A tavola # 5

19 marzo 2011 :: La Bussola Quotidiana, di Vittorio Messori con Andrea Tornielli

Caro Vittorio, non possiamo non cominciare questo nostro nuovo «A tavola» senza commentare ciò che è accaduto una settimana fa, il devastante terremoto avvenuto in Giappone, il conseguente maremoto che ha inghiottito intere citta e ucciso decine di migliaia di persone. Le immagini che hanno raggiunto i nostri teleschermi sono davvero terrificanti. Difficile non pensare alla nostra caducità. Difficile non interrogarsi sul perché Dio permette tutto questo…

Beh, sai, vedendo quelle immagini e ascoltando qualche cronaca, mi è venuto in mente Voltaire. Ma sì, proprio lui, che approfittò del terribile terremoto di Lisbona, nel 1755, per scrivere alcuni opuscoli e libretti (il più famoso è il Candide) per farsi beffe del concetto cristiano di Provvidenza. Fingeva di prendersela con Leibniz («tutto va bene nel migliore dei mondi possibili») in realtà, come al solito, ce l’aveva con l’Infame, la Chiesa cattolica. Ma che razza di Dio-Amore è quello di cui sproloquiate, chiedeva ai preti, se poi permette catastrofi come questa? Ed era facile replicare a quelli che, come il celebre padre gesuita Gabriele Malagrida, affermavano che la strage era venuta in punizione dei peccati degli abitanti di Lisbona. Forse che quelli di Parigi o di Londra peccano meno? E che dire degli innocenti per antonomasia, i bambini, periti essi pure a migliaia? replicava beffardo Voltaire. In realtà è Gesù stesso che ci impedisce di fare discorsi alla Malagrida (tra l’altro finito sul rogo della Inquisizione anche per le sue esagerazioni scriteriate), Gesù, dunque, con la sua domanda in Luca: «Credete forse che quei diciotto sopra i quali rovinò la torre di Siloe e li uccise fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme?». Certo, va detto che spesso quello che chiamiamo un «tragico destino», attribuendone la responsabilità al Padreterno, è in realtà responsabilità degli uomini. Quando avvengono catastrofi come quella giapponese, non posso non pensare al Vesuvio, uno dei vulcani più pericolosi del mondo. Molto più dell’Etna : questo è “effusivo”, si sfoga cioè con continue colate di lava, mentre il Vesuvio è “esplosivo”: può tacere per decenni, magari per secoli, ma prima o poi la pressione dei gas imprigionati fa saltare il tappo che si forma sul cratere e il disastro è immane. Ebbene, i napoletani, soprattutto in queste decenni, abusivamente ma approfittando nel menefreghismo di chi dovrebbe controllare, hanno costruito condomini e ville a centinaia sin quasi alla sommità e hanno circondato di case per centinaia di migliaia di persone quella sorta di bomba atomica che prima o poi esploderà. Non solo: quegli enormi insediamenti abusivi hanno strade piccole e strette, per costruir il più possibile, e, in caso di allarme, con migliaia di auto in fuga, si bloccherebbero in modo inestricabile. Nessuno, poi, da quelle parti si preoccupa di far piani per prepararsi all’evento. Lasciami allora fare una domanda, consapevole che la carità cristiana non ha nulla a che fare col buonismo di chi è pronto a tutto tollerare: non ci sarà difficile dare solidarietà ai napoletani, piangere sulla loro sorte quando (ed avverrà di certo, è una legge fisica) capiterà la catastrofe ? Di certo, chi si è fatto la casa panoramica sul cratere, a dispetto non solo di ogni legge ma anche di ogni buonsenso, non potrà inveire contro il Cielo che permette simili cose…

Va bene, ci sono anche responsabilità umane. Ma pur con tutte queste responsabilità, disattenzioni, etc., restano comunque davvero molti gli eventi nei quali davvero ci si potrebbe chiedere dove stia la bontà del Creatore. E quanto avvenuto in Giappone mi sembra uno di questi…

Ma, vedi, questo non è altro che un aspetto di quel problema del Male alla cui risposta sono dedicate biblioteche intere e, quindi, non possiamo affrontarlo qui. Alla fine di ogni ragionamento, però, occorre accettare un Mistero che ci sarà chiarito soltanto nell’aldilà. Un Mistero, credo, di vita anziché di morte: in effetti i terremoti non sono che movimenti naturali per quella “cosa” viva che è la sfera che abitiamo. L’immobilità è ciò che caratterizza la morte e la Terra non è morta, è in continuo movimento, non solo ruotando su stessa e attorno al sole, ma anche nelle sue viscere. Certo: va al di là della nostra comprensione umana perché questa vita debba talvolta portare tanti lutti. Ma proprio qui la fede deve assicurarci che, malgré tout, la Provvidenza divina sa quel che fa.

