A tavola # 10

29 aprile 2011 :: La Bussola Quotidiana, di Vittorio Messori con Andrea Tornielli

Caro Vittorio, riprendiamo le nostre conversazioni «A Tavola» dopo la pausa pasquale. Volevo inziare dall’intervista televisiva a Benedetto XVI mandata in onda nel corso della trasmissione «A Sua Immagine» nel primo pomeriggio del Venerdì Santo, della quale tu hai scritto sul Corriere della Sera. Mi ha colpito in modo particolare la risposta alla prima domanda, quella sullo tsunami, posta da una bambina italo-giapponese. Mi ha colpito perché di fronte al mistero del dolore e della sofferenza, di fronte alla devastazione provocata da certe catastrofi naturali, il Papa non ha fatto discorsetti, non ha risposto con formule fatte, ha mostrato di condividere la sofferenza e nell’affermare che soltanto nell’aldilà comprenderemo il progetto di Dio, ha ammesso di non avere risposte pronte… Che cosa ne pensi?

Ricordo che ne parlai nell’ultimo capitolo di Ipotesi su Gesù per cercare di contrastare il sillogismo che non è abusivo e che per molti è tra i motivi principali per escludere l’esistenza di Dio. Almeno, di un Dio provvidente e al contempo onnipotente. Si dice: se il Creatore poteva “non inventare” il male, soprattutto quello degli innocenti, e non lo ha fatto, non può essere buono. Ma se avesse voluto evitarlo ma non ci fosse riuscito, allora non è onnipotente. In ognuno dei due casi, se davvero esiste, non è il Dio che immaginiamo. La risposta che davo respingeva tante acrobazie e giochi di parole escogitate da certa teologia e apologetica per cercare di rimuovere il problema. Ciascuno di noi, confrontandosi con il male proprio e degli altri non è consolato da formule tipo: «Il male è privazione del bene. Dunque è un assenza, dunque non esiste …» e cose del genere. Cose che, spesso, invece che rassegnazione provocano rivolta. Cercavo di spiegare, nel mio primo libro, che il male è davvero uno scandalo, che fa bene a rivoltarsi contro Dio chi senza sua colpa è colpito dalla sventura. Rivoltarsi, certo, tranne che contro il Dio del vangelo. Questo, e solo Questo, non è venuto tra noi per distruggere ogni male, ma per caricarselo sulle spalle, sotto forma della croce. Il Deus patiens, il Dio che patisce è la sola risposta: una risposta misteriosa che, almeno in questa vita, non possiamo comprendere. Ma ciò che comprendiamo è almeno questo: che, se Dio stesso ha voluto soffrire come e quanto noi, se l’Innocente ha voluto gravarsi di ogni male, evidentemente c’è una ragione che ci sfugge ma che dobbiamo accettare. La trasformazione del male da scandalo in mistero: ecco il Vangelo. Credo proprio sia questo che ha voluto ricordarci Benedetto XVI.

Cambiamo decisamente argomento. Dopo aver detto che nelle nostre missioni noi non avremmo bombardato la Libia, nel corso della guerra – pardón, l’intervento “umanitario” – il nostro premier ha cambiato idea. In seguito a un colloquio con Obama ha annunciato che anche noi sganceremo bombe e lanceremo missili sull’esercito di Gheddafi.

