e senza paura” della storicità) ma perché mancavano gli interlocutori, visto che anche gli studiosi non credenti non si diffondevano in proposito. Per venire agli esegeti contemporanei, anche il cattolico, ma oggettivo, Blinzler, specialista tra i maggiori del processo e morte del Cristo, non discute ciò che gli sembra del tutto possibile e plausibile, come le presenza al Calvario di Maria e Giovanni. Rinaldo Fabris, uno tra i biblisti più reputati, ha pubblicato nel 1992 una traduzione e un commento del vangelo giovanneo di quasi 1200 pagine. Seppur prete cattolico e docente in seminari non esita a mettere in dubbio, per esempio, la storicità dello scambio con Barabba proposto da Pilato. Ma anche ovunque altrove si muove con una libertà che un cattolico potrebbe giudicare eccessiva. Eppure, alla fine non ha dubbi e scrive seccamente: «Non ci sono ragioni serie per dubitare dell’attendibilità di questo evento». Semmai, ciò che discute è la dimensione spirituale, il significato universale di quelle pochissime parole. Per stare al mondo protestante: uno dei più autorevoli biblisti del Novecento, l’inglese Charles Harold Dodd, docente di Nuovo Testamento ad Oxford, nel suo libro sulla “tradizione storica del quarto vangelo”, si sbriga in poche parole. Questo aneddoto di Giovanni – sentenzia – deve essere autentico, visto che «non offre lo spunto a riflessioni teologiche e non sono convincenti i vari tentativi di scorgervi dei significati spirituali profondi». In nota, spiega che tutto ciò che cattolici e ortodossi hanno creduto di trovare in queste parole dalla croce (Maria come madre di tutti credenti o come simbolo dell’antico Israele chiamata a diventare Madre della Chiesa cristiana), ebbene, tutto ciò altro non sarebbe che «interpretazione divagante che non ha un nesso dimostrabile col pensiero giovanneo». Un cattolico può, anzi deve, essere in contrasto con questa prospettiva, da protestante “puro e duro”, del professor Dodd ma è significativo che ne concluda che l’episodio può essere autentico, come mero fatto di cronaca.

Ma poiché il nostro sconosciuto interlocutore lancia una sfida, accumulando motivi per rifiutare storicità a quelle poche ma pregnanti parole, raccogliamo la provocazione, opponendo le nostre ragioni. Sempre nella consapevolezza – varrà la pena di ripeterlo – che pure qui il vangelo non vuol mettere alcuno con le spalle al muro, dando quindi motivi per credere e altri per dubitare. La nostra Scrittura non è il Corano ma è una proposta credibile e fondata e al contempo aperta alla discussione, magari al rifiuto. La fede non è imposizione a uno schiavo ma adesione di un uomo libero.

Tanto per cominciare, va notata subito una contraddizione. L’anglicano Dodd, lo abbiamo appena visto, non dubita della verità di quelle parole di Gesù perché non vi scorge dimensioni spirituali, ma solo la preoccupazione concreta di “sistemare” la madre, vedova. Eppure, alla pari dello studioso anglicano, tutta la Riforma sostiene che Gesù è il figlio primogenito di una numerosa famiglia, che “i fratelli” e le “sorelle” di cui parla il Vangelo sono da intendere nel senso pieno e non in quello della cuginanza o, in genere, della parentela allargata. Ma, se è così, perché preoccuparsi di affidare la donna a Giovanni? Non c’erano forse figli e figlie cui spettava di prenderla in casa, non solo per l’affetto naturale ma anche per il Comandamento mosaico: «Onora il padre e la madre»? Impensabile, anzi blasfemo, pensare che, avendo prole ormai adulta, una madre dovesse ricorrere ad altri che non fossero i figli naturali e non solo spirituali, come Giovanni. Non a caso, cattolici e ortodossi che sostengono l’unicità di Gesù, come solo figlio di una madre, trovano qui un indizio – e non irrilevante – che sostiene la loro tesi, che è quella peraltro di tutta la Tradizione. I grandi Padri della Chiesa antica – tra essi anche Agostino, Girolamo, Ambrogio – sottolineano questo affidamento dalla croce come una prova in più della verginità di Maria. E vi scorgono, tra l’altro, anche una conferma della morte di Giuseppe. Ma veniamo alle domande alle quali, secondo il nostro “contro apologeta” non ci sarebbe risposta possibile per la fede, almeno per quella tradizionale che cerca aderenza tra ciò che il Vangelo dice e ciò che è davvero avvenuto. Innanzitutto: potevano Maria e Giovanni stare lì, proprio sotto la croce? La risposta è sicuramente positiva: i quattro soldati incaricati dell’esecuzione vegliavano sul patibolo per evitare tumulti, con magari possibilità che i “complici” dei condannati cercassero di schiodarli. Giuseppe Flavio narra che tra gli innumerevoli crocifissi davanti alle mura di Gerusalemme durante l’assedio, scorse con raccapriccio tre suoi cari amici. Precipitatosi dalle autorità romane, ottenne che fossero deposti: due morirono in seguito per le ferite ma almeno uno sopravvisse e si riprese, malgrado le ferite. Dunque, un tentativo in extremis di liberazione era possibile: era necessario vigilare. Ma quell’orribile supplizio aveva un duplice scopo: punire il condannato nel modo più doloroso e servire da ammonimento perché nessuno sfidasse la lex romana, con la sua implacabile giustizia. Non a caso, i giustiziati pendevano accanto alle porte principali, dunque nel posto di maggiore visibilità. Dunque, gli assembramenti, purché pacifici, attorno alla croce erano non solo tollerati ma incoraggiati: che il maggior numero di sudditi constatasse, e da vicino, che succedeva ai delinquenti. Dunque, Maria e Giovanni potevano stare in prossimità del morente.

