IL TIMONE – Dicembre 2011

Appunti “mariani”

Dopo tre puntate dedicate alla preziosa dottrina del beato Newman, torniamo alle nostre scorribande attorno a Colei che è stata definita “l’Inesauribile” per eccellenza.

Ecco qui, ricominciando a frugare nel mio archivio, una scheda sulla Riforma e Immacolata Concezione. Ciò che spaventa, nel protestantesimo, è che dovremmo prendere come dottrina evangelica, come insegnamento autentico di Dio il “secondo me” di alcuni che pretendono trasformare in dogmi le loro opinioni. Opinioni – o, peggio, impressioni – che spesso variano nella stessa persona. Si prenda l’iniziatore dello sconquasso del XVI secolo, Martin Lutero: a lungo, almeno sino al 1527 (dunque, per dieci anni dopo l’affissione a Wittenberg, che forse è leggendaria, delle famose Tesi) insegnò che Maria era senza macchia originale. Scriveva, infatti, cose come questa: «Non si potrebbe dire benedetta Maria se fosse stata sotto la maledizione della colpa. Ed era giusto che fosse conservata senza macchia quella creatura dalla quale Cristo stava per prendere la carne vincitrice di tutti i peccati». Poi, passò al dubbio: «Avete udito che vi fu in Maria una fede amplissima. Ma io non mi pronunzio se sia stata subito concepita nella Grazia». E poi, sbrigativo, infastidito, come fosse cosa del tutto secondaria: «Impariamo a conoscere il nostro peccato, cosa più salutare da indagare che non queste inutili questioni». Verso la fine della carriera, scelse la decisa negazione: «Maria fu un creatura umana come noi ed ebbe la stessa infermità nella carne e nel sangue come noi, pur essendo stata una pura vergine». Sta di fatto che, in seguito, tutta la Riforma negò ciò che Pio IX proclamò come dogma. Nella propaganda protestante, anche quella attuale, è questa una delle obiezioni che si rivolgono a quei creduloni di cattolici, che prendono sul serio l’Immacolata: «Maria stessa, nel Magnificat, proclama che Dio è suo Salvatore. È evidente che, se aveva bisogno di un Salvatore, anche lei era nel peccato. Dunque, il dogma è contro la Scrittura».

Una obiezione che sembra fondata e che in effetti trae in inganno molti. I molti, però, che non conoscono quale sia la “verità vera” proposta dalla Chiesa. Rivediamo, dunque, ne vale la pena, il testo del dogma del 1854: «Le beatissima Vergine Maria, nel primo istante della sua concezione, per singolarissimo privilegio di Dio onnipotente…». Qui fermiamoci un istante: l’esenzione dal peccato originale fu per Maria un dono non meritato (fu solo per Grazia di Dio onnipotente), fu una eccezione (privilegio), fu riservato a lei sola (singolarissimo). Continuiamo con la formula del dogma: «… in vista dei meriti di Gesù Cristo, Salvatore del genere umano, è stata preservata immune da ogni macchia di peccato originale».

Si afferma, dunque, con chiarezza, che la “causa meritoria” del privilegio “singolarissimo” è il Cristo Redentore. Anche Maria ebbe bisogno di redenzione: Dio la redense non rialzandola (come avviene per tutti gli umani) dopo la caduta, ma preservandola dal cadere. Perciò giustamente, nel Magnificat, può cantare: «E il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore». Non è dunque vero ciò che afferma la propaganda anticattolica, quando sostiene che con questo dogma si contraddice un altro dogma, quello dell’universalità del peccato originale e della conseguente necessità per tutti della salvezza che solo il sacrificio di Gesù ha potuto darci. È, questa, una verità che la Chiesa ha sempre sostenuto con vigore. Anche, forse soprattutto, dichiarando l’immacolata concezione di Maria.