Mi è molto difficile capire perché Berlusconi non abbia sin dall’inizio seguito l’esempio della stessa «locomotiva dell’Europa», la Germania, che ha voluto restare fuori da questo grottesco festival dell’ipocrisia che è – almeno per noi italiani – la «seconda guerra di Libia». A proposito di ipocrisia: visto che non si poteva nascondere che i bombardamenti «limitati agli obiettivi militari» (così dicevano ) hanno fatto e stanno facendo innumerevoli vittime civili, l’ultima trovata è quella dei missili e delle bombe “depotenziati”. Assicurano, dunque, che impiegano nuovi ordigni che distruggono solo l’obiettivo su cui piombano ma che preservano tutto il resto che ci è attorno… Insomma, vogliono anche prenderci in giro cambiando le leggi della fisica: come se fosse possibile una esplosione che demolisce una caserma, un bunker o anche solo un carro armato senza che chi è nelle vicinanze ne abbia conseguenze. Questa è in realtà sin dall’inizio una guerra tribale, uno degli scontri di sempre tra i clan della Tripolitania e della Cirenaica, tra Tripoli e Bengasi. Democrazia, libertà, lotta al tiranno, diritti umani non c’entrano niente. Ma allora perché il nostro governo ha voluto entrarci e adesso addirittura vuole infilarcisi sempre di più? Mentre anche i nostri aerei bombardano, mi vien voglia di innalzare uno di quei cartelli che erano esibititi nel Sessantotto nei cortei (cui, peraltro, allora non partecipai mai) contro la guerra americana in Vietnam:Not in my name!, non a mio nome. Con i missili di quei Tornado, anche se sono costretto a pagarli con le mie tasse, io non voglio entrarci per nulla. E questo non è far politica, questo è solo esercitare il buon senso e, perché no?, l’amor di patria.

A forza di dire che viviamo in una repubblica delle banane, che abbiamo una politica di tipo sudamericano (a proposito: speriamo che i sudamericani non si offendano troppo…) ecco che nella mente di qualche esagitato si comincia a teorizzare che per abbattere Berlusconi non basta il voto popolare – specie se il popolo non vota come vogliono le opposizioni – ma ci vogliono le armi, le azioni di forza. Insomma, la rivoluzione. Ha aperto le danze un intellettuale come Alberto Asor Rosa, ora si aggiunge anche il giornalista (ed ex partigiano) Giorgio Bocca. Non trovi pericoloso l’affermarsi di questo sentimento?

Bocca? Ci vuol comprensione per i patriarchi, anche se laici, quando la loro età diventa biblica… Quel cuneese compie quest’anno i 91 e, da almeno vent’anni, non fa che ripetere il tipico ritornello dei vecchi: «E’ tutto sbagliato, è tutto da rifare! Ah, i miei tempi, duri ma eroici, quelli erano anni, mica questi!» . Purtroppo, tutti e tre i cosiddetti “maestri” del giornalismo italiano sono caduti nella trappola peggiore: quella di non sapersi ritirare al momento giusto, godendosi in pace i tanti soldi (davvero tanti, come sai) messi da parte durante la carriera. Montanelli, non accettando che gli sfuggisse il ruolo di prima donna recitato per tutta la vita (ventennio fascista compreso) finì acclamato dai comunisti, ormai morenti anch’essi, come beniamino alle Feste dell’Unità. Una intera vita rinnegata pur di stare sul palcoscenico anche dopo gli 80. Biagi negli ultimi anni dipendeva dalla fotocopiatrice: se si guastava, addio articoli! In effetti, riciclava sistematicamente quanto aveva scritto decenni prima e mandava al Corriere. Dove non ne potevano più, ma nessuno, ovviamente, osava dirgli di mettersi a riposo. Montanelli si indignò perché, andando verso i 90, gli tolsero la direzione de il Giornale, Biagi si presentò e fu presentato come un martire perché, alla stessa età, non gli rinnovarono il contratto Rai per una trasmissione al giorno… Adesso l’ultranovantenne Bocca, questo antifascista professionista con però, egli pure, lo scheletro nell’armadio: gli articoli antisemiti scritti sui giornali universitari ai tempi in cui il Duce era per lui il sole che illuminava la vita, con una sola debolezza. Quella di essere troppo bonario e indulgente con gli ebrei. Non entro nel merito delle cose che il vegliardo ha scritto su Berlusconi: chi mai avrebbe il tempo e la voglia di leggerlo? Non io, di certo, che lo sento dire le stesse cose da sempre. E se permetti un cenno personale: proprio perché guardo a quegli esempi rattristanti, prego Dio di non seguirli. E Lo prego che mi faccia capire quando è il momento di darci un taglio e di darsi alla preghiera invece che alla scrittura. Vorrei terminare, a Dio piacendo, un paio di libri cui lavoro da anni e, poi, la Provvidenza mi scampi dal finire la vita riciclando cose già dette e ridette. Sapersi mettere in pensione fa bene sia alla salute che alla reputazione…