Passiamo a una seconda domanda: che ci faceva la madre di Gesù a Gerusalemme? E se era lì, perché i vangeli non ne hanno parlato anche prima? In realtà, Maria, da devota ebrea, non poteva ma doveva essere nella città santa. Luca 2,41: «I suoi genitori salivano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua». Quel pellegrinaggio di tutte le primavere era un obbligo religioso per ogni giudeo e anche la madre di Gesù doveva far parte della carovana dei parenti ed amici che saliva dalla Galilea verso il tempio delle grandi liturgie pasquali. Ma perché non vi è cenno prima, nei vangeli, della sua presenza in città? Controdomanda: perché dovrebbe esserci? Durante tutta la vita pubblica di Gesù, dunque dopo Cana, Maria scompare e un cenno c’è solo, sfuggente, per una tappa di predicazione del figlio in quella Galilea dalla quale non doveva essersi mossa. La sua partecipazione alla vita del suo Gesù è solo interiore e, dunque, sfugge alla registrazione dei cronisti evangelici. Il figlio, del resto, non andava predicando che non era degno del Cielo se non chi aveva il coraggio di abbandonare genitori, parenti, amici, creando una frattura dalla famiglia, al punto di non partecipare al funerale del padre? Sorprende chi si chiede perché la donna non avesse partecipato almeno all’ultima cena. A parte le intricate questioni ebraiche sulla presenza di donne in simili banchetti, presenza secondo molti rabbini proibita, la cena finale di Gesù era riservata agli apostoli – tutti maschi – che dovevano continuare la sua presenza.

Dunque, Maria poteva esserci, anzi certamente c’era, nella Città Santa, anche se i vangeli non lo dicono. Ma tante, tantissime altre cose non ci dicono quei vangeli, come ci avvertono proprio le ultime parole dei quattro testi: «Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere » (Gv 21,25). Altra domanda: perché sul Calvario c’è proprio Giovanni? Mi meraviglia di non avere mai incontrato in nessun testo di esegesi una possibile risposta suggerita dal Vangelo stesso: l’apostolo è lì perché lì c’è sua madre. Assieme al fratello Giacomo, è figlio di Zebedeo e di Salome. E questa fa parte del gruppo delle donne «che avevano seguito Gesù sin dalla Galilea». Luca le cita come presenti sul Calvario ma non ne fa il nome, mentre Marco ne nomina alcune e Matteo fa altrettanto. In un evangelista si fa esplicitamente il nome della donna, nell’altro la si indica come «la madre dei figli di Zebedeo». Giovanni sapeva quanto sua madre amasse quel profeta, sapeva quanto dolore le avrebbe procurato la vista del terribile strazio, sapeva che il gruppo delle donne aveva deciso di assistervi come ultimo atto di solidarietà. Dunque, ritenne suo dovere filiale starle accanto. E, nel gruppo, scorse anche la madre di Gesù.

Peccato: cliccando sul “conteggio parole” mi accorgo che il mio spazio sta finendo. Eppure resta da abbozzare una possibile risposta ad alcune altre domande, di certo non irrilevanti. La prima: perché i Sinottici, cioè i primi tre vangeli, citano le donne e – almeno due – facendo dei nomi precisi, ma non accennano alla presenza di Maria e di Giovanni?

Inoltre: se tutti gli apostoli erano fuggiti sin dal momento dell’arresto, al Getsemani, come mai il solo Giovanni osa apparire e in modo così vistoso, sotto lo sguardo stesso dei Sinedriti, presenti al supplizio?

Ancora: come metterla con il primato di Pietro se, al momento della prova, si era nascosto mentre l’apostolo più giovane dava prova di tanto coraggio?

Insomma, c’è bisogno di ampio spazio di cui qui non disponiamo. Arrivederci dunque, a Dio piacendo, alla prossima tappa.