 

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Alcune volte ho ricordato l’antica antifona (eliminata dalla sbrigativa riforma liturgica postconciliare) che ricorda come Maria sia “la nemica di tutte le eresie”. Continua così la sua funzione, che è quella di tutte le madri: difendere il Figlio da chi vuole sfigurarlo. E altrettante volte ho citato il caso, storicamente inspiegabile, della cristianità cattolica e di quella ortodossa che, malgrado mille anni di separazione spesso ostile, hanno ancora, sostanzialmente, lo stesso Credo. E, a certe condizioni, possono praticare l’intercomunione. Lo scisma non è divenuto una eresia, come invece è avvenuto con la Riforma, grazie al fatto che sia la fede dei latini che quella dei greco-slavi e orientali in genere dà il posto che sappiamo al ruolo della Theotokos, della Madre di Dio. La “Stella del mattino”, come è chiamata dalla devozione ma anche dalla teologia, indica la giusta rotta per non imboccare strade sbagliate.

Pensavo a questo ruolo provvidenziale della presenza mariana parlando, tempo fa, con un missionario italiano che da decenni è in Brasile. Come è purtroppo noto, là, come in tutta l’America centrale e meridionale, dilagano le sètte, originarie degli Usa, di un “protestantesimo impazzito”, dove la teologia è sostituita dalle emozioni, dai canti ossessivi, dallo spirito di chiusura nel gruppo o gruppetto, dalle dottrine apocalittiche, magari dal ritorno di tabù da Antico Testamento. Basti pensare che per molte di queste conventicole (e non solo per i geovisti o gli avventisti del settimo giorno) tra le colpe più gravi, praticamente inespiabili, c’è il bere un bicchiere di vino o accendere una sigaretta o fare qualunque lavoro la domenica. Mi diceva quell’ormai vecchio missionario che, essendo quei gruppi molto ricchi, molto attivi, molto preparati da efficienti “scuole di comunità”, l’America latina già da tempo dovrebbe essere non più a maggioranza cattolica. Dovrebbe, aggiungeva, se l’amore e la devozione per Maria non fosse scesa tanto in profondo tra i brasiliani e, in genere, tra gli ispano-americani. Questi, quando vengono a battezzare i loro figli, come padrino nominano un parente ma per madrina indicano “Nostra Signora” e ci vuole fatica a convincerli a dare il nome di una donna che non stia nel Cielo ma in terra. I fanatici giunti dagli Stati Uniti non avevano fatto i conti con questo attaccamento e, nemici acerrimi di ogni devozione del cattolicesimo (che giudicano manifestazione dell’Anticristo), nei primi tempi arrivavano sino al punto di fare a pezzi in pubblico statue di Maria. Qualcuno predicava addirittura che è all’inferno, perché posseduta dalla superbia di avere avuto un tale Figlio. Ma si sono resi presto conto dell’orrore che simili gesti e teorie provocavano tra i loro ascoltatori sudamericani. Così, si sono fatti molto prudenti: ora, la tattica è di non parlare di Lei, di avvolgerla nel silenzio. E soltanto quando il malcapitato è entrato nella sètta, quando già ha ricevuto il “vero battesimo” (non quello diabolico dei cattolici), quando i dirigenti, tutti nordamericani, sono sicuri della sua fedeltà, ecco che scoprono le carte e gli instillano l’odio per la superstizione mariana. Ma anche allora, mi diceva sempre quel sacerdote, molti arretrano spaventati, ripudiano la nuova fede – malgrado, spesso, le minacce dei responsabili di quei culti – e ritornano dal loro parroco, chiedendo di poter pregare come sempre davanti a una statua dell’Aparecida, della Morenita di Guadalupe o di una delle tante Vergini che hanno accompagnato l’antica colonizzazione spagnola e portoghese. Insomma, Maria non è anche cosi la “nemica di tutte le eresie”?