Certo che sei molto severo con questi illustri colleghi che hanno fatto la storia del giornalismo nel nostro Paese. Non ti seguo su Montanelli e Biagi (erano voci che valeva comunque sempre la pena di sentire). Ma devo dire che le ultime sparate di Bocca, invece, mi spaventano. Temo che qualcuno possa prenderlo sul serio… Ma voglio cambiare argomento. Capisco bene quanto lontano sia tutto ciò dalla tua sensibilità. Ma siamo appena usciti da un giorno intero di dirette sulle nozze reali dell’erede al trono d’Inghilterra: favola, business, nostalgie per un mondo che non c’è più. Come hai reagito, che cosa ne pensi?

Su queste nozze, come sai, c’era un buon commento di Rino Cammilleri, in questi giorni, proprio su questo nostro giornale. In una prospettiva di fede, la monarchia è finita con la decapitazione di Luigi XVI, ultimo di quella dinastia che i papi ufficialmente dichiararono “cristianissima”. È finita perché con lui finiva la monarchia di diritto divino, il sovrano come rappresentante terreno della paternità di Dio. Finiva la concezione di regno mondano come immagine del futuro Regno celeste, finiva la collaborazione tra Chiesa e Corte con lo stesso fine: condurre i popoli alla salvezza. Da molto tempo, ormai, re e regine appartengono al folklore oppure, quando va bene, alla scienza politica, in quanto costituiscono un potere costituzionale con una funzione di rappresentanza nazionale e di regolatore possibilmente equo della vita politica. Ma per questo mica occorre un re, è lo stesso ruolo dei Presidenti della Repubblica eletti direttamente dal popolo o indirettamente attraverso quelli che dovrebbero essere i suoi rappresentanti: i membri del Parlamento. Detto questo, sono d’accordo con un re spodestato, il pittoresco ex-sovrano d’Egitto, Faruk, che passò i suoi ultimi anni annoiandosi a un tavolino di bar della romana via Veneto. Diceva quel monarca licenziato: «Di re ne resteranno solo cinque: il re di denari, quello di coppe, quello di spade, quello di bastoni. E, come quinto, il re di Gran Bretagna». Qui pure, in effetti, il re regna poco e non governa proprio per niente, ma quella Tradizione che nel Regno Unito ha ancora salde radici gli permette almeno una dignità e talvolta uno splendore che ricordano i tempi antichi. Non dimentichiamo che la grandezza inglese sta anche, se non soprattutto, nel non essere mai caduta nella trappola delle ideologie moderne. Cominciando con l’incrollabile rifiuto di accettare la Rivoluzione francese e, con essa, i disastri che ha portato. La modernità anglosassone sta, paradossalmente, nella sua fedeltà ai valori antichi. Proprio perché è Old England può permettersi di essere un Paese da sempre aperto al futuro. Insomma, sai che ti dico? Non ricordo proprio come si chiamano gli sposini e poco o nulla mi interessa di loro ma vedrò di recuperare su Internet la registrazione della cerimonia delle nozze e mi godrò qual concentrato di simboli, di gesti, di parole che ci ricordano un mondo perduto: quello prima di Robespierre e di tutti i suoi giacobini.

Con te Vittorio, c’è sempre qualche sorpresa. Tutto immaginavo, tranne che vederti seduto sul divano a seguire in differita la cerimonia regale delle nozze di William e Kate… Com’è ormai tradizione, volevo chiederti qual è stata per te la notizia buona degli ultimi giorni.

