Il secolarismo ha vinto, ma io non rimpiango lo zelo Dc. Meglio una minoranza creativa. Come quella di Pannella

12 febbraio 2010 :: Tempi, di Valerio Pece

Da Vittorio Messori talvolta si potrà anche dissentire, ma è uno di quei pochissimi scrittori di cose cattoliche dai quali non si può prescindere. Non sarà un caso se è probabilmente l’italiano vivente più tradotto al mondo. Nello scrittore di Sassuolo col tempo cresce inarrestabile tutto il piacere di chiamare le cose con il proprio nome, di dirla tutta la sua verità, senza sconti o mediazioni, da vero boxeur dei sacri palazzi. Questa lunga cavalcata tra politica, costume e attualità italiana, quasi un “manifesto messoriano”, è lì a confermarlo. Leggere per credere.

Partiamo dall’attualità. Come tradurrebbe l’evocazione e l’auspicio del presidente della Conferenza episcopale italiana Angelo Bagnasco (e prima di lui Benedetto XVI) di una «nuova generazione» di cattolici in politica? Significa che quelli di oggi sono da rottamare? Quali ambienti cattolici dovrebbero essere sollecitati a entrare in politica?

C’è una tentazione illuminista, da cui neanche la gerarchia è esente, che pensa di cambiare il mondo soprattutto attraverso la politica. Ma le speranze devono confrontarsi con la realtà. E la realtà è che per cinquant’anni a governare l’Italia è stato un partito, la Democrazia cristiana, che come stemma aveva una croce. Erano persone che la mattina avevano come appuntamento fisso più che la colazione l’eucaristia, magari con fotografi in chiesa. Ma è stata anche un’esperienza finita come sappiamo, con disonore. Scomparsa determinata anche, se non soprattutto, proprio da ciò che del partito doveva essere lo stigma: la morale. La Dc non ha comunque impedito nulla sulla via della secolarizzazione, basti pensare che la legge sull’aborto porta i nomi di quattro cattolici praticanti su cinque firmatari. La verità è che il cristiano è un realista, ha letto Machiavelli e sa che la politica ha le sue leggi, leggi che, lo vogliano o no le anime belle, sono ferree. La deriva laicista investe l’intero Occidente, ma la Francia del socialista Mitterrand e dell’ateo Chirac, per esempio, ha prodotto leggi pro-famiglia decisamente migliori di quelle democristiane. Più che con Bagnasco, sto con papa Ratzinger, che ci ricorda che la vocazione della Chiesa è quella voluta da Gesù stesso, di essere un piccolo gregge, un sale, un lievito. Quindi comunità attive, minoranze creative. Meglio, molto meglio che sognare cristianità che non torneranno più, e men che meno zelanti politici cattolici.

Mentre nella Prima Repubblica (quella cosiddetta corrotta, clericale e reazionaria a guida Dc) i peccati di sesso rimanevano ben fuori dalla politica, oggi il “sex scandal” fa molta audience e, come è noto, stronca le carriere dei migliori moralisti. Siamo diventati protestanti anche in Italia?

C’è una costante: quando svanisce la fede arriva la dittatura della morale, che poi degrada subito in moralismo. E i maestri di etica alla Robespierre alzano le ghigliottine, oggi mediatiche. Certo, sono presenti anche da noi venature di quel protestantesimo liberale che ha abbandonato la fede considerando il Vangelo solo come codice etico. Quanti ex preti ed ex seminaristi che non credono più nel Cristo e ti presentano un Gesù solo uomo, come campione di etica, come moralista sommo!

Domenico Delle Foglie su Avvenire ha definito la candidatura di Emma Bonino alla presidenza del Lazio da parte del Partito democratico «uno schiaffo alla comunità cristiana».

Sono stato amico di Augusto Del Noce. In uno degli ultimi incontri mi disse: «Credimi, il Pci si sfalderà e diventerà solo un grande partito radicale di massa». È stato profeta. Ovvio dunque vedere oggi i cattolici del Pd mimetizzarsi, ridotti a essere foglie di fico. Le truppe, la fanteria è composta da vecchi comunisti diventati radicali alla Bonino, cioè libertari di sinistra, adepti dell’ideologia egemone: aborto, divorzio, eutanasia. Quella vecchia radicale come candidata non è dunque un corpo estraneo in quel partito.

