A tavola # 16

11 giugno 2011 :: La Bussola Quotidiana, di Vittorio Messori con Andrea Tornielli

Caro Vittorio, ormai da giorni viviamo con il fiato sospeso per il nuovo batterio E-Coli, di una specie particolarmente resistente, che ha provocato la morte di diverse persone in Europa. Un’infezione della quale sembravano responsabili prima i cetrioli spagnoli, poi i germogli di soia tedeschi, e infine, non si sa… Servizi sui Tg, pagine di giornale, la paura che cresce. Che cosa ne pensi?

 

Ovviamente, Andrea, trovandoci di fronte a dei morti bisogna avere rispetto. È il primo sentimento che deve muoverci, come uomini e come cristiani. Come sai, non si è ancora ben capito da dove l’infezione provenga: cetrioli o germogli di soia o quant’altro… Un dato, comunque, pare certo: viene da una verdura che è stata consumata cruda. Vedi, quando l’ho letto, non ho potuto fare a meno di pensare che ci trovavamo di fronte al massimo per un salutista: verdura cruda, per giunta biologica! Secondo alcuni esperti, proprio l’adempimento fedele delle leggi che regolano questo tipo di agricoltura può aver favorito l’infezione. L’agricoltura biologica, infatti prevede soltanto l’utilizzo di concimi naturali, e proprio il letame pare sia responsabile della diffusione del batterio. Insomma, un ennesimo caso di eterogenesi dei fini, cioè di risultati rovesciati rispetto alle buone intenzioni: proprio le regole per campare il più possibile possono portare alla morte. Che, stavolta, non ci sarebbe stata se le vittime avessero mangiato una bistecca o una trota. O anche solo se, non seguendo la moda del crudo, se avessero fatto cuocere le loro verdure.

 

Secondo te i mass media – e dunque anche noi – hanno delle responsabilità per il modo in cui presentano e diffondono queste notizie, spesso facendo crescere il panico?
I media (come sempre, o quasi…) hanno le loro responsabilità. Ma non dimenticare che una grande responsabilità ce l’ha soprattutto l’Organizzazione mondiale della sanità, questo carrozzone dell’ONU, dal prestigio dicono ingiustificato (come, ahinoi, molto di ciò che è delle Nazioni Unite: pensa all’abortista Unicef) che si lascia andare spesso e volentieri al terrorismo psicologico. Le piace usare a proposito o a sproposito il nome inquietante di “pandemia”, che è più del già allarmante “epidemia”. Per rimanere all’ultimo decennio, mi permetto di ricordarti qualche precedente. Nel 2001, con la complicità dei media mondiali, si è diffuso il panico per l’epidemia del morbo della Mucca Pazza. In Italia, a conti fatti, i morti sono stati in tutto due, ma non siamo affatto certi che a ucciderli sia stato quel famoso morbo che tenne per mesi la copertina di tutti i telegiornali. Due anni dopo, siamo nel 2003, ecco che l’Oms lancia un nuovo allarme, questa volta per quella cui dà il nome di Sars, la sindrome acuta respiratoria. In Italia i morti sono stati in tutto una quindicina, ma anche in quel caso non siamo certi se siano morti a causa della Sars o per altre patologie. Arriviamo così al 2006, quando si è diffuso il panico per la Peste Aviaria: un nome terribile. Eppure non ha provocato neanche un morto in Italia. Neanche uno! Una peste davvero singolare… E veniamo all’ultimo allarme prima di quello di questi giorni: nel 2009 abbiamo avuto l’emergenza per la Febbre Suina. Il nostro Paese ha sborsato ben duecento milioni di euro – 400 miliardi delle vecchie lire – per acquistare 48 milioni di dosi di vaccino (in pratica quasi una per ogni abitante). Le dosi utilizzate sono state pochissime e tutto il resto è stato buttato nella spazzatura. Anche in questo caso, pochi morti e senza la certezza che sia stata determinante la Febbre Suina. Ecco, credo che dovremmo darci tutti una regolata: non ci sono soltanto i media irresponsabili, c’è anche chi inventa questi allarmi, ci sono gli organismi internazionali. E poi bisogna mettere nel conto gli affari dei grandi gruppi farmaceutici che a ogni emergenza vedono crescere del quindici-venti per cento il loro valore in Borsa. E bisogna anche tenere presente che le migliaia di funzionati dell’Oms, pagatissimi e privilegiati come sempre in queste organizzazioni, devono pur giustificare la loro riverita esistenza. Niente di meglio che un allarme per “pandemia” ogni paio d’anni… Che importa a loro se, a causa delle esagerazioni, i danni economici sono enormi? Pensa al blocco della carne – da noi la fiorentina e non solo – per la fantomatica “mucca pazza”. O, in queste settimane la rovina per tante produzioni agricole . Insomma, il solito Chesterton: «Non è che l’uomo d’oggi non creda a nulla. Il suo problema è che crede a tutto». Persino alle Agenzie dell’ONU e ai media che tengono loro bordone….