Non so se si possa definire una notizia “buona”. Di certo è significativa e, forse merita che ci si rifletta, per vedere se non fosse possibile importare o comunque diffondere il messaggio che porta. Succede, cioè, che il governatore del Texas (mettiamo, in suo onore, il nome: Rick Perry), vincendo ovviamente resistenze furibonde, sta decidendo – o ha già deciso, non ho notizie recentissime – di promulgare una legge approvata dal parlamento texano. Una legge secondo la quale ogni donna che ha deciso di abortire, prima di prendere la decisione definitiva, deve essere messa in grado di ascoltare il battito del cuore del corpicino che ha nel ventre. Il benemerito Rick ha detto in televisione, in un messaggio allo Stato: «Queste legge riafferma i nostri sforzi per proteggere la vita e permette che tutti i texani – madri e padri – siano ben informati di ciò che stanno per fare quando prendono una decisione di tanta importanza». Una operazione di verità e di trasparenza, dunque: ma queste sono cose inaccettabili, quando si tratta di aborto, per quelle stesse forze politiche che le invocano ovunque altrove. Ma ben conosciamo, ormai, l’ipocrisia che contrassegna questa nostra cultura. E non soltanto quando si tratta di bombardare la Libia!

E per quanto riguarda la notizia cattiva della settimana?

Logroño è il capoluogo della più piccola Comunità autonoma spagnola, la Rioja, famosa solo per i suoi vini. Ora, una piccola notorietà potrebbe conquistarla anche perché il Comune, amministrato ovviamente dai socialisti, ha pubblicato il suo calendario, ufficiale per la città e con conseguenze dirette circa i giorni lavorativi e quelli feriali. Tra l’altro, è gratuitamente diffuso dappertutto e distribuito a chiunque lo richieda: ovviamente, a totali spese dei contribuenti. In quel “lunario” municipale, non appare il giorno di Santiago (25 luglio), il san Giacomo protettore di Spagna. Non appare la festa della Madonna del Pilar (12 ottobre) patrona della intera Hispanidad. Non appare l’Assunzione di Maria (15 agosto) sostituita dalle ricorrenza della indipendenza del Pakistan (sic !!!). Il giorno della Immacolata (8 dicembre ), quella Immacolata nel cui nome la Spagna si batté per secoli, è sostituto dalla «celebrazione dell’Ordine dei Farmacisti» ( ancora un sic!!!). Il giorno di san Matteo, protettore di Logroño (21 settembre) è trasformato nella «Festa della Vendemmia». Non esiste più il Mercoledì delle Ceneri ma in compenso, nello stesso mese di febbraio, il 25 si celebra l’anniversario della nascita di Maometto. Che dire? Sembra solo una barzelletta che non fa ridere. Sai, così come mi faccio un dovere di diffidare degli entusiasmi (sono pericolosi e rischiano sempre di rovesciarsi nel loro contrario, la depressione…), non pratico neppure la categoria dello scandalo. Dunque, non mi straccio le vesti ma mi rattristo molto: la Spagna è un Paese che amo e non a caso (te l’ho già raccontato) sono stato addirittura decorato dal Re come Amigo de la Hispanidad. Ma, visto che parlavamo dell’Inghilterra, la storia mostra che la Spagna ne è il contrario: è il Paese dell’aut-aut, dei fanatismi contrapposti, delle guerre civili. Mentre la Gran Bretagna pratica quell’et-et che è tra i retaggi della sua antica storia cattolica. La Spagna esagera sempre. E i socialisti di Logroño non sono che gli eredi di questo fanatismo: o elevare roghi per gli eretici o perseguitare i cattolici. Lo conosci, no?, quel detto: «Gli spagnoli corrono sempre dietro i preti. Una volta per seguirli in processione, con un cero in mano. Un’altra volta, con in mano un forcone, per infilzarli».

© La Bussola Quotidiana