Questa volta alle scene già di per sé apocalittiche del terremoto e dello tsunami devastante, si sono aggiunte le paure per gli incidenti verificatesi in una delle tante centrali nucleari giapponesi. Cresce, anche nel nostro Paese la paura. Ci si interroga se sia giusto procedere sulla strada dell’energia nucleare. A tuo avviso si tratta di paure giustificate?

La risposta deva darla l’oggettiva scientifica, non la nostra emotività. Abbiamo rinunciato al nucleare proprio per emotività, con un referendum indetto dopo il disastro di Chernobyl. Da qui vedi che, come ogni ideologia, anche il “democraticismo”, diventi una fede irrazionale: quella di credere che, convocate a referendum, le masse scelgano sempre il meglio, per se stesse e per il mondo. Come sai, la Costituzione vieta di sottoporre a referendum i trattati internazionali e le leggi fiscali. Ma occorrerebbe una aggiunta: il divieto di sottoporre a giudizio popolare anche le questioni che esigono conoscenze tecniche che noi profani non abbiamo. Tra l’altro, il Giappone ha una sessantina di centrali nucleari che non hanno avuto problemi pur con il terremoto più devastante della storia nipponica, i guai sono venuti solo dall’impianto più vecchio. Quarant’anni di età: una enormità, mi dicono, per simili impianti. La Francia di centrali ne ha ancor di più ma, in cinquant’anni di esperienza, non hai mai registrato guasti pericolosi. Sai, l’atomo sembra fatto apposta per risvegliare paure ataviche, irrazionali: la morte, qui, è invisibile e non giunge subito ma impiega anche anni per arrivare subdolamente. Poi, forse, nel nostro subsconcio opera anche la consapolezza che il nucleare, come dice il nome, arriva al centro, al nucleo, del mistero della materia. Insomma, il problema se ricominciare noi pure un percorso atomico va sottratto alla “gente” e lasciato a un sinedrio non di saggi – in senso generico – ma di esperti veri. Sai come io diffidi della categoria degli “esperti” ma in questi temi occorrono davvero una scienza e una esperienza che non sono affatto di tutti. Sono questioni, queste, in cui il «secondo me» del passante non ha alcuna rilevanza. Non c’è da scherzare, se pensi che i più fanatici profeti dell’antinucleare sono quel signore che cominciò come comico e diventò maestro di demagogie, tal Beppe Grillo e quel vecchio canterino, demagogo egli pure (e lui pure maestro di contraddizioni tra il dire e il fare, tra prediche anticonsumiste e vita) che risponde al nome di Adriano Celentano. Io, qui, invece che gente di spettacolo preferirei sentire un ingegnere sperimentato…

Concordo su Grillo, un po’ meno su Celentano: è vero che spesso ha assunto un ruolo di telepredicatore che si prende troppo sul serio. Ma è stato ed è un grande artista, un credente, e non direi che sia maestro di contraddizioni. Ma lasciamo stare Grillo e Celentano. Spendiamo, invece, ancora una parola sulla festa dell’Unità d’Italia: come giudichi la decisione dei consiglieri lombardi della Lega Nord che hanno disertato l’aula al momento dell’esecuzione dell’inno di Mameli?