Ma lo è anche, a ben pensarci, sotto un altro aspetto che mi pare poco esplorato e che è interno al cattolicesimo. In effetti, nella Chiesa d’oggi, il rispetto dell’obbedienza sembra sollevare ancor più problemi ed essere (forse…) meno praticato persino del rispetto della continenza sessuale. Tante leggi, precetti, esortazioni della Gerarchia e del Papa stesso non sono osservati da preti, frati, religiose e il rifiuto dell’obbedienza è magari teorizzato come “diritto all’autonomia personale”. Persino negli Ordini dove, oltre a quello di povertà e di castità, si fa anche il voto di obbedienza, l’autorità dei Superiori appare molto spesso sminuita da nuove ideologie più o meno “libertarie”. Ebbene: Maria è, per eccellenza, la “Donna del sì”, è pronta a chinare il capo e ad obbedire alla voce del Cielo, giuntale attraverso l’Arcangelo, anche davanti alla richiesta sconvolgente (e incomprensibile, per la sua umiltà) di divenire la madre del Messia. Per dirla con il racconto di Luca: «Allora disse: Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me secondo la tua parola». Dunque, guardare a Lei, coltivare la devozione e il desiderio di imitazione implica anche il chiamarla, come sempre si è fatto, Signora dell’obbedienza: con effetti preziosi nella vita dei singoli, delle comunità, della Chiesa intera. Ma non è stata sempre, la Vergine di Nazareth, anche colei cui guardavano e guardano eremiti, anacoreti, claustrali? Non è stata, e non è, pure “Signora del silenzio”, nei suoi anni di cui il Vangelo non parla perché nulla c’era da dire su una vita ritirata e nascosta? Ebbene, ecco la prospettiva di Lutero nelle parole di Hartmann Grisar, un suo famoso biografo: «Ritiro, esame di coscienza, solitudine, deserto, erano per lui qualcosa di maledetto, opera del diavolo. Il silenzio e lo stare soli, ammoniva, provoca i pensieri peggiori». Qui pure, dunque, ancora una volta l’esempio di Maria può preservare dalle deviazioni di un cristianesimo stravolto.

 

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Fatima. Trovo in una delle mie cartelle l’articolo apparso su Le monde nel maggio del 2000, quando Giovanni Paolo II fece rivelare al mondo quello che chiamano “terzo segreto”. Il pezzo del giornale francese è firmato da Jean Cardonnel (ancora frate domenicano od ex, non ho voglia di controllare), uno degli ormai anziani reduci della contestazione clericale, uno degli ingrigiti ma nostalgici vedovi degli anni di piombo della Chiesa. Dice il rabbioso Cardonnel, che ha ancora parecchi fan tra i suoi coetanei tra i settanta e gli ottanta ed è ancora preso sul serio dai media laici: «Quel presunto segreto di Fatima è un falso, tanto falso quanto la donazione di Costantino con la quale si è voluto legittimare un diabolico controsenso: l’impero cristiano. Un grande teologo italiano – non si dimentichi mai il suo nome: Enzo Bianchi, fondatore di una nuova comunità monastica – si è subito reso conto della superstizione e della frode perpetrata dal Vaticano a Fatima. Sul quotidiano romano La Repubblica, fratel Bianchi mette irrefutabilmente il dito nella piaga. Scrive infatti: “Un Dio che, nel 1917, pensa di rivelare che i cristiani saranno perseguitati e che non parla della shoah e dei sei milioni di ebrei annientati non è un Dio credibile”». Continua l’articolo di questo “padre” Cardonnel: «Sì, bisogna scoprire la piaga: come non vedere la tara del presunto segreto di Fatima, la prova lampante che è un falso, che non può venire da Dio? Un falso che squalifica, che scredita l’Eterno. Un Dio, ripeto, non credibile: il Dio del razzismo cattolico, che si interessa solo dei suoi, della sua razza cattolica, nell’oblio del popolo di Gesù».