Eppure Benedetto XVI ha smontato la formula della “fede adulta”, cara ai cattolici progressisti. L’atteggiamento di chi non ascolta più la Chiesa, secondo il Papa, è presentato «come “coraggio” di esprimersi contro il magistero. In realtà, tuttavia, non ci vuole per questo del coraggio, perché si può sempre essere sicuri del pubblico applauso. Coraggio ci vuole piuttosto per aderire alla fede della Chiesa, anche se questa contraddice lo “schema” del mondo contemporaneo». Più chiaro di così…

Cattolico adulto è una contraddizione in termini. Dal Vangelo: «Se non vi farete come bambini non entrerete nel regno dei cieli». Se c’è una cosa che Gesù raccomanda e predilige è il candore, l’innocenza. Proprio quella del bambino che serba ancora il dono dello stupore. Attenzione però: il candore in senso evangelico può convivere con le cattedre universitarie, con lo studio più serio e profondo. Nella Chiesa c’è posto per la santità di Bernadette e per quella di Tommaso d’Aquino.

È interessante quella parola coraggio messa dal Papa tra ironiche virgolette.

L’ideologia egemone è oggi il politicamente corretto, il radicalismo liberal. Il grande vincitore di questi anni è senza dubbio Giacinto Pannella detto Marco, che ha cavalcato l’ideologia del futuro. Minoranza ma affatto marginale, questi radicali. Un esempio organizzativo cui potrebbero guardare i cattolici. Io sono, ahimé, abbastanza vecchio da avere vissuto già nei giornali gli anni Settanta, quando a furoreggiare era il marxismo, era quella l’ideologia egemone. C’erano orde di preti, frati e suore eccitatissimi da questa scoperta, anche quando già l’ideologia stava per finire malamente. Il matematico Lucio Lombardo Radice, membro del Comitato centrale del Pci, che scrisse la prefazione al mio Ipotesi su Gesù, tra il meravigliato e il divertito mi diceva: «A Messò, ma ’sti fratacchioni e ’ste suorette ce credono ancora!». Allora si era “coraggiosi” e “profetici” se si abboccava a quell’ubriacatura ideologica. Gli altri, come il sottoscritto, che non ci stavano, erano i cortigiani, i pavidi, i reazionari. Non è mutato molto col cambio di ideologia: oggi il vero coraggio è sfidare i radicali liberal. Il Papa ha ragione da vendere: essere liberal è il massimo del conformismo.

Se Atene piange, Sparta non ride. I finiani non sono lontani da certe posizioni liberal, specie in materia di bioetica. A forza di voler fare sintesi tra istanze inconciliabili la “nuova destra” di Fini appare a molti un disegno “à la carte”. Che idea se n’è fatta?

Ma se perfino preti e vescovi sono contaminati dalla prospettiva provvisoriamente vincente, c’è da stupirsi se capita anche a un Fini qualsiasi? Ho conosciuto il Fini fascista. Lui non manganellava, è stato sempre un “fighetto” con cravatta e completi Facis, non era “er Pecora”, ma incitava i suoi a darsi da fare. Con le mani e, se del caso, con le spranghe. Si dice che “solo i paracarri non si spostano mai”, per cui Fini è ovviamente libero di cambiare idee se lo ritiene opportuno, anche se in realtà i suoi elettori lo hanno votato per ciò che ora ha abbandonato, anzi combatte. Mi faccia dire, però, che Fini perde un’occasione storica.

Quale?

La storia, non solo politica, ha bisogno della dialettica destra/sinistra. La destra, come d’altronde la sinistra, è un “atteggiamento eterno”. Abbandonando la destra, Fini, che ne è stato il leader, non tanto per meriti quanto per investitura di Almirante, lascia vuoto uno spazio che prima o poi sarà occupato da qualcuno. Comunque, se vuole costruire il Pd del futuro, fatti suoi e di chi lo ha votato che viene beffato. Il cristiano, in ogni caso, non è né di destra né di sinistra, ma, contemporaneamente, è di destra e di sinistra. Destra e sinistra sono “categorie teologiche”. Mi spiego. L’uomo di sinistra non crede nel peccato, per lui a salvare il mondo bastano i corsi di aggiornamento, il sociologo e l’assistente sociale (ricordo che per Rousseau l’uomo nasce buono, è la società a corromperlo). L’uomo di destra, invece, al peccato crede troppo, e al posto dell’assistente sociale vuole lo sceriffo, l’ordine e tribunali severi, meglio se corti marziali. Il cristiano crede sia nel peccato che nella redenzione, crede in Adamo ma anche in Gesù Cristo. È in un centro che di tutto fa sintesi: è la costante cattolica dell’et-et.

Come valuta la visita di papa Benedetto XVI alla Sinagoga di Roma?

Bene, certamente. Il problema è un altro. Sono un filosemita, lo dico subito e a scanso di equivoci. Mi piacerebbe, però, che quando si parla di Israele si potessero utilizzare categorie politiche, come si fa con la Francia, l’Inghilterra e qualsiasi altro paese, senza doversi sentire sempre ricattati dalla Shoah e dall’antisemitismo. Rivendico il diritto di poter esprimere i miei pareri su Israele in quanto Stato tra gli altri, senza essere ricattato da qualcuno che immancabilmente ti ammonisce, o ti denuncia, con un “ma come ti permetti, come la mettiamo con Auschwitz?”. L’ebreo è una cosa, la classe politica della Repubblica d’Israele un’altra.