Mi pare che già lo osservassimo, proprio qui: la Lega deve pur fare il «minimo sindacale» per non scontentare e deludere i puri e duri, i “credenti” nel mito della Padania, i vecchi militanti della base, quando ancora si parlava di secessione dall’Italia. Un contentino a costoro va dato, senza però esagerare: sono lontani i tempi in cui lo scalcagnato movimento faceva sorridere, con i comizi per strada del Bossi in canottiera e i militanti vestiti, da celti, da barbari con l’elmo e le corna. Pian piano, da gruppo di eccentrici o di sprovveduti, la Lega si è trasformata in un partito di governo che ha un suo dirigente storico addirittura a capo del ministero più strategico, quello degli Interni, dove si controllano tra l’altro la polizia e i prefetti. Anzi, nelle province lombarde e venete la Lega ha finito coll’attrarre i voti degli antichi elettori democristiani e, con essi, il moderatismo dello scudo crociato. Dunque, lasciamo che facciano un po’ di scena (soprattutto avvicinandosi le elezioni a Milano) per non scontentare il gruppetto che porta ancora le corna, ovviamente parlo di quelle sull’elmo. Ma stiano attenti a non esagerare perché nel loro elettorato, ormai vasto e interclassista, c’ è anche molta gente – anzi, credo proprio la maggioranza – che non è disposta a tirare troppo la corda quanto a polemica antitaliana. A Milano poi, che mica è la Barcellona catalana contro la Madrid castigliana. Milano (parlo a ragion veduta, ci ho abitato una decina d’anni) è tra le città più patriottiche, anzi è forse la città che più ha dimenticato il suo dialetto per identificarsi interamente nella lingua che proprio il suo Manzoni ha provveduto a rendere agile e moderna. Ed è la lingua il fattore più significativo di identità. Sai, a me più che il dirigente leghista che esce dall’aula, pagando il suo tributo ai vecchi fedeli, fa specie quel Giorgio Napolitano che dei suoi 85 anni ne ha passati almeno 60 prima come militante e poi come dirigente del Partito Comunista Italiano. Ti ricordi il loro stemma? La bandiera rossa sovrapposta al tricolore, di cui si vedeva solo l’orlo. Ti ricordi la loro propaganda contro il patriottismo, malattia mortifera della borghesia e il loro appello all’internazionalismo, visto che il proletariato non è diviso da frontiere ma è unito nel mondo intero dalla solidarietà di classe? Beh, vedere questo vecchio signore farsi sacerdote austero e, almeno apparentemente, convinto della religione della Patria, sentirlo che ci esorta ad avvolgerci nel tricolore, questo mi fa un certo effetto. Così come mi faceva effetto vedere Indro Montanelli, anche lui quasi novantenne, finire i suoi giorni acclamato come beniamino alle Feste dell’Unità. O, adesso, vedere Fini, corteggiato dalle sinistre e parlare come un liberal progressista. Proprio lui che, da prediletto di Almirante, era bersaglio del grido ossessivo degli anni Settanta: «Fascisti, carogne, tornate nelle fogne». Naturalmente, mica sono così ingenuo da dimenticare l’avvertimento del luciferino Talleyrand, colui che fu sempre al governo, quale che fosse e che diceva: «In politica, la coerenza è la virtù degli imbecilli». Sono cultore, lo sai, della Realpolitik, dunque non mi scandalizzo di certo, eppure faccio una certa fatica a orizzontarmi con il compagno Napolitano, per una vita membro del Comitato Centrale del PCI, che fa discorsi patriottici che Edmondo De Amicis stesso avrebbe trovato un poco eccessivi, magari un pizzico retorici…

Vittorio, cambiamo totalmente argomento. Mondo e Missione ha appena pubblicato i dati di una ricerca secondo la quale appena il 28% degli italiani dichiara di prender parte alla messa domenicale. Un’altra ricerca condotta dall’Università La Sapienza, attesta che solo al 77,46 % dei bambini nati in Italia nel 2004 è stato amministrato il battesimo contro l’89% del 1991. Non ti sembrano segnali preoccupanti che indicano l’avanzare della secolarizzazione in Italia?