C’è da rimanere molto sorpresi da simili discorsi e soprattutto, per noi cattolici italiani, dalla citazione di fratel Enzo Bianchi. Circola ormai una sorta di luogo comune, anche tra i cristiani, secondo il quale la persecuzione degli ebrei da parte dei nazisti nei 12 anni tra 1933 e 1945 sarebbe, senza paragone possibile, il Male Assoluto, il Massimo Delitto della storia intera, l’Esempio Radicale della malvagità umana. Non a caso, la colpa nazista è considerata inespiabile e ancor oggi si braccano, per processarli e condannarli, dei novantenni se non dei centenari considerati in qualche modo responsabili di quello che viene detto “l’Olocausto” per eccellenza. Stando al Cardonnel e al Bianchi, Dio stesso – se vuol parlarci attraverso Maria – deve, sottolineo deve, ricordare e ovviamente esecrare la Shoah, altrimenti “non è un Dio credibile”. Non è il Padreterno se non parla di Auschwitz. Sia ben chiaro – va precisato con chiarezza – che non si tratta certo di sminuire la gravità del delitto perpetrato all’ombra di una croce uncinata che fu il tragico rovesciamento della croce cristiana. Non c’è che da unirsi, ovviamente, alla condanna. Ma è davvero paradossale rifiutare Fatima perché nel 1917 la Madonna non avrebbe previsto e condannato – a nome del Figlio e della Trinità intera – quei lager che sarebbero venuti una ventina d’anni dopo. Nel 1917, ripetiamo: proprio l’anno in cui Lenin prendeva il potere, dando inizio a quel mostro comunista che avrebbe fatto almeno 100 milioni di morti e che avrebbe praticato la più violenta e sanguinosa repressione religiosa della storia, in nome di un ateismo di Stato proclamato sin dalle Costituzioni dell’Unione Sovietica e dei suoi satelliti. La ricerca storica più recente, capeggiata dal celebre docente tedesco Ernst Nolte, tende a dimostrare che il nazionalsocialismo nasce come reazione al marx-leninismo: senza Lenin nel 1917, niente Hitler nel 1933. Senza il colpo di stato di San Pietroburgo, l’ex-imbianchino di Vienna avrebbe al massimo fatto l’ideologo da quattro soldi per qualche oscuro gruppetto di fanatici. Mettere in guardia dal comunismo che proprio allora nasceva, significava mettere in guardia dalle altre ideologie mortifere che sarebbero venute dopo di esso e per causa di esso.

Tra altro, Bianchi e Cardonnel sono incomprensibili anche quando denunciano che a Fatima si sarebbe manifestato «il Dio del razzismo cattolico, che si interessa solo dei suoi, della sua razza cattolica ». Ma che discorso è mai questo? Per l’ateismo sovietico non c’erano zone franche, nel mondo religioso: a parte il fatto che la stragrande maggioranza delle vittime da Lenin sino a Breznev, passando per Stalin, non furono cattoliche, ma ortodosse, i due dimenticano che nell’immensa Unione Sovietica erano presenti tutte le religioni. Così, i pope furono massacrati alla pari dei preti, dei rabbini, degli imam, dei maestri buddisti.

Lo stesso avvenne ovunque, nel mondo, il comunismo giunse al potere: nessuno scampo per chi non accettava il materialismo e la religione, tutte le religioni, come “oppio dei popoli”. E tutto questo cominciò proprio in quel fatale 1917, quando la Madonna diede l’allarme per una ideologia perversa anche perché si presentava con un volto nobile, apparentemente quasi evangelico (giustizia, liberazione, eguaglianza, fraternità) ma che avrebbe risvegliato tutti i dèmoni, compreso quel regime tedesco che si presenta, sin dal nome, come l’unione di nazionalismo e di socialismo.

Lettori come siamo, come tanti cattolici, di alcune almeno delle innumerevoli cose pubblicate da Enzo Bianchi lo diciamo con franchezza fraterna: da lui non ci aspettavamo questa caduta tanto contraddittoria e superficiale. Le apparizioni di Fatima, come tutte le altre, non sono de fide, possono essere criticate e magari non accettate anche dai credenti. Purché, però, lo si faccia su basi ben più solide di quelle dell’ex-domenicano incattivito ormai da quarant’anni e di quelle del priore di Bose.

 

