Dittature ostili e persecutrici? Inciampano sempre sul Papa…

27 dicembre 2010 :: Corriere della Sera, di Vittorio Messori

Nei messaggi natalizi di questi giorni, denuncia, rammarico, preghiera di Benedetto XVI sembrano essersi focalizzati sulla persecuzione dei credenti nel Vangelo. E non caso. In effetti, come documentano tragiche statistiche, il cristianesimo (e il cattolicesimo in particolare) è sempre più la confessione religiosa maggiormente perseguitata nel mondo: a livello ideologico in alcuni Paesi dell’Occidente e in modo sanguinoso in Asia, in Africa, in qualche angolo di America latina. Il martirio, che sembrava relegato a secoli lontani, è tornato ad essere una realtà o una minaccia incombente per chi venera la Croce. A parte le esplosioni di fanatismo islamico, sono da ricordare le molte ferocie che hanno per protagonista una religione avvolta a lungo, tra noi, in una “leggenda rosa”: quel “mite e tollerante“ induismo, cioè, che ha un volto oscuro che lo stesso Gandhi cercò di mitigare con iniezioni profonde di Vangelo. Provocazione intollerabile, la sua: in effetti, fu proprio un induista ad assassinarlo, in quanto colpevole di “inquinamento cristiano“ del Pantheon indiano. Persino il buddismo, “mite” per eccellenza secondo l’immaginario occidentale, si è fatto minaccioso, almeno in alcune zone e per alcune scuole.

Ma nel messaggio più ampio e solenne, quello urbi et orbi del mattino di Natale, papa Ratzinger ha dedicato buona parte delle sue parole accorate al caso della Cina. Qui, la persecuzione è innanzitutto politica: dopo la mattanza dei credenti in epoca maoista, la leadership di Pechino afferma di voler tollerare i cristiani. Purché, però, chi tra loro è cattolico aderisca a una Chiesa Nazionale (“Patriottica“, la chiamano) che tronchi i rapporti con Roma.

Si rinnova, così, una storia antica che sarà bene ricordare perché vi è in essa un insegnamento su cui riflettere. Per stare soltanto agli inizi della modernità: tra i motivi del dilagare immediato e del consolidarsi della Riforma protestante ci fu l’appoggio di Prìncipi che, spesso, nulla sapevano di dispute teologiche. E ciò per un paio di motivi: la possibilità di confiscare senza indennizzo le terre delle ricche abbazie e, in genere, ecclesiastiche; e, poi, l’opportunità di mettersi a capo delle comunità cristiane locali, diventando così Papi in casa propria, senza ingerenze fastidiose di Roma. Il caso più clamoroso fu quello di Enrico VIII, che cercò di toccare il meno possibile fede e liturgia, poiché ciò che lo interessava (oltre, naturalmente alle ricchezze dei monasteri) era, innanzitutto, mettersi egli stesso a capo della Chiesa d’Inghilterra, rimuovendo gli scomodi Pontefici. Tra le prime misure della Rivoluzione francese ci fu la creazione di una Chiesa “nazionale“, i cui sacerdoti e vescovi giurassero fedeltà alla Francia e fossero stipendiati dallo Stato, a patto che non dipendessero più da Roma. La Germania, tra Ottocento e Novecento, ci provò due volte: prima con Bismarck e il suo Kulturkampf con il motto los von Rom, via da Roma; e poi, naturalmente, con Hitler che, a guerra vinta, contava di far subire ai cattolici quanto gli era riuscito con i luterani, riorganizzati nella Chiesa del Reich. Ma ogni totalitarismo ha sempre fatto di tutto per tagliare i rapporti dei suoi sudditi con i Papi romani. Nel genocidio dei credenti da parte di Lenin e Stalin, i primi perseguitati senza pietà furono gli Uniati, cioè coloro che, pur mantenendo liturgie e tradizioni proprie, si erano “riuniti” a Roma. Non potendo liberarsi del cattolicesimo, la Polonia spese grandi somme ed energie per creare essa pure la sua Chiesa nazionale –il Movimento Pax- ovviamente non “papista”. Questo fu anche il sogno dei “cappellani“, frati e preti scomunicati, che seguivano Garibaldi; ma anche notabili risorgimentali meno intransigenti facevano piani per una “Chiesa italiana“ che il nuovo Stato potesse controllare. Persino l’ultimo Mussolini di Salò, in cui riemergevano gli umori anticlericali del socialista che era stato e che in fondo era rimasto, inveiva contro la trahison des clercs e annunciava che, a guerra finita, avrebbe fatto un brutto scherzo al Papa, separando da lui la Chiesa italiana. Anche all’auge del successo, boicottò i pellegrinaggi a Lourdes e cercò di indirizzare i pellegrini italiani a Loreto: un santuario “nazionale” per una Chiesa che voleva sempre più “nazionale“.

Sono solo alcuni esempi che confermano una costante cui non poteva sfuggire neppure il regime della Cina. Ancora una volta, la lotta e la persecuzione si concentrano contro la sola Chiesa che abbia un’organizzazione mondiale e in cui le comunità locali siano guidate da pastori nominati da Roma e da essa dipendenti. Il Vangelo può essere fastidioso, ma un Papa è intollerabile: come può uno straniero lontano mettere il naso nelle cose di un Impero? Questi vescovi, rappresentanti per giunta di una piccola minoranza, come si permettono di esser i soli a non unirsi all’ossequio che, da tutto il mondo, giunge a un mercato da un miliardo e mezzo di persone, governato da un regime granitico e circondato da una selva di missili atomici intercontinentali? Eppure, in tanti secoli, sempre si è ripetuto il copione: laddove Cesare vuol prendere per sé anche ciò che spetta a Dio, inciampa in quell’ostacolo che il Pontificato romano. In ogni totalitarismo, c’è almeno una forza mondiale che può giungere pragmaticamente, come male minore, a compromessi, a firmare concordati, a benedire bandiere; ma che, messa alle strette, quando ne va di mezzo la fede, non si piega e, perseguitata, già progetta la rinascita dopo la bufera. La storia mostra che neppure a Pechino riusciranno in ciò in cui hanno fallito imperatori e dittatori di ogni tempo e paese.

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