 

Vittorio, mentre questa nostra conversazione sarà online, si staranno per aprire i seggi per i quattro referendum popolari: riguardano l’acqua e la sua gestione, il nucleare, il legittimo impedimento… Posso chiederti che cosa farai? Andrai a votare o resterai a casa? E se andrai a votare, come voterai?
A parte qualche raro caso, in occasione dei referendum non mi sono mai recato alle urne, esercitando il mio diritto di non votare, dato che nel caso del referendum l’astensione è una precisa scelta politica. Vedi, non ci andrò perché mi piacerebbe contribuire a farli fallire. E non solo questi, ma tanti altri. Mi amareggio per le spese folli che vengono fatte per renderli possibili. Abito vicino a una grande scuola. E per almeno quattro giorni e altrettanti notti, praticamente ormai una o due volte all’anno, è tutto un via vai di polizia, di luci accese, di scrutatori… Il tutto, quasi sempre per sezioni deserte e quorum non raggiunti. Penso che in molti casi i quesiti rappresentino – lasciamelo dire – delle sparate demagogiche…

 
Non credi di esagerare? Sparate demagogiche ? Sono quesiti che riguardano leggi dello Stato e la possibilità per i cittadini di esercitare il loro diritto di esprimersi in fondo, è sempre un bene. No?
Beh, Andrea, io sono invece perplesso… Lo sai, ne abbiamo già parlato più volte durante le nostre tavolate, che io vorrei diminuire il peso e la presenza della politica nella nostra vita. Tra i peggiori inquinamenti lasciatici dal comunismo e dal fascismo c’è la convinzione che tutto sia politica, che tutti dobbiamo militare ideologicamente su tutto. Io, invece, vorrei limitarmi a votare ogni cinque anni, per dei rappresentanti che esercitino il loro ruolo per un’intera legislatura, senza bisogno di altre mini-tornate elettorali. Vedi, i referendum vengono svolti per abolire ciò che i nostri rappresentanti – da noi eletti – hanno deciso, le leggi che loro hanno promulgato. Tra l’altro molti quesiti sono lontani da quel sano realismo che servirebbe, rispondono invece a input demagogici e al protagonismo di certi gruppi politici magari minuscoli ma fanatizzati. Per questo me ne starò a casa e non volermene se non entro nel merito della gestione delle reti idriche, del nucleare o del legittimo impedimento, o di quant’altro ci sia su quelle schede. Ti parlo seriamente: poiché mi sono escluso dalla competizione, poco o nulla so su ciò che è motivo di voto. Anche qui, vale per me il criterio di cui ti parlavo nelle nostra tavolata precedente: delle questioni in ballo, dovrò forse rispondere nell’Aldilà che si avvicina giorno dopo giorno, mese dopo mese? Ovviamente no. Dunque, si diano da fare, ci perdano energie e tempo quelli che, come dice san Paolo, «non hanno la Speranza».

 

Restiamo in ambito politico. Sta facendo discutere la richiesta – per alcuni un vero diktat – della Lega al premier Silvio Berlusconi: il trasferimento di un paio di ministeri da Roma al Nord Italia. Una richiesta che si è fatta pressante dopo la sonora batosta del centrodestra nei ballottaggi e l’evidente logoramento del governo e della maggioranza. Che ne dici? È una buona idea o soltanto una boutade elettorale mal riuscita?
No, Andrea, non è una boutade demagogica. È molto peggio. È una vera idiozia. Un’idiozia anche come trovata propagandistica…

