A tavola # 17

18 giugno 2011 :: La Bussola Quotidiana, di Vittorio Messori con Andrea Tornielli

Caro Vittorio, queste ultime settimane sono state piuttosto piovose, dunque in pochi se ne sono accorti, ma tra un paio di giorni inizierà l’estate. Mi dicevi della decisione di sospendere nel periodo di vacanza (che comunque non sarà di vacanza, né per me né per te), il nostro settimanale appuntamento a tavola.

Caro Andrea, come sai mi sono affezionato (come te, peraltro) a questo colloquio, avvenuto puntualmente per 21 volte, durante il quale abbiamo tentato di proporre sugli eventi più importanti non uno sguardo “cattolico”- non siamo così presuntosi – quanto quello di “cattolici “ che traggono le loro personali conclusioni dalla fede. Ovviamente, lontani dal giudicare meno “cattoliche“ altre prospettive nate da altre sensibilità e storie. Siamo entrambi difensori della libertà del credente in ciò che non è di fede. Ma sai anche che mi impone una pausa un impegno editoriale, un lavoro al quale sto dedicando molto tempo e fatica, e che ancora molta ne richiede, un nuovo libro a cui tengo particolarmente, che elaboro addirittura da qualche decennio…. Farò coincidere la pausa con l’estate, rinunciando anche a spostamenti e viaggi. Tra i miei limiti c’è anche quello di sapermi concentrare solo su un obiettivo alla volta. Dunque, non ero più in grado di gestire anche questo impegno. Peraltro, continuerò ogni mese quel “ Vivaio “ che è ospitato da circa una decina d’anni da Il Timone. Dopo tanto lavoro e tanti libri è naturale che abbia una nicchia di lettori fedeli e affezionati – almeno quanto io sono affezionato a loro – che non me ne perdonano una. In effetti , quando passammo dal nostro “aperitivo“ giornaliero alla “tavolata “ settimanale , ricevetti messaggi di rimbrotto, quasi accuse di colpevole abbandono… Prevedo che rampogne ancor più aspre mi giungeranno ora. Ma vorrei ricordare a quei lettori che lascio il lavoro qui (almeno durante l’estate ) per concentrarmi meglio su un libro per me davvero importante, che dovrebbe ripagare la loro pazienza. Così, almeno mi auguro. In ogni caso, questa Bussola è nata bene e sta crescendo rapidamente e bene: idee chiare e, soprattutto, ottime firme per divulgarle. Gente al contempo informata, spesso dotata e sorretta da una precisa prospettiva cristiana. Dunque , uno in più serve sempre ma non è indispensabile. Credo sia il mio caso.

Veniamo al nostro colloquio. La notizia della settimana è rappresentata dall’esito dei quattro referendum. Per la prima volta dopo quindici anni è stato nuovamente raggiunto il quorum, i «sì» hanno vinto con percentuali bulgare. A me sembra che si sia trattato di una clamorosa e inequivocabile spallata a Berlusconi e al suo governo. Più che nel merito dei complicati e controversi quesiti, gli elettori hanno voluto mandare una sorta di ultimo avviso al premier. Che cosa ne pensi?

Sono sostanzialmente d’accordo con la tua analisi, Andrea. Ho seri dubbi sul fatto che moltissimi elettori, anche a causa della mancanza di un’adeguata informazione, fossero in grado di esprimere un giudizio approfondito su almeno due quesiti referendari, quello relativo al nucleare e quello sulla cosiddetta “privatizzazione” dell’acqua. Sono problemi tecnici da una parte e amministrativi dall’altra di cui la maggioranza sapeva poco o nulla. Dunque è vero che l’inedita affluenza alle urne e il risultato così netto rappresentano un pesante avviso al premier. E’ significativo che proprio sul quotidianoberlusconiano Il Foglio, c’era una vignetta di Vincino con le folle che si precipitano alle urne «per fare il contrario di quanto consigliato da Berlusconi», come dice la didascalia. Ecco, vedi, il Cavaliere ha sempre avuto con gli elettori un rapporto più che politico: carismatico. E il carisma in politica è quanto di più pericoloso e fragile possa esistere: si basa sui sentimenti, sulla pancia, non sul ragionamento e sulle motivazioni profonde e neppure sugli interessi concreti dell’elettore. Quando la gente votava in maggioranza De Gasperi, non lo faceva per il suo carisma, perché affascinata da certi aspetti della sua personalità, ma per la sua affidabilità, onestà competenza e anche per il suo anticomunismo. Lo stesso non accade per Berlusconi e l’esito del referendum ne è lo svelamento . Prima o poi doveva succedere. Come dicevamo in una delle precedenti tavolate, se nei risultati delle recenti amministrative possono aver giocato anche altri elementi (a Milano la Moratti che stava antipatica alle donne, a Napoli l’eterna nostalgia di un Masaniello), nel caso dei referendum la gente ha voluto dire all’uomo di Arcore che l’idillio è finito e, come sempre accade in politica, il carisma ha finito per esaurirsi.

Quali conseguenze trai da questa analisi?