Se pensiamo che prima il cardinal Ratzinger e poi Benedetto XVI ha spesso ripetuto che l’Italia è per lui una consolazione, perché qui la fede e l’istituzione ecclesiale hanno tenuto molto meglio che altrove…Se pensiamo a questo, abbiamo un’idea di come sia ridotto quell’ “altrove”… Eppure, come sai, questo tipo di statistiche non mi hai mai impressionato troppo. Innanzitutto, perché Dio solo sa che ci sia davvero nel cuore di coloro che, pur non essendo più “praticanti”, hanno un contatto con Lui magari maggiore del nostro. E poi, perché la Chiesa non è nostra, la Chiesa è di Cristo, è il suo Corpo stesso. Dunque, non prendiamoci troppo sul serio, elaborando piani e disegnando strategie per un recupero. Cerchiamo di fare il nostro dovere, sino in fondo e, per il resto, ci pensi Lui: a noi sarà chiesto conto dell’impegno, non dei risultati che, appunto, solo da Lui dipendono. Tu ed io, nella nostra miseria, ci diamo da fare, scriviamo libri e giornali di apologetica, facciamo conferenze, cerchiamo – come possiamo… – di vivere un poco da cristiani. Almeno nel senso di non cascare, se ci riesce, nei peccatacci peggiori. È il nostro dovere, è la nostra vocazione cui dobbiamo obbedire. Ma, come sappiamo, qualunque cosa facciamo bene, qualunque cosa diciamo benissimo, non arriveremo mai con le nostre forze a convincere alcuno della verità del Vangelo, se Lui non interviene. In questa prospettiva, è certo che dovremmo contare meno sull’attivismo e più sulla preghiera: forse (nel nostro caso) sarebbe meglio fare qualche articolo in meno e recitare qualche buon rosario in più… Sai, per rimediare a una crisi, a un calo dei consensi, a un rarefarsi dei voti, il Segretario di un partito può esortare i dirigenti a darsi da fare, a scendere tra la gente, a incrementare la propaganda. Ma, grazie a Dio, la Chiesa non è un partito. È un luogo dove la contemplazione di Maria vale di più del darsi da fare di Marta. E la Chiesa non è neppure una multinazionale economica che deve tenere a bada i concorrenti e incrementare il fatturato. La contabilità di questa nostra Comunità non è tenuta da nessun amministratore umano e non sappiamo quanto siano il passivo e l’attivo nei libri contabili del Cielo. In ogni caso, dobbiamo deciderci ad accettarlo: per quanto possiamo vedere, la cristianità, intesa come adesione di massa all’istituzione ecclesiale, è da tempo in disarmo. Ma questo, non mi stancherò di ripeterlo, puoi aiutarci a riscoprire la vocazione che il Signore stesso ha voluto per i suoi: sale, lievito, granello di senape, seme gettato nella terra. Insomma, le famose «piccole comunità attive e creative» di cui ha parlato il Papa e che, parola di Vangelo valgono di più e di meglio delle statistiche apparentemente trionfali di un tempo.

La SEI, la casa salesiana che è uno dei tuoi editori, questa settimana ha pubblicato un comunicato. È contenta, e c’è da capirla, perché anche nel suo secondo libro su Gesù il Papa cita e raccomanda un suo (e tuo) libro, Patì sotto Ponzio Pilato? Nel primo volume, nel capitolo su Barabba, Joseph Ratzinger – Benedetto XVI rinviava il lettore a quel libro definendolo «importante». Adesso, nella nuova opera, si dice, a proposito della cacciata dei mercanti dal tempo, che «è giusta la tesi, motivata minuziosamente soprattutto da Vittorio Messori». Cosa che hai fatto ancora una volta nel libro sulla Passione. Come ti senti a essere citato in questo modo dal Pontefice?

Beh, non è una battuta: mi verrebbe da dire che, se il Papa mi cita e mi approva, è per mancanza di meglio… Sai, proprio perché non sono un accademico e quindi non dipendo dal giudizio dei colleghi (di cui bisogna rispettare le mode) ho una libertà di dire come stanno le cose che non hanno i docenti delle stesse università pontificie. Comunque, se ti ricordi te lo dicevo anche quando facemmo insieme Perché credo: questa approvazione al mio lavoro da divulgatore non è una soddisfazione per il vanitoso ma è una rassicurazione per il cattolico. Mi viene confermato, cioè, dalla fonte più autorevole che il mio impegno non è dannoso, come hanno scritto alcuni biblisti e teologi “adulti”, perché la difesa della Tradizione, anche esegetica, sarebbe oggi improponibile e sviante. Il Papa stesso mi conferma che questa è una strada ancora praticabile e che, nel mio piccolo, l’ho percorsa senza sbandare. Uno sgravio di coscienza, dunque, mica da poco! Che anche per questo, a quel nostro amato Pontefice, anzi quell’«Omino bianco» – come l’ho sentito simpaticamente chiamare da un bambino – vada, per quanto conta, la mia riconoscenza.

© La Bussola Quotidiana