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Visto che parliamo di Fatima e di comunismo: viene giusto a proposito ricordare quanto avvenne a Vienna nel decennio tra il 1945 e il 1955. Mentre gli inglesi, esperti e pragmatici, avrebbero voluto contenere l’Urss ad Est, l’insipienza americana fermò i carri armati in vista di Berlino per permettere a Stalin di dilagare nell’Europa orientale, occupando anche l’Austria. Il Paese fu diviso in quattro zone, ma quella riservata ai russi era la più importante e vasta, era quella dove stava la capitale stessa. Il ministro degli esteri, quel Molotov che aveva firmato il trattato con Hitler permettendogli così di scatenare la guerra, disse e ripeté che Mosca mai si sarebbe ritirata da ciò che aveva occupato e tutti si aspettavano che, come a Praga e a Budapest, i comunisti organizzassero un colpo di Stato per andare da soli al potere nell’intera Austria. Le stesse cancellerie occidentali sembravano rassegnate. Opporsi significava quasi certamente una nuova guerra. Ma non si rassegnò un francescano, padre Petrus che, tornato dalla prigionia proprio in Urss (e conoscendo quindi sulla sua pelle l’orrore di quel regime) andò in pellegrinaggio nel santuario nazionale austriaco, a Mariazell, per avere ispirazione sul che fare per la sua Patria. Lì, fu sorpreso da una voce interiore che gli disse: «Pregate tutti, e tutti i giorni, il rosario e sarete salvi». Buon organizzatore, oltre che sacerdote stimato ed amato, padre Petrus promosse una “Crociata nazionale del Rosario”, nello spirito esplicito di Fatima, che in breve tempo raccolse milioni di austriaci, compreso lo stesso presidente della Repubblica, Leopold Figl. Giorno e notte, grandi gruppi si riunivano, spesso all’aperto, nelle città e nelle campagne recitando la corona e la stessa Vienna era percorsa da imponenti processioni, sorvegliate con ostilità dall’Armata Rossa. Gli anni passarono senza che l’occupazione cessasse, ma il popolo non si stancava di pregare la Madonna di Fatima. Ed ecco che nel 1955, all’improvviso, il Cancelliere austriaco fu convocato a Mosca, dove fu ricevuto al Cremlino dal Soviet Supremo. Qui, gli fu comunicato che l’Urss aveva deciso di ritirare le sue truppe e di ridare all’Austria la piena indipendenza. In cambio, si poneva una sola condizione, che le autorità del Paese che veniva liberato furono liete di accettare: un impegno di neutralità che, tra l’altro, avrebbe portato grandi vantaggi a Vienna, facendola diventare la terza città delle Nazioni Unite dopo New York e Ginevra. I governi occidentali furono colti di sorpresa da una decisione del tutto inaspettata e unica, sia prima che dopo: mai, come aveva ricordato Molotov dieci anni prima, mai l’Urss aveva accettato né avrebbe accettato finché visse di ritirarsi spontaneamente da un Paese occupato. Furono stupiti politici, diplomatici, militari, nel mondo intero. Ma non si stupirono coloro che da anni pregavano per la “Crociata del Rosario”: in effetti, il giorno in cui la notizia del ritiro fu annunciata a Mosca al Cancelliere era un 13 maggio, l’anniversario dell’inizio delle apparizioni di Fatima. Tanto per completare il quadro, lo sgombero totale dell’Armata Rossa fu fissato dal governo comunista per l’ottobre: tra i generali russi (dispiaciuti di lasciare un Paese così bello e strategicamente così importante) nessuno, ovviamente sospettava che proprio ottobre è, per la tradizione cattolica che risale ai tempi della battaglia di Lepanto, il mese del rosario.

 

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Scopro di avere preso un appunto “mariano” anche leggendo Il nome della rosa, il famoso romanzo di Umberto Eco, in gioventù fervente cattolico e dirigente nazionale di Azione Cattolica, tanto da scegliere la tesi di laurea su san Tommaso, e divenuto poi uno dei capifila dei liberal agnostici od atei. Di recente Eco, nell’intervista a un giornale tedesco, ha definito Benedetto XVI «un mediocre teologo». I media cattolici sono insorti, chiedendosi indignati come si permetteva un simile giudizio uno che teologo non è, visto che per tutta la vita ha fatto il docente di semiologia ed ha scritto romanzi, seppur travestendo da letteratura la sua saggistica. Replica debole perché ingiustificata, questa cattolica: in realtà, Eco conosce bene la teologia, ma la legge secondo la sua interpretazione, secondo le categorie di quel credente “pentito” che dice di essere. Dunque, è ovvio che non comprenda il già collega universitario Joseph Ratzinger. Ma non usciamo dal tema che ci occupa, veniamo alla citazione tratta da uno dei personaggi de Il nome della rosa: «Nella gloria celeste, nessun uomo (nessuno che sia solo uomo) sarà re in quella Patria eterna, mentre ne sarà regina una donna (una che è solo donna). Chi, dunque, oserebbe dire che i maschi sopravanzano le femmine? Non sarà così nell’eternità beata». Lo dedichiamo a quelle e quelli che ancora si ostinano a dire che il cattolicesimo riserva alle donne un ruolo subordinato, magari umiliante.