Beh, innanzitutto dobbiamo dire che c’è un equivoco molto italiano, quello di illudersi di poter fare la politica senza i politici; quello di considerare addirittura come un’accezione negativa la definizione «professionisti della politica». Eppure, Andrea, guarda all’Europa e anche agli Stati Uniti: Merkel, Sarkozy, Cameron, Zapatero, Obama sono tutti politici di professione. Solo noi abbiamo un out-sider. La gente ha pensato per Berlusconi: ha saputo far bene i suoi affari, saprà far bene anche quelli del Paese! Ma non è stato così. Non poteva essere così, le virtù del capitano d’industria sono ben diverse da quelle necessarie allo statista. Il vecchio senatore Agnelli , il fondatore della Fiat, liquidò ironico chi lo voleva capo del governo per evitare l’arrivo di Mussolini , dicendo che per quel mestiere ci volevano i Giolitti. Dobbiamo emendarci da questo equivoco, soprattutto per il futuro, visto che ora molti indicano in Luca Cordero di Montezemolo un nuovo salvatore della patria… Seguo le sue imprese industriali – da buon modenese sono tifoso della Ferrari- e spesso ne ammiro l’abilità, ma non potrà essere la soluzione affidarsi a un manager dopo avere provato con un imprenditore o impresario che sia (prima dell’edilizia, poi della televisione). Ciò di cui bisogna essere consapevoli – e qui parla il vecchio studente di Scienze politiche – è che la politica è una professione e tra le più difficili. Ci vogliono quelli del mestiere, i dilettanti provocano guai grossi. Abbiamo perso le grandi scuole della nomenklatura pubblica, cioè gli esecrati eppure indispensabili partiti, le grandi scuole rappresentate dalla Dc e dal Pci, ma anche dal Psi, dal Pri, dal Pli … Una volta si cominciava con i calzoni corti, facendo il consigliere in un comitato periferico di quartiere, e solo dopo un lunghissimo e durissimo apprendistato ci si poteva ritrovare ministro per la prima volta a cinquant’anni. Se non a sessanta. Chiedere politici non professionisti è come chiedere di farsi operare da chirurghi non medici, solo perché provengono dalla cosiddetta «società civile». La macchina dello Stato è una cosa maledettamente complessa e la politica ha delle regole precise , che si apprendono solo con l’esperienza sorretta da una autentica vocazione. La Patria non si salva affidandosi a chi ha mostrato di raggiungere il successo, ma in palestre ben diverse da quelle che deve frequentare chi aspiri a diventare uno statista.

In ogni caso, dopo l’esito del referendum, si apre una nuova fase politica. In queste ore di tiene il raduno di Pontida, tutti aspettano di vedere che cosa farà la Lega. Posso chiederti se sei ottimista o pessimista sul futuro del Paese?

Ottimismo e pessimismo non sono categorie cristiane. Il cristiano è un ottimista radicale, perché sa che la storia è nella mani del Signore Gesù Cristo. Sarà lui a ricapitolare tutte le cose, è lui che conduce la partita, e siamo certi della sua vittoria finale. C’è dunque un ottimismo di tipo escatologico che deve caratterizzare noi cristiani. Per quanto riguarda i rapporti col mondo, il cristiano non è né ottimista né pessimista, è consapevole che nella storia male e bene si intrecciano, a cominciare da ogni singolo uomo e sa che deve confrontarsi con la realtà così com’è, senza illusioni ma anche senza cinismo corrosivo . E allora permettimi di rifarmi alla mia esperienza personale, ormai non breve. Credo che il decennio più terribile del dopoguerra siano stati gli anni Settanta, che ho vissuto come redattore a La Stampa (per la quale tra l’altro tu pure ora lavori) e stavo allora a Torino, la città nell’occhio del ciclone più di ogni altra. Tanto per cominciare, ho visto da vicino il terrorismo di quegli anni di piombo. Carlo Casalegno, il vicedirettore del mio giornale, assassinato dai terroristi rossi, era anche il responsabile di Tuttolibri, cioè della redazione culturale dove lavoravo : ci avevo a che fare quotidianamente, rimasi addolorato se non sconvolto dalla sua morte tragica. Ma gli anni Settanta sono stati anche caratterizzati dai sequestri di persona con la richiesta di riscatto: qui pure fui colpito da vicino, ne fu tra l’altro vittima un amico, Rossi di Montelera, il discendente del Rossi che con Martini creò il celeberrimo vermuth. Dal punto di vista economico l’inflazione era galoppante, a due cifre: ogni tre mesi la lira veniva svalutata per cercare di favorire le esportazioni. Erano gli anni del sindacalismo demagogico, gli scioperi si succedevano agli scioperi, viaggiare in treno ed aereo era un azzardo. Scuole e università erano occupate per ogni pretesto dagli studenti che «partecipavano» molto ma studiavano poco. C’erano governicchi di coalizioni instabili e litigiose che duravano appena un anno, e lo Stato non era nemmeno in grado di battere moneta, le banche private furono costrette ad emettere i mini-assegni. Nella Chiesa c’era la contestazione più arrabbiata e Paolo VI gemeva parlando del «fumo di Satana» penetrato nel tempio di Dio. In quel periodo abbandonarono l’abito più preti e suore di quelli che se n’erano andati all’epoca della Riforma protestante. Ecco, proprio allora, l’Italia ha mostrato di avere in sé risorse, possibilità e capacità di riemergere . Dopo gli anni Settanta, arrivarono gli Ottanta, quelli dell’ottimismo, gli “anni da bere“. Chi ha conosciuto quei tempi è ormai vaccinato contro ogni catastrofismo sul futuro di questo Paese . Come forse ricordi, sono sempre stato non soltanto ammiratore ma anche amico di quella sorta di istituzione della Repubblica che è Giulio Andreotti, senatore a vita. Ci conoscemmo a Porta a Porta ed ero lieto di qualche occasione per stargli vicino. Ho sempre ammirato la sua capacità tutta cattolica di demitizzare. Ricordo come ripetesse spesso ai pessimisti: «State tranquilli, da noi poi alla fine tutto si aggiusta…». Sto con Andreotti anche stavolta. E sono convinto che anche stavolta tutto si aggiusterà. Come ha detto qualcuno: l’Italia è stata dichiarata morta molte volte, dunque ha imparato bene l’arte di risorgere .

