Il mio bicchiere sempre mezzo pieno. Per questo dico “grazie Italia”

3 giugno 2010 :: Corriere della Sera, di Vittorio Messori

Caro Direttore,
quanto si scrive, e ancor più si scriverà, sul secolo e mezzo di unità non lascia indifferente uno come me, la cui lontana tesi di laurea (e a Torino, nella facoltà proprio davanti a Palazzo Carignano, sede del primo Parlamento) fu in storia del Risorgimento. Uno che, tra l’altro, fu coperto di contumelie -presentando un suo libro su quei decenni al Meeting di Rimini- perché accusato di avere chiesto un Tribunale di Norimberga per i Padri della Patria. Non dissi questo, ovviamente: sto, in questo con Luigi Sturzo: “Per l’unificazione italiana fu commesso anche molto male . Ma, malgrado tutto, alla fine fu un bene“.

Qui, non è con i libri che vorrei confrontarmi, bensì con l’esperienza della vita. Non è anche con piccole, private tessere, che si costruisce il grande mosaico della Storia ? Per quanto mi riguarda, nascevo proprio nei giorni in cui il Regno d’ Italia celebrava i suoi primi ottant’anni. Ne compivo giusto venti quando a Torino si apriva sul Po la scintillante “Italia 61“ e vidi il presidente Gronchi inaugurarla. Mezzo secolo è passato ed è giunta per me l’età dei bilanci. Ebbene, permettimi di anticipare subito che il mio, di bilancio, è diverso da quello cupo delineato da molti. Coltivo il realismo e, dunque, guardandomi indietro e giudicando l’oggi, non mi sfuggono ombre, magagne, errori. Eppure, dopo una vita intera, la verità mi impone di abbozzare un sommesso ma convinto: “Grazie, Italia“.

Una vita fortunata? Certamente, se guardo alla salute e alle occasioni che la Provvidenza mi ha concesso. Ma, altrettanto certamente, non una vita privilegiata: i miei genitori portarono a Torino me, bambino sui quattro anni, subito dopo la guerra, avendo come unica proprietà una valigia e uno zaino militare. Mio padre, dopo tre anni nel Regio Esercito, aveva risposto ai bandi del nuovo governo e aveva militato nell’esercito regolare della RSI . Impensabile il ritorno nella nostra Emilia, dove tutti i fascisti si erano scoperti di colpo comunisti e si dedicavano con zelo alla caccia agli ex-camerati che non si erano adeguati. I miei genitori dovettero tutto abbandonare e tutto ricominciare, lontano dal mattatoio emiliano.

Ebbene, mio padre, lavorando come semplice impiegato e divenuto alla fine “quadro”, andò in pensione dopo 35 anni e per ben 30 godette di una decorosa pensione, versata con puntualità. Alla pari di mia madre, nei tempi penosi della vecchiaia è stato assistito da una sanità pubblica praticamente gratuita e di una qualità che sarebbe ingiusto criticare. Da una camera in subaffitto si era giunti a una dignitosa casa di proprietà, nella prima periferia di Torino. La si dovette a un ”piano Fanfani“ che costruì innumerevoli alloggi a riscatto, dove l’affitto era una rata per l’acquisto. Mio padre lavorò sempre nella stessa azienda, senza timore di licenziamento, sempre rispettato nei suoi diritti, e, grazie solo al suo stipendio, io pure vidi giungere nella nostra casa, uno dopo l’altro, i segni di una vita diversa. Dopo radio e giradischi, ecco il telefono, il televisore, il frigorifero, la lavatrice, la lavastoviglie e tutto il resto. Dopo la stufa a carbone, ecco i termosifoni. E, dopo la bicicletta, la Vespa, poi la Seicento, infine la confortevole auto media. Finito il periodo dell’emergenza postbellica, a parte normali guasti non ricordo alcuna interruzione di gas, elettricità, acqua, telecomunicazioni e ovunque ho trovato in abbondanza ogni tipo di merce , senza ritardi né restrizioni.