 
Giudizio tranciante, non c’è che dire.
Mi meraviglia che qualche esponente del Carroccio (che spesso, tra tanti limiti, non manca di realismo paesano) abbia potuto pensare di lusingare gli elettori del Nord con questa pseudo-proposta. A Milano, Torino, a Venezia, a Bologna, di tutto si ha voglia tranne che di un’invasione di impiegati statali. L’impiegato statale romano – anche a motivo, ovviamente, di pregiudizi incrostati da 150 anni – non provoca di certo entusiasmi nell’abitante medio della Lombardia o del Piemonte o del Veneto o dell’Emilia… E poi, scusami, ma ti rendi conto di come questa proposta sia l’esatto opposto del federalismo, di quel federalismo tanto sbandierato dalla Lega? Il federalismo, caro Andrea, è o dovrebbe essere un trasferimento di poteri e competenze dallo Stato centrale agli enti locali. Dal centro alla periferia. Trasferire un ministero significa che comunque è lo Stato centrale che continua a controllare tutto. E se un paio di ministeri passassero, armi e bagali, da Roma a Milano questa sarebbe la negazione del federalismo: invece di rendere più forte e autorevole la Regione o il Comune, arrivano gli impiegati romani. Bisognerebbe far dimagrire lo Stato centrale, trasferendo funzioni alla periferia e aumentando le competenze in sede locale. Vanno trasferiti i poteri, non le persone. A parte, poi, l’impossibilità di fare concretamente qualcosa del genere: non ho mai visto che si sia riusciti a trasferire qualcuno (o qualcosa ) da Roma. Siamo amici da molti anni ma forse non ho mai avuto occasione di dirtelo: nel mitico Sessantotto civis romanus eram, ero iscritto all’anagrafe capitolina, abitavo all’inizio della Nomentana proprio davanti a Porta Pia (guarda caso…), avevo un ufficio in una palazzina liberty dei Parioli, con tanto di palme in giardino. Beh, dopo poco prevalse la nostalgia per Torino e feci le valigie per tornare tra i miei portici, le vie dritte e lunghe, le Alpi da una parte e la collina dall’altra, la selva di ciminiere e i tram verdi e neri carichi di operai del Lingotto e della Mirafiori all’alba e al tramonto . Lo sai che tutti quelli che conoscevo nella Capitale pensavano che scherzassi? Quando si resero conto che facevo sul serio mi presero per matto. Com’è sta storia, facce capì!, mi dicevano stupefatti. Stai a Roma, hai un lavoro, un posto dove mangiare e dormire, che vuoi di più ? Tu le vedi migliaia di impiegati romaneschi che accettano di lasciare quella città, indubbiamente fascinosa e dal clima spesso così gradevole, per le nebbie d’inverno e le afe d’estate della Padania?

 

Non credi, Vittorio, che un paio di ministeri, così, tanto per gradire, aumenterebbero il prestigio di Milano?
Al contrario! Mi permetto di ricordarti che la fortuna economica di Milano è stata storicamente determinata dal fatto di non essere mai stata capitale di un regno: fu al massimo sede di un ducato, poi sede di un governatore spagnolo o austriaco. Tranne la breve parentesi napoleonica con il suo Regno italico, fantoccio di Parigi, non è mai stata la sede di una vera Corte e di uno Stato indipendente, come Torino, Roma, Napoli. O anche Venezia. Proprio questo fatto, secondo sociologi ed economisti, è stato determinante per la sua fortuna economica. Vedi, nelle capitali dei regni l’aristocrazia e la borghesia facoltosa e intraprendente impiegavano i loro figli migliori nella corte o nella diplomazia, negli affari di Stato, nei ministeri, nella magistrature, nelle gerarchie militari. A Milano, la mancanza di uffici pubblici di rilievo e di prestigio, ha costretto i nobili e la borghesia a dedicarsi ad altro. L’aristocrazia si è dedicata all’agricoltura, ma non con i latifondi, bensì con aziende agricole organizzate e con cospicui investimenti che della paludosa e malarica pianura hanno fatto il giardino d’Europa. La borghesia si è data all’economia, agli affari, ai commerci, alle industrie. Decisiva per Milano è stata dunque l’assenza di ministeri, di una corte, del centro di uno Stato. Torino, per contrasto, per secoli è stata una città parassitaria, al massimo artigianale, con uno sviluppo lento, perché le energie migliori erano drenate dalla Corte e dagli apparati dello Stato sabaudo, tradizionalmente centralizzatore. Ma Torino non è mai stata industriale e operaia: è una vocazione nuova, che ha dovuto scoprire per forza a partire dal 1864, con lo spostamento della capitale che ha costretto le energie migliori a trafficare, a darsi da fare, a impegnarsi nell’economia. Insomma, li ha costretti a imitare gli ambrosiani.
Per farla breve. I ministeri a Milano sarebbero meteoriti piombati da un altro mondo, percepiti come fastidiosi corpi estranei e nulla aggiungerebbero né all’economia né al prestigio. E sarebbero la tomba del federalismo, sarebbero l’immagine di uno Stato che decentra le strutture ma non i poteri. Uno Stato che porta le sedi lontane fisicamente da Roma ma che è pur sempre da là che dirige e comanda.
© La Bussola Quotidiana