Lei afferma che una morale laica non può esistere poiché è inutile appellarsi alla coscienza («qual è la “coscienza” dell’indigeno antropofago?», scrive causticamente). Questo è un nodo da approfondire.

Norberto Bobbio, di cui sono stato discepolo – parlo quindi di quello che è considerato un guru, un “papa laico”, non certo un clericale – ci diceva spesso, nelle aule dell’università torinese: «La morale razionale che noi laici proponiamo è l’unica che abbiamo, ma in realtà è irragionevole». È semplice: perché si dovrebbe fare il bene piuttosto che il male, se facendo il male mi verrà un vantaggio e nessuno svantaggio? Non c’è alcuna risposta ragionevole a questa domanda. Se manca il chiodo a cui appendere l’etica, allora nessuna etica è razionalmente possibile. Quel chiodo, che non può che venire da un Legislatore fuori di noi, per il credente è Dio.

Ragion per cui appellarsi alla coscienza…

È ridicolo. La coscienza può avere contenuti e significati opposti. Un esempio? Tutti i filosofi greci, da Aristotele a Platone, coloro cioè che sono considerati il punto più alto del pensiero non cristiano, non solo accettavano la schiavitù ma la difendevano a spada tratta. O pensiamo all’atteggiamento della coscienza dell’uomo di fronte alla guerra: l’immagine del guerriero come uomo esemplare fino al Settecento non è mai stata messa in discussione. O ancora la “coscienza” islamica, diversissima dalla nostra.

Anche su giornali e tv sono ormai numerose le voci che vedono nel dilagare del politicamente corretto il rischio di una deriva verso una forma di censura di fatto, soprattutto nei confronti del pensiero genuinamente cattolico. Qual è lo stato di salute della nostra informazione?

Si può dire tutto, in tutti i media, basta trovare la forma e non essere noiosi. Confesso che leggere certi teologi per me è una penitenza. Non si lamentino poi se non vanno sui giornali… Da questo punto di vista vedo in giro troppo vittimismo cattolico. Certo, se vuoi fare il crociato o il profeta apocalittico, ovvio che il Corriere della Sera non ti pubblica. Vorrei essere chiaro: il politicamente corretto è sì qualcosa di orrendo (e che combatto da sempre), però è anche prigioniero dei suoi stessi princìpi, deve almeno far finta di rispettare le opinioni di tutti. Io presento le mie idee e queste sono pubblicate perché non mi censuro affatto ma trovo il modo adatto per dirle, senza pretendere di imporle e senza alzare la voce. In più di dieci anni non ho ricevuto dal Corriere non solo nessuna censura ma nemmeno alcun ritocco. Del resto, non sono stato io a cercare il Corriere, è il Corriere che ha cercato me, non sono stato io a cercare la Mondadori o la Rai, è accaduto il contrario. Eppure tutti conoscevano le mie idee, sapevano bene che razza di cattolico coriaceo sono ma sapevano anche che, da giornalista ormai navigato, conosco le regole del gioco.

Una nota “leggera”. Recensendo l’ultimo film di Verdone, dove quest’ultimo veste i panni di un prete, ha scritto che «non si può definire “cattolica” una prospettiva dove c’è posto solo per il sorriso rassegnato». Perché?

Voglio bene a Verdone, non ha smanie da demagogo pericoloso come un Beppe Grillo. Ammetto che verso di lui ho un pregiudizio positivo. È stato un divertissement recensire il suo film. Film divertente ma a cui avrei tagliato la chiusa, perché sbagliata. Quel fotogramma in cui il sacerdote, tornato in Africa dopo il soggiorno in famiglia che ha aggravato la sua crisi vocazionale, da un collegamento via web-cam capisce che nulla è cambiato nella sua terribile famigliola, quel suo scuotere la testa sorridendo triste e rassegnato, come a dire “il mondo va così e non possiamo farci nulla”, ecco, quella non è la prospettiva del credente. Il quale unisce realismo a utopia, prudenza a impegno. Verdone, comunque, mi ha ringraziato: gli ho creato il dibattito che desiderava. Si ricordi che la peggior stroncatura è il silenzio. Pensi che sono anni che Piergiorgio Odifreddi – l’ex allievo del seminario di Cuneo che vuole diventare il Bertrand Russell dei poveri, questo sedicente laico cui i genitori hanno dato il nome del beato Frassati – mi supplica di stroncarlo sul Corriere, di offenderlo, di replicare rabbioso alle sue provocazioni (tipo «il cristiano è un cretino»). Ma me ne guardo bene. Stroncarlo sarebbe fargli il piacere maggiore. Se ne ricordino i tanti cattolici che credono che occorra sempre rispondere colpo su colpo.

© Tempi