Non ho memoria di avere mancato un impegno per uno sciopero di trasporti: ne ho subiti tanti, troppi, ma con un po’ di elasticità e di organizzazione non sono stati tali da impedirmi sia il lavoro che il turismo. Ho scritto e ricevuto migliaia di lettere, quando ancora erano di carta, sperimentando che le poste sono lente, spesso in modo esasperante, ma sicure: ritardi anche gravi ma mai, dico mai!, alcun smarrimento. Come le ferrovie, del resto: in ritardo fisiologico ma, statisticamente, tra le più sicure del mondo. Nelle grandi e piccole città dove ho abitato, mezzi pubblici sufficienti mi hanno permesso di spostarmi all’interno, mentre per l’esterno ho goduto del fitto reticolo di autostrade e di strade magari non tenute al meglio ma sempre percorribili. Delinquenza? Uno scooter e un paio di autoradio rubate, un portafoglio scippato, una incursione di zingari in casa. Tutto qui, in decenni. Ma, pur girando dappertutto notte e giorno, spesso solo, nessuna aggressione o rapina. E mai alcun timore di qualche conseguenza per ciò che, del tutto liberamente, ho scritto in libri e giornali e ho detto in ogni sede, pubblica e privata. Sono stato libero di andare in chiesa o di non andarci e di votare o no, per qualunque lista, qui pure senza paura alcuna. Pur esponendomi come giornalista, nessun mafioso mi ha mai minacciato né alcun politico mi ha mai blandito o ricattato. E, sempre, ho trovato un direttore per ospitare ciò che volevo dire.

Quanto alla scuola: tranne la prima elementare in un istituto privato, sino alla maturità classica, fui, sempre, nelle scuole statali torinesi. E il tutto gratis o quasi, le tasse di iscrizione essendo solo simboliche. Un po’ più alte ma sempre modeste, accessibili persino a me , pure quelle universitarie. Questo Paese ha dato al figlio di chi aveva dovuto ricominciare dal nulla, isolato anche da parenti ed amici, la stesse possibilità di istruzione di un borghese benestante. Istruzione, per giunta, di eccellente qualità, ispirata al rigore subalpino, in edifici dignitosi, puliti, illuminati, riscaldati. Al di fuori delle aule, c’era una Torino in cui un terzo delle case era distrutto e le fabbriche erano montagne di detriti: la ricostruzione ebbe del prodigioso, la città fu più che mai una delle capitali europee dell’industria, l’espansione economica stupì l’Europa. C’era una Torino di seicentomila abitanti che, in pochi anni, seppe far posto a quattrocentomila immigrati senza tumulti di strada, torme di mendicanti, bande di saccheggiatori, favelas. Quanto alla professione, seppure con pazienza e tenacia, non mi è stato impossibile sgusciare dentro a quella che da sempre desideravo, pur non avendo nei giornali né parenti, né amici, né padrini politici o economici. Come mio padre, non ho temuto licenziamenti immotivati, malattie, vecchiaia, sapendo di potere contare su contratti sindacali, casse mutue, istituti pensionistici. Ero e sono tranquillo anche per i miei risparmi, consapevole che una rete di salvataggio fa sì che una banca, da noi, non possa fallire. E potrei continuare.

Insomma, caro Direttore, se sto al mio piccolo vissuto –e , ne sono certo, a quello di moti dei miei coetanei- mi pare settario o superficiale il mantra continuo su un Paese dove tutto sarebbe stato, e sarebbe tuttora, sbagliato e da rifare. Non solo il calcio, anche l’autodiffamazione sembra lo sport nazionale. E, invece -lo ripeto- un “grazie, Italia“ mi sembra giustificato: di questa nostra unità nazionale conosco bene i limiti e i risvolti non edificanti, ma ho sperimentato che c’è. qui, anche un “bicchiere mezzo pieno“ da cui molti abbiamo bevuto e beviamo.

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