Da Messori tutte le verità su Lourdes

28 ottobre 2012 :: Il Nostro Tempo, di Beppe Del Colle

​Vittorio Messori ha compiuto il 16 aprile scorso settantuno anni, metà dei quali impiegati a scrivere libri. Dal primo, il famosissimo e tradottissimo «Ipotesi su Gesù», del 1976, a quello in libreria da qualche giorno, intitolato «Bernadette non ci ha ingannati» (edito da Mondatori, pp. 291, 18,50 euro) sono ormai più di venti (ed esattamente venti, con quest’ultimo, sono quelli che ospita la biblioteca casalinga di chi scrive: un record, più di qualsiasi Hemingway o Salgari). E non basta: in più luoghi di quest’ultima opera Messori promette che, a Dio piacendo, ce ne sarà un’altra puntata, sul medesimo argomento: Lourdes.

Chi conosce la sua sterminata produzione storico-religiosa sa di che pasta è fatta, a quale modello si ispira, quali sono le ragioni per cui è nata e continua imperterrita in una stagione in cui la religione sembra vittima della scristianizzazione, almeno in Europa e anche in Italia. Difficile avere dubbi: Messori è un cavaliere della fede cattolica, armato di una conoscenza della Sacra scrittura e della storia del cristianesimo difficilmente paragonabile con quella di un qualsiasi altro moderno intellettuale laico. L’arma migliore di questo cavaliere della fede è la polemica, sostenuta da un rigore implacabile sui riscontri testuali, da libri o da conversazioni private con storici o testimoni diretti di certe vicende. O addirittura con chi è ai vertici della Chiesa: nel 1985 per il libro «Rapporto sulla fede» a colloquio con l’allora prefetto del Sant’Uffizio Joseph Ratzinger, e nel 1994 con «Varcare la soglia della Speranza», con papa Giovanni Paolo II.

«Bernadette non ci ha ingannati » è una vera e propria requisitoria contro i presunti «inganni» circa le apparizioni dell’Immacolata Concezione nella grotta di Massabielle, vicino a Lourdes, denunciati da una storiografia non solo atea e anticlericale, ma viziata da una sorprendente ignoranza delle realtà accadute in quella grotta dall’11 febbraio al 16 luglio del 1858, in diciotto occasioni, quindici delle quali consecutive, giorno dopo giorno.

Bernadette Soubirous, allora quattordicenne, primogenita di una coppia poverissima che viveva con altri figli in un’unica stanza al pianterreno di un antico carcere, era «un nulla», come hanno scritto tante volte tante persone, a qualsiasi livello sociale, pubblico o privato, laico o sacerdotale, mondano o monastico. Analfabeta, non era mai andata a scuola, se non per pura carità negli ultimi tempi perché doveva prepararsi alla prima comunione (sebbene con la famiglia andasse a messa tutte le domeniche e tutte le sere recitasse il rosario in casa); era piccola di statura, sofferente di asma e di altri mali (morì a 35 anni di tubercolosi), vestiva praticamente di stracci, guadagnava qualche franco con lavori umili, casalinghi o nei campi o nei pascoli, non sapeva parlare francese… e così via.

Eppure una persona così ai margini di tutto ebbe, all’improvviso, la grazia di offrirsi in dono alla fede di milioni e milioni di uomini e di donne di ogni Paese che ancora oggi, a 154 anni da allora, vanno pellegrini a Lourdes, davanti a quella grotta oggi circondata da un vero e proprio armamentario di santuari, cappelle, immagini, statue, contenitori dell’acqua «miracolosa», dove il 25 marzo del 1858, durante l’ennesima apparizione di colei che Bernadette aveva chiamato fino ad allora, nel suo dialetto subpirenaico, «Aquerò » («Quella là») definendola come «un petito damiselo» (“una piccola signorina”), l’immagine che le parlava sorridente dal buio della caverna disse che il suo nome era «Immacolata Concezione». Esattamente la definizione dogmatica, e dunque per i fedeli obbligante, che la Chiesa di Pio IX le aveva conferito ufficialmente quattro anni prima.

Il libro di Messori è diviso in nove capitoli in cui si affrontano ciascuno degli «inganni» di cui Bernadette (con complici di cui lei stessa poteva essere più o meno consapevole) è stata accusata, in buona o mala fede, lungo tutta la sua vita, da quel 1858 del miracolo al 1879, quando morì dopo aver trascorso sei anni in un convento nel suo paese natale e altri tredici, come novizia e poi come suora, come infermiera e infine come ammalata purtroppo inguaribile nell’annesso ospedale, con il nome di suor Marie Bernard, nella casa madre delle Suore della Carità e dell’Istruzione cristiana a Nevers.

I titoli dei nove capitoli sono tutti seguiti da uno o più punti interrogativi: 1) Quella Grotta: perché?; 2) Quando? Dove? Come?; 3) I genitori?; 4) I preti?; 5) Una commediante?; 6) Un’allucinata?; 7) Sconfessioni? Dubbi?; 8) Scetticismo in convento?; 9) Il diavolo? Per ogni punto interrogativo Messori offre la risposta secca, spesso tranchant. Lasciamo ai lettori il gusto (e la pazienza) di scoprire queste risposte, che comunque hanno il merito di confondere e rendere spesso addirittura ridicole le motivazioni con cui la letteratura e la pseudostoria di stampo laicista e antireligiosa hanno cercato fino a oggi di annullare il significato reale delle apparizioni a Bernadette.

Lei non era il tipo di ragazza capace di ingannare qualcuno inventando una mistica Apparsa e i colloqui con essa, non solo per il proprio carattere in genere allegro e giocoso e la scarsissima istruzione, ma anche per il rifiuto istintivo e immediato a qualsiasi offerta di denaro o di doni materiali, cibo e abiti, che nel corso della vita molti le hanno presentato; non era soggetta ai fenomeni morbosi tipici dell’allucinazione; non era spinta a frequentare con tanto entusiasmo e tanta obbedienza la Grotta dai genitori, per guadagnare qualcosa, o dai sacerdoti o dai vescovi dei dintorni, che anzi ne hanno dubitato per quattro anni; se ebbe un dubbio non dirà mai altre parole che «e se mi fossi sbagliata?», ma i suoi compaesani e poi tutti gli altri curiosi che la accompagnarono in crescendo per cinque mesi a Massabielle non dubitarono mai della realtà veridica dei suoi cambiamenti del volto e della bocca mentre parlava con la visione (anche se erano voci che non si udivano da nessuno, tranne che dalle due protagoniste dei colloqui).

Messori dà spiegazioni di tutto, e smentisce con durezza Emile Zola, Renan, lo psichiatra Charcot e altri scrittori, storici, scienziati, giornalisti quando sostengono che di Lourdes è obbligatorio non credere nulla. Citiamo un solo episodio, fra decine e decine: il “trucco” dell’intransigente ma onesto commissario di polizia di Lourdes, Jacomet, che riferì falsamente al padre di Benedetta che la figlia aveva ammesso di essersi inventata tutto sui ordine dei genitori: il mugnaio fallito François Soubirous rispose, al contrario, che le avevano ordinato di non andare più alla Grotta, ma lei aveva disobbedito. E il commissario Jacomet non scrisse nulla di questo, nel rapporto ai superiori.

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