Vittorio, la guerra internazionale benedetta dall’Onu contro la Libia di Gheddafi continua nel silenzio e nell’indifferenza. Ormai è evidente che l’unico obiettivo è quello di abbattere il rais. Strano che i pacifisti non si facciano sentire…

Leggevo qualche giorno fa sul Corriere della Sera l’intervista esclusiva a uno dei figli di Gheddafi, quello più stimato per le sue capacità politiche. Diceva: l’idea che questa guerra sia combattuta in nome della democrazia è ridicola. Ripeteva ciò che abbiamo già detto in questi nostri dialoghi, e cioè che dietro ai ribelli, che sono poi quattro gatti, c’è l’atavico scontro tribale tra Tripolitania e Cirenaica, c’è il regolamento di conti tra notabili locali. Molti ribelli, dice Gheddafi junior, erano leccapiedi del rais. E lancia la sfida di far svolgere regolari elezioni, sotto stretto e imparziale controllo internazionale: dall’esito di vedrebbe che la maggioranza dei libici è ancora con Gheddafi. Attenzione, non sto certo dalla parte di quel pittoresco tiranno. Ma mi sembra di poter dire che i cittadini libici non sembrano poi così dispiaciuti del tenore di vita che il regime ha garantito loro, come dimostra il fatto che sui barconi di immigrati in arrivo a Lampedusa, di libici ce ne sono pochi se non nessuno. In ogni caso, questa guerra è una tragica ipocrisia: Sarkò e i suoi alleati sono sempre più imbarazzati , dato che speravano di concludere tutto in pochi giorni, semplicemente bombardando. Penso però che di Gheddafi non si libereranno così facilmente. Quanto ai pacifisti questa volta silenziosi, beh, di che cosa ti stupisci? Non sai che i realtà il pacifismo è una ideologia come le altre, dunque il pacifista tipo non vuole la pace ma solo il rispetto del suo schema previo ?

Una notizia che ti abbia colpito in modo particolare in questi giorni ?

Beh, il fatto che in Olanda (come sempre capofila del politicamente corretto) stia per essere approvata una legge che impedisce la macellazione secondo il rituale islamico. Questo, come sai, vuole che gli animali siano dissanguati prima di essere mangiati e, dunque, bisogna che la morte delle bestie sia lenta. Dai cadaveri il sangue non sgorga. Il rituale non riguarda solo bovini ed ovini ma anche i bipedi, a cominciare dalle galline .
Dopo anni di polemiche, gli animalisti stanno per avere partita vinta, denunciando questo rituale come una sofferenza intollerabile per gli animali. Guarda che le conseguenze di questa legge (che pare sarà certamente approvata) non saranno per niente secondarie. L’Olanda possedeva colonie nei Paesi islamici del Sud Est asiatico, dunque la comunità musulmana è assai numerosa e sempre crescente. Che succederà quando per centinaia di migliaia di muslìm olandesi non sarà possibile mangiare carne se non “sacrilega“ perché irrispettosa della Tradizione coranica? Si creerano macelli clandestini per gli islamici osservanti ? Mmmh, mi sembra improbabile, l’Olanda è piccola e bene organizzata, la polizia vigila e non è che la macellazione sia cosa da poco, da fare di nascosto in garage… Te li vedi i vicini di casa che non si accorgono di nulla e che non telefonano in commissariato ? Si riforniranno con aerei-frigo che giungeranno ad Amsterdam da Paesi musulmani ? Costoso e anche impraticabile, per vari motivi che qui non sto a enumerare . Tra l’altro, la legge olandese potrebbe imporre il divieto di importare carni con il metodo giudicato inutilmente crudele. Ne abbiamo già parlato: questa è la conferma di quanto si osservava. E che, cioè, alla fine la coabitazione con l’Occidente porterà l’islam ad abbandonare le sue pratiche religiose. Ma, per il suo ritualismo, ciò significa anche l’abbandono della fede.
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